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ALLA CATTEDRA


di La-mandria
27.10.2026    |    1.081    |    13 9.2
"La professoressa chiuse gli occhi per un istante, lasciandosi attraversare da un brivido sottile che le percorse la colonna vertebrale..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


Il liceo classico Virgilio svuotava le sue aule di marmo e graniglia esattamente alle ore quattordici, quando l'ultima campanella, un rintocco metallico e secco che sapeva di ferro e stanchezza, si frantumava contro i soffitti alti quattro metri delle aule storiche.
In quella specifica classe, la IV B, situata all'ultimo piano dell'ala nord, il silenzio non arrivava mai di colpo. Si insinuava lentamente, come un sedimento che si posa sul fondo di un bicchiere d'acqua mossa.
Prima c'era stato il frastuono delle sedie trascinate con violenza contro il pavimento, lo sciabordio dei libri richiusi a forza dentro gli zaini di cuoio o tela, il vociare confuso e sovrapposto dei ragazzi che parlavano di uscite pomeridiane, di interrogazioni evitate per miracolo, di un'adolescenza vissuta con l'urgenza di chi pensa che ogni giorno sia decisivo. Poi, uno a uno, i passi si erano diradati nel corridoio.
Il battito sordo degli anfibi e delle sneakers aveva scosso il parquet per qualche minuto, rincorrendosi lungo le scale di pietra, per poi svanire del tutto, inghiottito dall'immensità silenziosa di un edificio ottocentedesco che sembrava respirare di vita propria.
Alla cattedra, Elena era rimasta immobile.
Il tempo scolastico aveva una sua metrica spietata, fatta di moduli da cinquantacinque minuti, di cambi d'ora scanditi dai collaboratori scolastici, di sguardi lanciati attraverso il registro elettronico o sopra la montatura sottile degli occhiali. Ma quel pomeriggio, alle porte dell'autunno inoltrato, la luce che filtrava dalle vetrate alte e centinate aveva una consistenza quasi fisica. Era una luce radente, dorata, intrisa di particelle di polvere in sospensione che danzavano pigre nei fasci obliqui, tagliando l'aula a metà come una lama di luce fredda e calda allo stesso tempo.
Elena non aveva ancora chiuso il registro cartaceo, un'abitudine antica a cui non sapeva rinunciare, nonostante la digitalizzazione imperante. Le sue dita, affusolate, fredde e prive di anelli per scelta estetica e professionale, sfioravano la copertina di cartone telato nero, consumata agli angoli. Indossava un abito di lana sottile color verde scuro, accollato, che fasciava la silhouette con rigore geometrico, quasi a voler ribadire, attraverso la stoffa, la barriera invalicabile del ruolo. Sotto il tessuto pesante, il profilo delle spalle era teso, rigido, e ogni respiro profondo muoveva impercettibilmente il petto, tradendo una vulnerabilità segreta che la trama della lana cercava invano di contenere. I capelli castani, lucidi e spessi, erano raccolti in uno chignon morbido sulla nuca, sebbene qualche ciocca ribelle fosse già sfuggita alla costrizione delle forcine di tartaruga, ricadendo umida per la leggera calura lungo la linea del collo, là dove la pelle tradiva un fremito accelerato e continuo. Le labbra, solitamente serrate in una linea neutra e professionale, apparivano asciutte, appena morse sui bordi da un'inquietudine sottile che ne aveva alterato il colore naturale. Nei suoi occhi color nocciola, solitamente freddi e schermati da una distanza professionale, si agitava adesso un riflesso liquido, tradito da palpebre che sbattevano più spesso del normale.
A venti passi di distanza, nell'ultimo banco della fila centrale, vicino al grande termosifone in ghisa che emetteva un ticchettio ritmato e sordo, Chiara era ancora seduta.
Non aveva raccolto i libri.
La sua cartella era appoggiata a terra, ai suoi piedi, come un'ancora pesante gettata in fondo al mare. Le braccia erano incrociate sopra il ripiano di legno massello, graffiato dalle incisioni di generazioni di studenti precedenti, e i gomiti puntati facevano risaltare la linea affilata delle clavicole attraverso il tessuto aderente di una maglia a coste nere.
Chiara frequentava l'ultimo anno. Aveva compiuto la maggiore età a giugno, un dettaglio anagrafico che in quel contesto assumeva il valore di una linea d'ombra varcata senza clamore. Era una ragazza che possedeva una bellezza tagliente, per nulla convenzionale: i capelli corvini, tagliati lisci e pari poco sotto le spalle, sfioravano le scapole ad ogni minima oscillazione del busto, incorniciando un viso ovale dai tratti netti, dominato da due occhi scuri, profondi, cerchiati da una leggera e naturale ombra sotto le palpebre che ne accentuava l'intensità febbrile. Aveva una bocca carnosa, umettata di continuo dalla punta della lingua per la secchezza della gola, e una corporatura sottile ma incredibilmente definita, un corpo giovane e teso come una corda di violino che emanava una presenza magnetica, impossibile da ignorare anche nella stanza più affollata. L'epidermide olivastra, scaldata dai raggi obliqui del tramonto, emanava una freschezza vibrante che contrastava con la compostezza rigida dell'aula.
