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Gay & Bisex

L’autista dell’autobus turistico


di Membro VIP di Annunci69.it chupar
27.04.2026    |    7.023    |    11 9.7
"Gemevo nel farlo godere, lo guardavo in faccia e mi toccavo il cazzo, masturbandomi delicatamente..."
Nel bagno dell’autogrill c’era un silenzio strano, interrotto solo dal rumore dell’acqua. Mi misi davanti a un orinale libero, cercando di concentrarmi. Dopo pochi secondi, qualcuno si piazzò accanto a me. Non servì girarmi davvero: lo riconobbi subito, era l’autista del pullman. Scarpe solide, postura dritta, quell’aria da uno che ha già visto centinaia di posti come quello.
Lo notai meglio solo in quel momento, quando finalmente smisi di fingere che non esistesse. Era sulla cinquantina, forse qualcosa in più, ben messo, più alto di me, con i capelli corti brizzolati, una stempiatura appena accennata e la mascella squadrata. Il viso era segnato, ma non in modo duro, più che altro sembrava uno che aveva passato tante ore alla guida, con gli occhi abituati a scrutare la strada per lunghi tratti. Indossava una camicia semplice, celeste, leggermente stropicciata sulle maniche, e pantaloni scuri. Niente di particolare, ma su di lui sembrava tutto funzionale, pratico. Anche il modo in cui si muoveva era essenziale: niente gesti inutili, niente fretta, ma nemmeno esitazioni. Aveva spalle larghe e una postura dritta, quasi automatica, come se anche lì, fermo davanti al pisciatoio, stesse comunque “guidando” qualcosa.
Estrasse il suo grosso uccello, lo scappellò bene e fece partire il getto.
Le sue mani erano grandi, con le vene in evidenza, il tipo di mani che danno l’idea di controllo.
Come minimo aveva mezzo litro di piscio da espellere e, nel farlo, dal volto emerse quella sensazione di liberazione appagante che solo un uomo può capire dopo aver guidato per centinaia di chilometri. Aveva finito quando evidentemente si sentì addosso quella strana sensazione di essere guardato. Si girò verso di me, si sgrullò l’uccello con una certa insistenza, rendendolo barzotto. Temevo mi chiedesse con aria incazzata cosa avessi da guardare con tanta insistenza, ma evidentemente il codice era piuttosto chiaro per entrambi e lui colse al volo l’occasione. Mi rivolse un mezzo sorriso e quell’espressione non solo gli tolse anni di dosso ma lo rese chiaramente complice.
Rimanemmo in silenzio. Io fingevo di fissare le piastrelle davanti a me, ma con la coda dell’occhio ogni tanto mi godevo quel bel cazzo bruno che prendeva consistenza tra le sue mani.
Finii di urinare, ma non mi spostai.
“Bel viaggio finora”, disse con tono neutro.
“Sì… sì, tranquillo”, risposi, forse un po’ troppo in fretta.
Silenzio di nuovo.
Si afferrò saldamente il cazzo con una mano e si voltò verso di me: “Potrebbe anche andare meglio, no?” E con un leggerissimo cenno del capo m’indicò uno scomparto libero del cesso.
Sollevai la mano, mostrandogli la fede al dito e lui sollevò le spalle, mostrandomi subito dopo la sua. “Solo, in viaggio?”
“No, mia moglie è di là. C’è sempre coda in quello delle donne e poi dovrà aspettare anche mia suocera, che sta con noi. Poi, conoscendola, comprerà pure qualcosa.”
Un tipo entrò nel bagno. Era uno del nostro gruppo che indossava un’orribile camicia hawaiana.
“Strade pulite oggi, vero?”, aggiunse rapidamente l’autista, rimettendosi di fronte alla parete con il cazzo ormai duro che svettava, ricurvo verso l’alto.
“Già. Poco traffico”, dissi, cercando di non inciampare sulle parole.
Annuii appena, poi, senza sapere bene perché, sentii il bisogno di dire ancora io qualcosa: “Guida da molto?”
Si girò verso di me, leggermente, mostrandosi in piena erezione e sbattendosi l’uccello duro sul palmo sinistro. “Da vent’anni”, rispose lui, “ogni volta che ne ho l’occasione! Anche se ne ho le palle veramente piene!”
“Ah, si vede”.
Appena lo dissi, il tipo uscì dallo scomparto ed io mi pentii. Lui si rimise frontalmente all’orinatoio, fece una piccola pausa e mi sorrise: “Spero in senso buono”.
“Sì, sì, certo…dalla sicurezza alla guida!” aggiunsi subito, sentendomi un idiota.
Restammo soli: “Allora che si fa?”
“Cazzo, c’è mia moglie di là!”
Prendendomi la mano se la poggiò sulla sua erezione: “Senti, non è che abbiamo tutto sto tempo… Io di solito prima del turno vado a puttane e mi faccio la mia bella chiavata, ma sono dovuto partire presto e... insomma, non sparo da tre giorni e mi sembra di guidare con una banana nei pantaloni”.
Lo guardai negli occhi, con il suo cazzo ben stretto in pugno, andando lentamente avanti e indietro. Tiravo indietro e poi avanti la pelle, glielo scappellavo totalmente vedendolo godere piano mentre i peli neri sui bordi del cazzo si confondevano con la maglia metallica della zip.
“Stai bello duro…” gli dissi guardando con la coda dell’occhio l’ingresso.
