Prime Esperienze
il Padrone di casa
19.06.2026 |
657 |
2
"Chiusi gli occhi e posai le labbra su quel sacco pesante, su quella pelle rugosa e calda, ma quando feci per tirarmi indietro, lui smise di tenersi il cazzo con la mano e mi afferrò la spalla..."
Ero appena sceso dalla metro quando sentii qualcosa prendermi alla gola. Era il collo della mia maglietta: le portine si erano chiuse senza che me ne accorgessi, afferrando il bordo inferiore della mia maglietta, quella che avevo scelto per sembrare un tipo normale: t-shirt e jeans.
Ma il treno partì e io restai lì, impalato, con il tessuto che si lacerava lungo il fianco, che saliva, che si trasformava in qualcosa di ridicolo. Quando finalmente riuscii a liberarmi, la maglietta mi arrivava appena sopra l'ombelico, lasciando scoperta una fascia di pelle bianca, il mio ventre morbido, il mio ombelico profondo.
Arrossii. Il calore mi bruciava le guance mentre cercavo di tirare giù i lembi del cotone, ma ogni movimento peggiorava la situazione. Non potevo fare altro che continuare quello che stavo facendo: andare dal padrone di casa per consegnargli l'affitto in ritardo, di nuovo.
Quando suonai, lui ci mise un po' per aprire, era alto, brizzolato con pancia prominente che spingeva contro la camicia azzurra, braccia pelose, sguardo che mi fece sentire piccolo, fragile, quasi trasparente.
"Sei tu," disse. Non una domanda. I suoi occhi scesero immediatamente sulla mia maglietta strappata, sull'ombelico scoperto, e quel sorriso strano, quasi crudele, gli sollevò un angolo della bocca. "Entra."
Mi feci strada nel corridoio, consapevole di ogni centimetro di pelle che mostravo, del modo in cui i miei jeans attillati, quelli che credevami facessero sembrare più magro, ora sembravano evidenziare la mia scarsa virilità.
"Allora," disse lui, sedendosi sul divano mentre io restavo in piedi, imbarazzato, con le mani che cercavano invano di coprire il ventre, "raccontami. Lavoro?"
Balbettai qualcosa di progetti che non decollavano, di mesi difficili. Lui annuì, ma i suoi occhi erano freddi, valutatori.
"E le ragazze?" continuò, con voce bassa, roca. "Un ragazzo dovrebbe avere una ragazza, no? Magari potreste dividere l'affitto, visto che sembra essere un problema per te pagare con puntualità."
Sentii il rossore salire fino alle tempie. "Non... non proprio. Sto cercando, ma..."
Lui scosse la testa, con un gesto che voleva essere compassionevole ma suonava come una condanna. "Difficile, eh? Sai, alle ragazze piacciono gli uomini più maschili. Più... solidi." I suoi occhi scesero sulla mia figura esile, sulla maglietta ridicola, e io sentii il peso della sua valutazione come uno schiaffo. "Tu sei un bravo ragazzo, sei anche un tipetto carino eh. Ma le donne vogliono... qualcosa di diverso."
Mi sentii contrarre lo stomaco. Era quello che temevo da anni, quello che mi ripetevo ogni volta che una ragazza mi rifiutava, ogni volta che mi guardava con quella pietà confusa. Non ero abbastanza. Non sarei mai stato abbastanza.
Lui si alzò, si avvicinò. Mi diede un buffetto sulla guancia, un gesto che voleva essere rassicurante ma che mi bruciò la pelle. "Non fare quella faccetta triste. A ognuno il suo."
Alzai lo sguardo, arrossendo, e fu allora che lo vidi. I suoi pantaloni kaki, erano gonfi in mezzo alle gambe. Un rigonfiamento prominente, pesante, che non potevo ignorare. Il mio sguardo ci si posò prima che potessi controllarmi, e lui se ne accorse.
