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La Cena


di Membro VIP di Annunci69.it chupar
11.10.2025    |    7.330    |    21 9.7
"Sotto quella superficie lucida, però, qualcosa si era mosso; un’ombra d’impazienza, di fame di un sesso tra maschi probabilmente appena scoperto..."
Arrivò alle otto precise. Alto, spalle larghe, la postura di chi ha imparato presto che il corpo è una dichiarazione di potere. Il completo scuro gli cadeva addosso come una seconda pelle, la cravatta era stretta con precisione geometrica. Ogni suo gesto era calcolato, ogni parola misurata per colpire esattamente dove voleva. Aveva il passo deciso di chi è abituato a entrare nelle stanze come se fossero già sue. “Finalmente ci vediamo fuori dall’ufficio” mi disse, tendendomi la mano fredda e precisa come un biglietto da visita.
Quando mi aveva invitato, avevo creduto in uno scherzo. Non ero certamente uno importante e lui se la faceva con i potenti. La sua sicurezza non era ostentata, ma naturale, radicata. Parlava guardandoti negli occhi, con una calma che sfiorava l’arroganza, e sorrideva solo quando voleva far credere di essere umano. Persino il modo in cui si muoveva, lento, controllato, aveva qualcosa d’ipnotico.
Il ristorante era piccolo, luci basse, tovaglie color vino. Si sedette davanti a me osservandomi con un mezzo sorriso. “Ordino io?” chiese, ma non attese la risposta. Il cameriere arrivò subito, come se sapesse già. Due calici, vino rosso, e poi gli antipasti della casa.
Il ragazzo aveva poco più di venticinque anni e si muoveva tra i tavoli con la leggerezza di chi sa di essere osservato. La camicia bianca, leggermente sbottonata sul collo, lasciava intravedere il profilo delle clavicole. Ogni volta che si chinava per versare il vino o sistemare un piatto, lo faceva con una sicurezza disarmante.
Il viso era aperto, i lineamenti giovani ma già temprati da una bellezza consapevole.
Aveva occhi chiari, di quel tipo che scelgono già dove fermarsi. Mi porse un calice e le sue dita mi sfiorarono appena. Un tocco lungo, misurato, ma pieno d’intenzione.
Il mio superiore riprese a parlare. C’era un fascino innegabile in lui, un magnetismo fisico che faceva dimenticare, per un attimo, il disagio sottile che lasciava dietro ogni frase. Il suo profumo, appena speziato restava nell’aria come una firma invisibile.
Mentre assaggiavamo gli antipasti non smise di coprirmi di complimenti e di riempirmi il bicchiere, forse sperando di togliermi ogni freno inibitore. Parlava con voce calma, accennando a riunioni, viaggi, strategie, ma sotto la superficie c’era altro, un ritmo, un desiderio di controllo su di me che si insinuava nelle sue pause, negli sguardi, nelle inflessioni. Lo vedevo annotare qualcosa dentro di sé, come se mi volesse classificare.
“Sai,” disse a un certo punto, “ho saputo che ti fidi troppo facilmente”.
Sorrisi: “È un difetto?”
“Dipende da chi hai davanti e dal lavoro che ti chiedono di fare”.
Si chinò un po’ oltre il tavolo. Il suo profumo era caldo, invadente: “Ti ho notato in ufficio diverse volte prima di invitarti. Non credo che tu te ne sia accorto”.
- “Quindi siamo qui per un avanzamento di carriera?”
Il vino si fece denso in gola e quel sorriso impeccabile mi sembrò una maschera tesa.
Posò la mano sul tavolo, vicino alla mia: “Mi piaci. E quando qualcuno mi piace, mi piace davvero… gli apro determinati canali preferenziali, diciamo”.
Per un attimo restai fermo e mi guardai attorno imbarazzato, incredulo per ciò che avevo sentito e per quello che avevo davanti agli occhi. Il ristorante era quasi vuoto, la cena era di ottima qualità e l’unico inconveniente era che il mio capoufficio, scostatosi dalla tovaglia, se ne stava con il cazzo in tiro nei pantaloni aderenti e non faceva nulla per nasconderlo. Quell’evidente dotazione non contribuiva a diminuire la mia tensione, anzi la alzava mentre continuava a parlare, benché le parole avessero perso senso. Ogni suo sguardo mi attraversava come una domanda a cui non avevo deciso se rispondere o meno, finché si alzò, avvicinandosi appena. “Vieni con me un momento,” mi disse, con la stessa voce sicura con cui dava gli ordini in ufficio.
