Gay & Bisex
la nuova troietta dell'ufficio
25.06.2026 |
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"Chiara non c'era, era uscita presto per una commissione, e io ero rimasto a sistemare alcuni documenti..."
Per i primi tre mesi in quell'ufficio non riuscivo a guardare Chiara negli occhi senza arrossire. Lavorava alla scrivania di fronte alla mia, bionda, sfrontata, con quel modo di camminare che mi faceva sentire goffo e trasparente. Quella mattina mi fermò davanti alla fotocopiatrice, gli occhi che mi scendevano sui fianchi stretti. «Ti invidio, sai?» disse, non come domanda. «Sei più magro di me! Ma quei pantaloni da uomo ti stanno da sacco. Dovresti prendere una taglia in meno, farli più attillati». Io balbettai qualcosa sulla mia timidezza, ma lei mi diede una pacca sul sedere, leggera ma significativa, e quando il capo passò alle nostre spalle e ci guardò, notai il suo sguardo freddo posarsi su di me con un interesse nuovo.
Fu il capo a chiamarmi nel suo ufficio quella sera, quando tutti erano usciti tranne Chiara che diceva di dover finire una pratica. «Chiara mi ha detto che sei... collaborativo» disse, la voce bassa, le mani appoggiate sulla scrivania. Io stavo in piedi davanti a lui, sentendo i pantaloni troppo larghi che pendevano sui fianchi esili, la camicia che non stava bene sulle spalle strette. Chiara bussò e entrò senza aspettare, chiudendo la porta alle sue spalle. «Credimi, non hai bisogno di questi giri di parole» gli disse lei, appoggiandosi allo stipite con un sorriso.
Il capo si alzò, si slacciò la cintura, e io capii. Volevo scappare, ma Chiara mi bloccò con uno sguardo. «Resta» disse, e la sua voce alternava dolcezza e comando. «Fai quello che ti dice, e vedrai che... te ne sarò grata».
Quando il capo prese la mia testa e mi spinse in ginocchio, sentii i suoi pantaloni sfiorarmi le guance, l'odore pungente che mi riempì le narici. «Guardami» disse il capo, e alzai gli occhi mentre gli prendevo il cazzo in bocca, vidi il suo sorriso compiaciuto, il modo in cui annuiva approvando. «Bravo piccolo» disse, mentre io succhiavo sentendo la vergogna bruciarmi. Quando lui venne, lei mi fece ingoiare davanti a lei, applaudendo piano.
La settimana dopo Chiara organizzò il secondo incontro. Mi aspettava in sala riunioni con Marco, il collega trentenne arrogante che mi aveva sempre guardato con disprezzo. «Marco non crede che tu sia così... disponibile» disse Chiara, seduta su una sedia di fronte a noi, le gambe incrociate. «Devi convincerlo».
Marco era già seduto, i pantaloni sbottonati, un sorriso beffardo sul volto. «Chiara sta cercando di convincermi a prendere te al suo posto per certi...servizi. Ma a me non piacciono i maschi.» disse, mentre io stavo in piedi tremante. Chiara rise. «È più ragazza di me, Marco. Guarda come sta in piedi, come tiene le mani. Non è un vero uomo».
Le sue parole mi ferirono, ma sentii il mio pene piccolo indurirsi contro i boxer. «In ginocchio» disse Marco, e io obbedii, sentendo il tappeto freddo sulle ginocchia. Chiara si chinò verso di me, il profumo dolce che si mescolava all'odore maschile di Marco. «Sei bravo, lo sai?» disse, accarezzandomi i capelli mentre io aprivo la bocca per l'altro. «Ma devi imparare a farlo bene per tutti. Non solo per il capo». Mentre ero impegnato, sentii le sue dita sul mio mento, costringermi a guardarla. «Guardami» ordinò, «e ricorda che sei qui perché io ti sto regalando questi cazzi da servire. Senza di me, non saresti niente. Solo un ragazzo timido che non scopa». Quando Marco venne, lei mi diede un bacio sulla guancia e un fazzoletto per pulirmi, dicendo che «non c'è bisogno di ingoiarlo: certe cose sono obbligatorie solo con il capo».
Io la guardai negli occhi e ingoiai la sborra di Marco. Le sorrisi, mi sorrise e mi diede un bacio sulla bocca.
«Non speravo di trovare una così brava zoccoletta: mi dai tante soddisfazioni!»
Fu dopo quella sera che trovai sulla mia sedia il tailleur. Blu navy, elegante, ma con i pantaloni. Da donna, attillati, ma pur sempre pantaloni. Con un biglietto di Chiara: «Ora sei pronta per vestirti da persona seria». Il lunedì mattina indossai il tailleur, i pantaloni che stringevano sui fianchi esili, la giacca corta che lasciava intravedere il mio ventre morbido. Quando entrai, Chiara mi guardò e annuì soddisfatta. «Finalmente sembri quello che sei» disse. «Un tipo femminile, ma professionale». Il capo mi fermò al passaggio, mi sistemò il colletto con un gesto possessivo. «Ti sta bene» disse, e gli altri tre mi guardarono con occhi diversi. Non più come un imbarazzo, ma come una proprietà consolidata.