"Caldo, eh?" disse lui, con voce più bassa. "MA tu con quei jeans lunghi... non hai caldo? Forse ho qualcosa per te."
Volevo dire di no, volevo consegnargli la busta con i soldi e andarmene, ma la mia voce uscì strozzata. "No, sto bene, grazie..."
Ma lui già si muoveva verso l'armadio, tirando fuori un paio di shorts. Jeans, ma estremamente corti, del tipo che lasciano il sotto chiappe esposto, che non coprono quasi nulla.
"Prova questi," disse, porgendomeli.
Li presi, sentendo il tessuto sottile tra le dita. "Sono... sono troppo corti. Non posso..."
"Stanno bene con quella maglietta," insistette lui, con quel sorriso che non raggiungeva gli occhi. "I giovani come te, rispetto alla mia generazione sono tutti un po' effeminati. Non c'è nulla di male." Rise, come se fosse uno scherzo, ma io sentii il mio piccolo pene vibrare dentro i boxer, una pulsazione imbarazzante che mi fece arrossire ancora di più.
"Non è proprio il mio stile," dissi, ma la mia voce mancava di convinzione.
Lui insistette, con quella calma autoritaria che non ammetteva rifiuti. "Provali. Se non ti piacciono, non importa. Ma almeno vederteli addosso. Se ti vergogni puoi andare nell'altra stanza a cambiarti..."
Li presi e guardai verso la porta, sollievo e terrore mescolati. "Dove posso andare?" gli chiesi.
"Ma stai qui: in fondo siamo uomini entrambi... in fondo." Sorrise, e quel sorriso conteneva qualcosa di minaccioso, di promettente.
Restai immobile, la busta dell'affitto ancora in mano, mentre lui si sedeva di nuovo, le gambe divaricate, osservandomi senza curiosità né impazienza. Dovevo dire di no, dovevo andarmene, ma qualcosa nella sua autorità, nella mia stessa inadeguatezza di fronte a lui, mi paralizzava.
Mi tolsi i jeans. Avevo uno slip grigio, e quando abbassai i pantaloni, vidi con orrore la macchia scura, umida, di precum che aveva lasciato il mio pene quando aveva vibrato prima. Presi velocemente gli shorts, cercando di coprirmi, ma lui aveva già visto.
Erano troppo attillati e dovevo saltellare per infilarmeli, sentendo il tessuto jeans attillarsi sulle cosce, stringere il bacino, lasciare le chiappe quasi completamente scoperte. Erano troppo stretti, chiaramente da donna, anzi da ragazzina, ma quando guardai il padrone, i suoi occhi brillavano di approvazione.
"Ti stanno bene, girati," disse.
Obbedii, sentendomi nudo nonostante i vestiti. I miei occhi caddero sui suoi pantaloni kaki, sul rigonfiamento che ora sembrava ancora più prominente.
"Chinati," ordinò. "Se sono troppo stretti chinandosi si rompono. Dobbiamo controllare."
Mi chinai in tutte le posizioni che mi indicava, sentendo l'aria del condizionatore colpirmi le chiappe esposte, sentendo il tessuto degli shorts stirarsi sulle natiche. E fu mentre ero piegato in avanti, con le mani sulle ginocchia, che notai la sua mano darsi una grattatina lunga, troppo lunga, sul pacco, attraverso il pantalone kaki.
Ero in piedi davanti a lui, con quegli shorts cortissimi e la maglietta crop top, sentendo l'erezione che non potevo controllare, quella del mio pene che, nonostante fosse abbastanza piccolo, era comunque evidente contro il tessuto stretto. Lui lo notò, naturalmente. Notava tutto.
"Una birra?" chiese.
"No, grazie" risposi.
"Me la vai a prendere per me?" continuò, come se non avesse sentito il mio rifiuto. "Io ho sete."