Mi fermò la mano, “Vogliamo fare i ragazzini o gli uomini?” e aggiunse che voleva almeno un pompino, una gran pompa con ingoio! Nel sentirlo, avvertii un brivido di piacere e mi venne una gran voglia di prendere in bocca quel bel cazzo, ma non mi sentivo sicuro della situazione: “No, dai…Meglio di no! Ti faccio una sega e vieni nel pisciatoio. È una cosa più pulita!”
Fissando di nuovo una delle toilette chiuse: “Se ingoi, resta tutto pulito!”
Sempre con aria innocente, gli dissi che avrei provato solo per vedere se mi sarebbe piaciuto tradire mia moglie, facendo un pompino a uno sconosciuto.
Con il suo pisello in bella vista entrammo nello scomparto più vicino. La porta fu sbarrata appena in tempo, perché fuori si creò un andirivieni di maschietti che volevano fare la loro pisciata e un paio provarono ad aprire l’anta della cabina in cui eravamo noi.
Mi sedetti sulla tazza e mi calai i pantaloni fino alle caviglie. Lui si calò quelli della divisa, si sistemò dritto davanti a me e mi sussurrò: “Sei un rotto in culo, giusto? Ho capito bene che lo prendi, no?”
“Solo un pompino, niente di più!”
“Fammi un bel lavoro, completo!”
Avvolsi con le labbra quella bella mazza nodosa. La saliva lubrificò la cappella che sapeva ancora di piscio, la punta della lingua si concentrò sul prepuzio e con passione gli carezzai le palle pelose. Non so perché, ma non volevo ci fossero dubbi che ci sapevo fare, che avevo tirato un sacco di pompe. Con la mano libera afferrai il mio attrezzo e iniziai a masturbarmi alla stessa velocità con cui succhiavo. C’era poco tempo e sapevo come far godere un uomo: cominciai a leccargli le palle, a ciucciarle portandomele in bocca prima una poi l’altra, con i peli che m’invadevano la lingua. Poi mi dedicai di nuovo all’asta e alla cappella turgida. Gemevo nel farlo godere, lo guardavo in faccia e mi toccavo il cazzo, masturbandomi delicatamente.
Ingoiai il cazzo, prima una buona metà, poi grazie a un suo colpo di bacino almeno tre quarti, fino a quando mi afferrò dalla nuca costringendomi a prenderlo interamente. Sentendomelo in gola, provai una forte sensazione di nausea, ma ripetei il giochetto quattro, cinque volte, mentre sbavavo tantissima saliva che mi fuoriusciva dagli angoli della bocca.
Il secondo autista fece il suo ingresso nel cesso e, conoscendo il collega spinse tutti gli ingressi degli scomparti finché non trovò quello serrato: “Oh, qua ancora stai? Muoviti che dobbiamo ripartire!”
Lo tirò fuori, lo impugnò e gli rispose: “Dammi cinque minuti!”
Si rivolse a me: “Girati, ti do due botte, giusto due, così vengo veloce!”
“Ma che sei matto? A secco? Mi fai male!”
“E che cazzo me tocca fa’…”, uscì, mettendosi il cazzo duro a fatica nei pantaloni. Velocemente si versò del sapone liquido sulla mano e rientrò: Abbassami i pantaloni che mi sporco!”
Lo feci e lui si spalmò il sapone sulla capocchia. Subito dopo ci sputò abbondantemente sopra e mi disse di girarmi. Non feci tante storie e quello mi divaricò le natiche, mi sputò sull’ano, ci passò la mano insaponata e affondò.
“Cazzo! Fai piano!”, lo pregai.
“Non c’è tempo!”
Mi diede una decina di colpi secchi, ben assestati, come un martello pneumatico, tenendomi per i fianchi. Poi lo estrasse e io ricominciai a leccare la cappella con passione, ingoiando il mio sapore. Sentii il suo cazzo al massimo dell’erezione vibrare nella mia bocca calda e umida. Appoggiai le mani sulle sue cosce pelose, serrai le labbra sulla cappella e con la lingua la titillai dall’interno, mentre lui mi reggeva dalla nuca e m’implorava di non fermarmi: “cazzo! Cazzo! Vai, cazzo… Non fermarti, che ci sto quasi…”
Mentre lo guardavo negli occhi, mugolò in maniera sommessa e prolungata e sentii il sapore della sborra calda che mi inondava, mentre avidamente ingoiavo tutto e sparavo sulle mattonelle il mio piacere.
Finito di sistemarsi, mi disse che che una pompa del genere era degna delle migliori puttane di colore e che, in fondo: “A palle sgonfie si viaggia meglio tutti e due, no?”
Finimmo di sistemarci e ci spostammo ai lavandini. Davanti allo specchio, sembrava più leggero, come se quella situazione imbarazzante fosse qualcosa che conosceva fin troppo bene.
“Gruppo simpatico il vostro”, disse, mentre si lavava le mani.
“Sì”, risposi, più rilassato. “Anche se quello con la camicia hawaiana…”
Lui accennò un sorriso più aperto: “Parla troppo!”
“Esatto”.
Ci asciugammo le mani nello stesso momento.
Mi fece l’occhiolino: “Vieni che ti offro un caffè, per rifarti la bocca!”
Sorrisi e per un attimo pensai di aggiungere qualcosa, ma non mi venne niente che non suonasse forzato. Uscimmo insieme, tornando al rumore del bar e al resto del gruppo.
Mentre riprendevo il mio posto sul pullman a fianco a mia moglie e a mia suocera, pensai che la nostra era stata una delle conversazioni più inutili e, stranamente, più eccitanti che avessi mai affrontato con un maschio a cui non avevo chiesto neppure il nome ma di cui avevo ingoiato la sborra.

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