L'ora più calda
chupar
Era il momento della giornata che preferivo, anche perché mia moglie si rifugiava in camera per il gran caldo.
M’immersi lentamente nella vasca circolare, lasciando che l'acqua sciogliesse la tensione accumulata. Un uomo era seduto all'estremità opposta, con gli occhi chiusi e le braccia aperte sul bordo. Avrà avuto poco più di quarant'anni. Aveva spalle larghe, un accenno di addome e le gambe segnate dall'abbronzatura. Sul lettino vicino erano piegati con precisione un asciugamano, una rivista e un piccolo dinosauro di plastica.
Scelsi un posto abbastanza vicino a lui da poter parlare senza alzare la voce, ma sufficientemente distante da non sembrare invadente: «Abbiamo trovato il momento migliore della giornata».
Aprì gli occhi e sorrise: «Direi di sì. Fra quindici, venti minuti arriveranno di nuovo tutti». Aveva una voce calma, leggermente roca: «Per adesso ce la godiamo».
Annuii mentre le bolle coprivano il silenzio. Indicai il dinosauro: «Immagino che il domatore sia andato a pranzo».
Seguì il mio sguardo: «Mio figlio. Cinque anni. Convincerlo a lasciare la piscina è un'impresa ogni volta».
«Immagino».
«Per fortuna mia moglie è più convincente di me. E lei? In vacanza da solo?»
«No, con mia moglie. Ancora niente figli».
«Dev'essere piacevole».
«Dipende».
«Da cosa?»
Lo guardai: «Dalle persone che capita d'incontrare. Sa, senza una famiglia, si cerca di socializzare di più».
Per un istante il suo sorriso rimase sospeso. Non distolse gli occhi e sembrò valutare se quella frase fosse soltanto cortesia oppure contenesse qualcosa di diverso.
L'atmosfera era cambiata senza che nessuno dei due avesse oltrepassato il confine della semplice conversazione.
Lui si passò una mano tra i folti capelli castani: «Io non verrei in un posto così se non avessi un figlio».
«Nemmeno per il tempo di un idromassaggio da solo?»
«Quello sì» e rise di gusto.
Le bolle continuavano a risalire tra noi, sfiorandoci le gambe senza che i nostri corpi si toccassero. Dal ristorante arrivò la voce lontana di un microfono. Qualcuno stava annunciando l'inizio del pranzo.
Lui guardò l'orologio e sospirò: «Mi sa che tra un po’ è finita la tregua».
Si alzò lentamente. L'acqua gli scivolò lungo il petto mentre il costume a slip stringeva a stento un’erezione notevole. Imbarazzato, cercò di ironizzare: «È dura con un figlio che dorme da una settimana nella stessa camera».
«A me sembra duro e basta».
Rise della mia battuta, si rimise in acqua e si accostò a me, lontano dal getto: «Lei viene spesso qui a quest'ora?»
«Non sempre, ma mi piace molto quando si svuota».
«Ah, okay».
Mi passai la lingua sulle labbra e lui rimase in silenzio un secondo: «Anche se il getto dell’acqua fa un certo effetto e poi non si sa come uscire…»
Sorrisi in modo malizioso: «Basta organizzarsi. Se vuole può prendere il mio asciugamano, quello giallo. Tra uomini certe cose si capiscono».
«Eh, da ragazzi ci si dava una mano in altro modo» ridacchiò e si carezzò l’uccello imprigionato.
«Solo una mano? Io ne facevo molte di più con i miei amici».
Un gesto brevissimo della testa m’invitò ad avvicinarmi. Mi sussurrò all’orecchio: «In questo momento anche solo una mano, mi basterebbe».
Alzai la testa e provai a dargli un bacio: «Amico, ti stai allargando!»
Accettai il rifiuto e gli misi la mano sul pacco, mentre lui si alzava poggiando i palmi sul bordo e dando le spalle al ristorante che, tra l’altro, era circondato da una fitta vegetazione.
Lo guardai dritto negli occhi mentre, tirando fuori la lingua gli leccai tutta l’asta, dalla cappella al pube, ancora nel costume.
«Cosa vuoi fare? Me lo vuoi succhiare qui?»
Non risposi, ma glielo tirai fuori e, tenendo le mani sulle sue gambe ispide, roteai la lingua attorno alla sua cappella, facendolo indurire ancora di più.
Iniziai il pompino, distogliendo il meno possibile i miei occhi dai suoi che girovagavano preoccupati che ci vedesse qualcuno.
«Cazzo! Che bravo! Fammi venire, ma velocemente».
Afferrai l’asta e gli leccai e succhiai anche le palle, non so cosa mi prese, ma ci misi tutto l’impegno e la maestria che avevo.
«Vuoi fottere?»
«Ma sei matto? Vuoi farmi divorziare?»
Trovai una degna alternativa al culo. Gli presi le mani, con ancora il suo cazzo nella bocca, e le poggiai sulla mia testa. Lui capì e iniziò a fottermi la gola ma senza movimenti molto evidenti. Non era tanto il suo bacino a muoversi quanto la mia gola a fare da figa. Ad un certo punto, preso dall’impeto, andò a fondo, togliendomi l’aria. Tossii e mi scostai per respirare.
Senza mani provai a infilarmi di nuovo il cazzo in bocca. Non ci riuscii perché curvava verso l’alto. Lui lo prese e l’abbassò.
Con una mano tenni ben saldo quel pezzo di carne tra le mie labbra. Lo succhiavo, lo leccavo, ma ogni tanto lo cacciavo dalla bocca per fargli vedere il mio sputo sulla sua capocchiona per poi leccarla.
Con la mano libera iniziai a toccarmi il cazzo.
Sentii il suo respiro farsi sempre più affannato: «Sto per sborrare».
«Dai, spara il tuo carico di sborra». E ripresi con più voracità, fino a sentire dei fiotti densi e caldissimi di sperma colpire la mia gola. Ingoiai tutto, continuando a succhiare più forte che potevo, mentre sott’acqua anche io schizzavo il mio piacere maschio.
Lo sconosciuto si rimise il cazzone ancora barzotto negli slip e uscì dall’acqua.
Si guardò intorno. Tutto era ancora deserto. Lo tranquillizzai. Nulla, in quella scena, avrebbe attirato l'attenzione di un osservatore distratto. C’erano stati solo due uomini che avevano scambiato qualche parola nell'idromassaggio di un villaggio turistico.
«È stato un piacere», mi fece lui allontanandosi ancora preoccupato.
«Anche per me».
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