Poi venne il venerdì. Chiara non c'era, era uscita presto per una commissione, e io ero rimasto a sistemare alcuni documenti. Quando sentii la porta della sala riunioni chiudersi alle mie spalle, mi girai e vidi Stefano e Paolo, gli altri due colleghi, che mi guardavano in modo diverso dal solito. Stefano era robusto, peloso, con l'aria da operaio anche in camicia. Paolo era più giovane, magro, ma con uno sguardo freddo che gelava. «Chiara ci ha detto che sei diventato molto... collaborativo» disse Stefano, avvicinandosi. «Che fai favore a tutti, ormai».
Io indietreggiai, sentendo il panico salire. «No, io... aspetto Chiara...» balbettai. Ma Paolo bloccò la porta. «Chiara non c'è. E noi abbiamo aspettato abbastanza». Fu diverso, quella volta. Non c'era Chiara a supervisionare, a dare un senso di "permesso" alla scena. Stefano mi sollevò con facilità e mi fece mettere in ginocchio, poi mi prese la testa con mani grandi e ruvide, mentre Paolo si slacciava i pantaloni di fronte a me.
«Apri la bocca, troia» disse Stefano, e la parola suonò come uno schiaffo. «Oggi fai la troia per davvero». Mi fecero passare dall'uno all'altro, senza pausa, le loro mani che mi tenevano la testa, che mi spingevano, il loro odore forte che mi invadeva.
«Non è un uomo questo» diceva Stefano giustificandosi con Paolo, mentre io tossivo, «è solo una bocca. Una troia d'ufficio». Quando Stefano venne, mi tenne la testa inchiodata, spingendo in fondo mentre pulsava, riempendomi la gola di sapore salato e denso, costringendomi a ingoiare tutto senza sprecare nulla. Poi fu il turno di Paolo, che mi girò la testa verso di sé con decisione, infilandosi tra le labbra gonfie e usate. «Prendi tutto, sputa niente» disse, e quando venne anche lui, mi tenne lì, costretto a bere, a essere il loro contenitore. Qualche goccia, però, sfuggì al controllo, cadendo sul tailleur blu, una macchia bianca che si espandeva sul tessuto scuro del pantalone. «Guarda che hai fatto alla tua bella tutina» rise Stefano, indicando la macchia. «Ora sì che sei marchiata a dovere». Rimasi lì, in ginocchio, la bocca piena del loro sapore, il tailleur macchiato, sentendo per la prima volta il peso totale della mia sottomissione.
Ormai è routine. Ogni mattina arrivo in ufficio con il tailleur blu, i pantaloni attillati che evidenziano la mia mancanza di virilità, le scarpe basse ma femminili che Chiara mi ha fatto comprare. Lei mi aspetta sempre alla macchinetta del caffè, mi sistema il colletto, alternando complimenti e umiliazioni. «Oggi sei carino» dice, «carino intendo come giocattolo, non come uomo». Il capo mi chiama nel suo ufficio prima delle riunioni, e io scivolo sotto la scrivania mentre lui risponde alle telefonate, io che lo servo in silenzio con la bocca, sentendo i suoi pantaloni sbattere leggermente sotto il mio mento.
Ieri pomeriggio, mentre ero inginocchiato davanti alla scrivania del capo con il tailleur blu ancora addosso, i pantaloni che mi scendevano leggermente sui fianchi mentre mi chinavo, sentii la porta aprirsi. Era Chiara, che entrava con i documenti. Non si scompose, anzi si sedette sulla poltrona di fronte a noi, incrociando le gambe, guardandomi mentre continuavo a servire il capo. «Sei diventata proprio brava» disse, come commentando il lavoro di una segretaria efficiente. Quando il capo venne con un grugnito, lei mi si avvicinò e mi diede un bacio profondo, assaggiando dalla mia bocca la sborra del capo, poi mi sistemò la giacca del tailleur, raddrizzandomi il colletto. «Sai» disse, mentre io ero ancora in ginocchio, guardandola dal basso, «all'inizio pensavo solo che fossi un ragazzo timido. Ora invece so cosa sei. La nostra piccola segretaria personale.». Non ero più il ragazzo timido che non riusciva a parlare alle ragazze. Ero diventato il loro oggetto d'ufficio, la bocca che li serviva ogni giorno, il ventenne in tailleur blu che ogni mattina inginocchiato dava il benvenuto ai suoi quattro colleghi nel modo che loro gli avevano insegnato a volere.
Ormai è passato un anno. Chiara è stata promossa ad un altro ufficio.
Ogni mattina mi sveglio, mi faccio la doccia, mi depilo se serve, scelgo l'outfit che uno di loro mi ha richiesto e vado in ufficio, saluto i miei quattro uomini con un bacio sulla guancia, poi scendo in ginocchio nel bagno riservato che hanno attrezzato per me, con lo specchio davanti così posso vedere la mia espressione professionale mentre li servo uno dopo l'altro.
Non ho più provato a parlare con una ragazza, non ne sento il bisogno. Sono diventato la loro ragazza, la loro troia d'ufficio, la loro segretaria personale. E quando Luca mi accarezza la guancia e mi dice che sono «brava», sento quella pace terribile che avevo cercato tutta la vita, la certezza di aver finalmente trovato il mio posto: in ginocchio, con la bocca piena, femminile e sottomessa, finalmente utile a qualcosa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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