Ebbi sete anch'io, improvvisamente, quella sete che viene quando si è nervosi, quando si è in trappola. Obbedii, dubbioso, sentendomi strano mentre camminavo verso la cucina, consapevole di come quegli shorts mi facessero muovere, di come sembrassi una cameriera. Una cameriera, perché avevo pensato al femminile?
Quando tornai con la bottiglia, lui era senza scarpe e calze, i piedi nudi sul pavimento, le caviglie pelose. Non dissi nulla, ma lui notò il mio sguardo.
"Sei un po' distratto," disse, indicando la birra. "Come la apro senza cavatappi?"
Tornai in cucina, ormai un automa, e quando ritornai con l'apribottiglie, lui era diverso. La camicia era sparita. Era a petto nudo, la pancia pelosa prominente, i capezzoli scuri tra i peli grigi. Mi guardò con quel disprezzo freddo che mi faceva arrossire di vergogna e desiderio insieme.
"Tu non te ne accorgi perché sei molto svestito," disse. "Ma c'è parecchio caldo anche col condizionatore acceso."
Poi mi disse che lui non beveva dalla bottiglia e di andargli a prendere un bicchiere, non risposi, feci un mezzo inchino con la testa e andai in cucina. Quando tornai non aveva più i pantaloni. Gli porsi il bicchiere e me lo posò sul tavolino davanti al divano. "Versa."
Mi chinai per versare e solo sentendo l'aria fredda sulle natiche esposte, capii quanto poco quegli shorts fossero coprenti. E fu allora che arrivò. Il padrone mi diede una manata sulle chiappe.
Mi girai, rosso, confuso. Lui rise. "Scusa, scusa. Davvero. Non ho resistito."
Bevve tutta la birra, mentre io sedevo accanto a lui in silenzio, rigido, consapevole di ogni centimetro di pelle che mostravo, del mio piccolo pene che pulsava contro gli shorts troppo stretti.
"Un'altra," disse, porgendomi il bicchiere vuoto.
Obbedii, e questa volta, mentre tornavo, sapevo già cosa avrebbe fatto. E infatti il pizzicotto arrivò, più deciso, e io sentii il mio cazzo tremare. Poi andai a sedermi nuovamente accanto a lui.
Non capivo perché ero ancora lì. Ero venuto per consegnare la busta con i soldi e andarmene. E invece ero seduto sul suo divano, in quegli shorts ridicoli, con la maglietta che lasciava scoperto l'ombelico, a fare da cameriera per le sue birre. La busta era lì, sul tavolino, dimenticata.
Lui mi guardò come se leggesse nella mente. "Sai," disse, prendendo un sorso dalla bottiglia, "tu non paghi mai puntuale, però a parte quello non mi hai mai dato problemi, la casa la lasci in ordine, non fai casino. Forse... forse potrei persino abbassarti l'affitto."
Il cuore mi fece un balzo. Se me lo avesse abbassato, sarebbe stato un sollievo enorme.
"Ci devo pensare," aggiunse lui, scrutandomi con quegli occhi freddi.
"Grazie," dissi, la voce uscita con un entusiasmo che non riuscivo a nascondere. "Davvero, grazie."
Lui sorrise, quel sorriso che non raggiungeva mai del tutto gli occhi. "Penso meglio se ho una birra," disse, porgendomi il bicchiere vuoto. "Un'altra."
Mi alzai tutto contento, quasi saltellante, sentendo gli shorts attillati muoversi sulle cosce, consapevole di come il tessuto mi stringesse, mi esponesse. Andai in cucina, presi la birra, e quando tornai ero già pronto. Sapevo che per versargliela nel bicchiere avrei dovuto chinarmi, sapevo che metterei le chiappe in mostra al condizionatore, all'aria fredda, a lui. E mentre mi chinavo, inarcai leggermente la schiena, offrendo, presentandogli con gratitudine, una miglior visione delle mie chiappette fasciate in quegli shorts troppo corti, in un gesto che mi umiliava e mi eccitava insieme.