Lo seguii. Il corridoio verso il bagno era stretto, le luci più fredde, il silenzio tagliato solo dal rumore lontano dei piatti. Entrò per primo, si voltò, e chiuse la porta dietro di noi.
Restammo a pochi centimetri. Lo vidi togliersi la giacca, lentamente, come se volesse lasciare il mondo fuori. Mi guardava come si osserva qualcosa di raro o di pericoloso.
“Sai che non dovrei essere qui?” mi sussurrò mostrandomi la fede nuziale.
“Lo so,” risposi. “Ma anche io non dovrei…”
Per un attimo, nessuno di noi due parlò. Ci fu solo il suono del respiro, la luce che ci scolpiva i volti, il riflesso nello specchio. Quando mi toccò il viso, lo fece con esitazione, come se avesse paura di scoprire cosa stava davvero cercando. Fu un gesto breve, quasi gentile. Feci un passo indietro, mi abbassai e gli tirai giù la cerniera dei pantaloni, lasciando libero il cazzone duro.
- “E’ la chiacchierata al tavolo che ha risvegliato il tuo amichetto o il vino?” gli domandai con un sorriso mentre iniziavo a leccarglielo.
- “Immagino che hai fatto godere un bel po’ di uomini”.
- “Non mi lamento”, risposi staccandomi per un attimo dal suo uccello.
- “Quanti?”
- “Sei geloso o eccitato dall’idea?”
Quindi ricominciai a leccarlo e a succhiarlo con grande maestria. Smisi e, mentre lo segavo con la destra, con la sinistra gli carezzai le palle e le leccai prendendole in bocca e succhiandole quasi a fargli male.
Avvolsi il cazzo con la bocca, prendendone in gola più che potevo. Iniziai un lento lavorio di avanti e indietro. Catturato dal piacere, afferrò la mia testa e mi scopò in bocca. Lo lasciai fare e lo assecondai nel movimento, finché mi accorsi che la cappella si stava ingrossando.
Lo fermai e quello tirò fuori l’uccello, cominciando a menarselo.
Con la sinistra, però, mi tenne ferma la testa: “Dai…Continua!”
Con la sola lingua solleticai la capocchia violacea che emergeva dal suo pugno stretto.
- “Avvisami, che mi sposto…”, lo pregai.
Invece esplose sul mio viso, sulla giacca, sulla cravatta e sulla camicia. Lo stronzo aveva diretto gli schizzi con sapienza, ricoprendomi di sborra. Quando vide che non usciva più nulla, mi fece riprendere in bocca la cappella per farmela ripulire con cura: “Suca tutto…”
Dopo aver pulito e ingoiato il suo piacere, mi rialzai e mi diressi verso il lavello un po’ incazzato.
Arrivatomi dietro, iniziò ad accarezzarmi il sedere da sopra i pantaloni. Girandomi allo specchio, gli chiesi di lasciar perdere, che già aveva fatto un gran casino imbrattandomi tutto: “Fanculo! E ora come torno in sala? E a casa che cazzo dico?”
Quello, guardandomi attraverso lo specchio, fissò i miei occhi: “Scusa. Sono stressato. Ho avuto una giornata di merda e avevo bisogno di sfogarmi”.
Riprese a tastarmi. Ed io: “No, nel culo davvero no. E poi potrebbe entrare qualcuno!”
- “Mettiti in posizione che te lo struscio solo sul buchetto”.
- “Cazzate! Ho detto di no! E poi non c'è la chiave alla porta...”
- “E dai, ho voglia di scopare, ho una gran voglia di incularti! Se entra qualcuno si godrà lo spettacolo di un culo che si fa sbattere! Che problema c’è? Hai visto come ti guardava quel fighetto di merda del cameriere?”
Quell’espressione da maschio dominante, un po’ geloso e porco allo stesso tempo, mi fece divenire ubbidiente e sottomesso. Pensando anche a quanto fosse carino il cameriere e alla sola ipotesi che potesse entrare e unirsi nel gioco, mi misi a novanta gradi, mi calai i pantaloni, mi abbassai gli slip, mi divaricai le chiappe in modo da per fargli vedere la mia rosetta anale depilata: "Leccamelo un po’…”
Quello poggiò il cazzo sul buco per poi farlo entrare con un colpo deciso.
Emisi un lamento di dolore, dato che non aveva usato nessun lubrificante, neppure il sapone liquido che era sul lavello. Prontamente mi tappò la bocca con la mano: “Non fare casino… Lo sanno tutti in ufficio che vuoi essere inculato con la forza!”