Ma stavolta non arrivò nessun pizzicotto, così quasi deluso tornai a sedermi accanto a lui.
"Sei un bravo ragazzo," disse, poggiando e sollevando ritmicamente la mano sulla mia coscia. Io lo guardai e notai il suo sguardo andare verso il inguine, e sentii il mio piccolo pene gonfiarsi ancora di più, umido di precum, ridicolo nella sua erezione.
"Non voglio suonare scortese," disse lui, con voce bassa, roca, "ma non sembra neanche tu abbia il cazzo."
Arrossii, il calore bruciandomi il viso. Lui rise, ma non era una risata crudele. Era qualcosa di peggio, di più intimo.
"Ma no, dai," continuò. "Saranno i jeans attillati. Però a questo punto sarei curioso di vederlo."
Ero reticente, ma la sua mano era già lì, a sentirmi attraverso il tessuto, poi con un movimento abile di dita mi slacciò il bottone. Mi guardò negli occhi, e io mi arresi. Abbassai gli shorts, alzando un po' le chiappette per farli scivolare, e tirai fuori il cazzo. Eretto, umido di precum, piccolo, patetico.
Lui rise, davvero questa volta. "Non credevo fosse davvero così piccolo."
Non era poi così piccolo rispetto alla media, ma quando lui si alzò, e io vidi il rigonfiamento nei suoi boxer, capii che eravamo di due calibri diversi. Lui si tolse le mutande, le appoggiò sul divano, e prese in mano il suo. Era grosso, pesante, un pezzo di carne che pendeva minaccioso anche se non completamente eretto.
Io sedevo, lui in piedi, nudo, il suo sesso all'altezza del mio naso. L'odore mi colpì immediatamente. Lui prese con una mano il pene e lo sollevò lasciando esposte le palle, l'odoro che avevo sentito prima si fece ancora più intenso.
"Facciamo così, ti abbasso l'affitto," disse, la voce che vibrava di potere, "se mi dai un bacio sulle palle."
Restai immobile, reticente, ma il mio corpo già sapeva. Mi chinai in avanti, lentamente, e posai le labbra su quel sacco pesante, su quella pelle rugosa. Il calore mi bruciò le labbra, l'odore mi riempì le narici. Chiusi gli occhi e posai le labbra su quel sacco pesante, su quella pelle rugosa e calda, ma quando feci per tirarmi indietro, lui smise di tenersi il cazzo con la mano e mi afferrò la spalla. Non violentemente, ma con una fermezza che non ammetteva discussioni. Mi teneva lì, inchiodato, a pochi centimetri dal suo inguine, a respirare il suo odore, a sentire il calore della sua carne contro la mia guancia.
"Un bacio," rise lui. "Non uno schiocco. Deve durare."
Obbedii. Mi attaccai alle sue palle, le baciai, sentendo il sapore salato, intenso, pungente, quasi amarognolo che mi fece contrarre le papille gustative. Poi lui mi disse di usare la lingua.
Ubbidii e tirai fuori la lingua, chiusi gli occhi e leccai, sentendo quella punta acida di sudore maschile che diventava via via sempre più dolce, che mi costringeva a cercarlo attivamente con la punta della lingua.
"Lecca da brava," ringhiava piano. "Forse abbiamo trovato un buon compromesso per l'affitto. Te lo potrei persino dimezzare."
E io leccai con rinnovato entusiasmo, succhiai quelle palle gonfie, le presi in bocca una alla volta, sentendo il peso, il calore, il sapore di una sottomissione che ora mi definiva.
"Tutto questo leccare me lo sta facendo venire duro," disse lui, con voce bassa, quasi sorpresa. Mi guardò, e io sentii le mie dita chiudersi a pugno sulle ginocchia, le nocche che diventavano bianche. "Dammi un bacino sulla cappella."
I miei occhi lo guardarono, supplichevoli, cercando una via d'uscita che non c'era. Le mie labbra si schiusero, reticenti, senza parole.
"Solo quello," disse, con quel tono ragionevole che non ammetteva rifiuti. "Uno solo. Non succede nulla."
Obbedii. Chiusi gli occhi, baciai la punta, sentendo il precum salato sulle labbra. Poi feci per tirarmi indietro, ma la sua mano mi fermò.
"Aspetta," disse, pacato. "Solo una leccatina. Giusto per sentire com'è."
Il mio sguardo cadde sulle sue cosce muscolose, sul rigonfiamento che pulsava. Le mie dita si aprirono, si richiusero, tremanti.
"Non ti chiedo nient'altro," continuò, come se mi stesse facendo un favore. "Solo questo."
Leccai. Quella nota amara-salata mi riempì la bocca. Feci per allontanarmi, ma lui mi guardò con occhi freddi, pieni di pazienza infinita.
"Ora mettila in bocca," disse. "Solo la punta. Solo un secondo."
Le mie labbra si chiusero, si schiusero, aride. Il mio respiro divenne affannoso, il petto che si alzava e si abbassava troppo in fretta.
"Non è nulla," disse, quasi gentile. "Solo la punta."
Entrò. Non violento, ma inesorabile. Riempì la mia bocca con la sua durezza, con il suo peso. Il sapore si intensificava, diventava quasi acre, un sapore di maschio crudo che mi invadeva la gola.
"Continua," disse, e ora la sua voce aveva perso ogni pretesa di richiesta. "Ho voglia di sborrare."
E io continuai, perché ormai ero lì, perché ogni "solo un po'" mi aveva portato a un punto di non ritorno, perché lui lo sapeva, lo aveva sempre saputo, che avrei ceduto pezzo per pezzo, che il "solo un bacino" si sarebbe trasformato in "solo una leccata" e poi in "solo la punta" fino a quando non ci sarebbe stato più nulla da negoziare, solo la mia bocca piena e la sua voglia.
Succhiai, leccai, sentendo il mio piccolo cazzo muoversi, lasciare precum mentre io servivo, mentre ero ridotto a una bocca da cazzo per il padrone di casa.
Quando venne, fu un'esplosione calda, densa, che mi riempì la bocca. Il sapore era schiacciante, amaro, salmastro, terroso.
"Non ingoiare," ordinò. "Sputa nel bicchiere."
Obbedii, sputai nel bicchiere che avevo portato prima, ma a un certo punto era solo saliva al gusto di sborra, e non so perché ma trovavo indecoroso sputare saliva nel bicchiere, quindi decisi di ingoiare. Il sapore della mia saliva mista al sapore del suo cazzo, delle sue palle e della sua sborra scese, mi bruciò la gola, mi marchiò.
"Per questo mese," disse lui, prendendo la busta dei soldi e restituendomene la metà, "lo dimezzo. Il mese prossimo si paga normale. A meno che... non mi venga qualcosa in mente."
Annuii, mi rialzai, cercai di stiracchiare i muscoli delle gambe tesi dallo star fermo a lungo in quella posizione, e feci per raggiungere i pantaloni. Il padrone mi bloccò "Metà dell'affitto, e mi tengo i tuoi pantaloni. Tu torni con quegli shorts."
Mi vestii, o meglio, mi rimisi gli shorts e la maglietta strappata. Il ritorno a casa fu una processione di umiliazione. Ogni sguardo sulla metro mi bruciava, ogni persona che mi vedeva con quegli shorts cortissimi, con la pancia scoperta, le ginocchia arrossate e chissà se riuscivano a sentire come la mia bocca ancora sapeva di sborra, sapeva di sottomissione.
Eppure, camminando, sentendo l'aria sulle chiappe, il sapore che mi persisteva sulla lingua, quella vergogna fredda che mi avvolgeva, trovai una pace terribile e, per la prima volta da che mi ero trasferito, non vedevo l'ora che tornasse il giorno di pagare l'affitto.
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