- “Ma che stronzo che sei!”
- “Ti fidi troppo! Te l’ho detto!” - e quasi per punirmi rincaró la spinta, facendomi male.
- “Porca troia! Piano!”
- “Ummmh… Senti che bel buchetto accogliente! Te l’hanno proprio rotto, eh?”
Il suo cazzo era durissimo e bello largo. Ero già stato sfondato diverse volte, ma mi stava inculando a secco e a fatica il pisellone andava avanti e indietro. Quando finalmente il suo pre-sperma agevolò il rapporto, sentii il membro completamente avvolto.
Mi cavalcò abbracciandomi, poggiando le mani sul mio petto e muovendo il solo bacino. I succhi del mio maschio scesero e disegnarono rivoli all’interno delle mie cosce, il suo pube urtava contro i miei glutei e a ogni colpo le palle sbattevano contro la mia rosetta anale, facendomi godere.
- “Ti piace? Sì? Lo sai che mi fai tirare il cazzo da settimane? Mi piace quando fai la troia in ufficio!”
In breve i miei gridolini si alternarono ai suoi mugolii. Ero convinto fosse quasi al capolinea quando sentii un rumore dietro di noi. Mi voltai e con la coda dell’occhio vidi che c’era il cameriere che si sfregava il cazzo senza farlo uscire dai pantaloni e con un sorriso che diceva - so più di quanto dovrei. Il mio chiavatore non gli disse nulla, allora quello prese coraggio e presosi il pene in mano iniziò una lenta sega. S’avvicinò: “Oh, mi fai dare una botta pure a me?”
- “Ma che cazzo vuoi? Sparisci!”
- “Ma è il tuo uomo? siete una coppia?”
Io mi girai per ammirare la bella mazza del ragazzo e suscitai un’immediata reazione: “E tu che cazzo guardi?” E mi afferrò per i capelli e mi stantuffò come un pazzo perdendo ogni eleganza. Il rumore delle sue palle contro il mio culo accompagnò i nostri vagiti, finché un urletto liberatorio diede il via al mio orgasmo che schizzò sul pavimento. A quel punto, mi afferrò per le spalle e mi tirò indietro il più possibile, in modo che il suo bel cazzo mi arrivasse in profondità.
Credo che il ragazzo volesse venirmi in faccia. Invece, bloccato dallo sguardo del mio superiore, si strinse forte il cazzo e sborrò tantissimo sul lavandino, proprio mentre venivo riempito dalla sborra calda dell’altro. Quando ogni goccia di sperma fu uscita, il mio superiore tolse il cazzo dal mio retto e una voce richiamò il ragazzo ai tavoli.
- “Merda!”, sussurrò. Si rivestì goffamente e uscì.
Mi rimisi in piedi, stravolto. Dopo avermi dato un appassionato bacio sulla bocca, io gli chiesi ironicamente: “Allora? Come ti senti ora? C’è qualcos’altro che posso fare per te?”
La sua espressione cambiò, generando una fessura d’incredulità, poi qualcosa di più oscuro.
Provò a parlare, ma lo interruppi. “Sai,” continuai, abbassando la voce, “non sei il primo ad averci provato così. Di solito mi diverto a vedere quanto certi maschi riescono a spingersi prima di passare ai fatti”.
Il suo sorriso s’incrinò del tutto. Ora era lui a cercare di leggere me.
“La prossima volta,” dissi, “scegli un posto meno prevedibile del cesso di un ristorante se non vuoi competere con altri cazzi”.
Fuori, il locale sembrava tornato alla normalità. Sporco di sperma procedetti con disinvoltura verso l’uscita. Mi accostai al cameriere e gli passai il mio biglietto da visita: “Amico chiamami se vuoi prenderti la mancia. Al signore al tavolo non dispiacerà se un cameriere mi fa il culo! E non saresti neppure il primo!”
Quando mi voltai, lo vidi di nuovo al tavolo, immobile, con lo sguardo perso nel bicchiere di vino che avevo lasciato sul tavolo. Per il mondo era l’immagine perfetta del successo: orologio d’acciaio, voce calda, sguardo tagliente. Sotto quella superficie lucida, però, qualcosa si era mosso; un’ombra d’impazienza, di fame di un sesso tra maschi probabilmente appena scoperto. Quell’uomo aveva finalmente compreso che ero io che ad aver scelto di dargli il culo per capire quanto sarebbe stato facile farlo tremare di piacere, a mia scelta, da quella sera in poi.

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