Il silenzio tra di loro durò quanto bastava per svuotare il mondo esterno di ogni senso.
«Chiara» ruppe l'incantesimo Elena, senza alzare la voce. Il timbro era quello consueto, limpido, calibrato da anni di lezioni frontali, ma c'era una vibrazione sotterranea che tradiva l'eccezionalità del momento. «La campanella è suonata da un quarto d'ora. I tuoi compagni sono già fuori dal cancello. Se hai bisogno di chiarimenti sul programma d'esame o sulla tesina, avresti dovuto prenotare il ricevimento ufficiale.»
Chiara non rispose immediatamente. Rimase seduta, immobile, studiando ogni micro-movimento della professoressa con un'attenzione famelica. I suoi occhi seguirono il battito accelerato della vena alla base del collo di Elena, visibile contro la pelle chiara, un piccolo punto pulsante che tradiva la tempesta nascosta sotto l'apparente autocontrollo della docente. Poi, con un lento movimento della testa, sollevò il mento. Il suo viso si illuminò della luce radente del sole calante, che ne accentuò i lineamenti fieri e la curva perfetta delle labbra socchiuse.
«Non ho bisogno di chiarimenti sul programma, professoressa» disse Chiara.
La sua voce era roca, bassa, dotata di una risonanza che sembrava amplificata dall'acustica perfetta dell'aula vuota. «E lei sa benissimo che non è per questo che sono rimasta.»
Elena sentì un muscolo tendersele lungo la mascella, i denti posteriori serrati a stringere un consenso negato. Abbassò lo sguardo sui fogli sparsi davanti a sé, il saggio che Chiara le aveva consegnato la mattina stessa, un'analisi spregiudicata e vertiginosa attorno al concetto di autorità e desiderio nella letteratura decadente. Le pagine erano fitte di annotazioni a margine, scritte con una calligrafia elegante, nervosa, quasi febbrile, dove la pressione della penna aveva quasi lacerato la cellulosa della carta.
«Quello che hai scritto in queste pagine va oltre i confini della materia, Chiara» riprese Elena, cercando disperatamente di riappropriarsi della distanza accademica, di erigere una fortezza fatta di codici deontologici e di anni di studio trascorsi sui libri di filologia, mentre le sue dita stringevano la penna stilografica fino a far sbiancare le nocche. «Ci sono considerazioni... toni che non appartengono a un compito scolastico. C'è una densità emotiva che scivola nella confessione. La scuola richiede rigore critico, misura, oggettività. Non un diario intimo.»
Chiara si mosse.
Il suo scatto fu fluido, privo di esitazioni. Raccolse la borsa, la lasciò cadere di nuovo a terra con un tonfo sordo, poi si alzò in piedi. Ogni suo passo lungo il corridoio centrale dell'aula risuonava con una limpidezza quasi crudele sul pavimento in graniglia. Il battito dei suoi stivaletti bassi, unito al frusciare sordo del tessuto dei pantaloni scuri contro le gambe snelle, segnava il tempo di un avvicinamento inesorabile.
Non camminava come un'alunna che si reca alla cattedra per subire un richiamo o per mostrare un esercizio corretto; camminava con la grazia consapevole di chi sa di avere il controllo totale del campo magnetico della stanza, il bacino leggermente inclinato, le braccia morbide lungo i fianchi, il respiro regolare che non tradiva alcuna esitazione.
Quando giunse ai piedi della cattedra, non si fermò alla distanza di cortesia che separava tradizionalmente il banco del docente da quello del discente. Fece un passo ulteriore, superando la linea invisibile del potere istituzionale. Appoggiò i palmi delle mani direttamente sul legno scuro e lucido della cattedra, inclinando leggermente il busto in avanti.
Quell'atto ridusse la distanza fisica a pochissimi centimetri. Le mani di Chiara, con le dita lunghe e le unghie corte e curate prive di smalto, premevano contro il piano di legno in modo deciso, facendo appena sbiancare i polpastrelli.
Elena dovette indietreggiare impercettibilmente con il busto, premendo la schiena contro lo schienale imbottito della sedia, pur rimanendo ancorata alla sua postazione. Poteva percepire chiaramente il calore corporeo che emanava da Chiara, un calore vivo, giovane, mescolato al profumo leggero di ambra e tabacco biondo che le apparteneva, un'essenza calda che saturava lo spazio ristretto tra i loro corpi. I loro sguardi si scontrarono frontalmente, a brevissima distanza. Negli occhi scuri di Chiara, resi quasi lucidi dall'emozione e dalla vicinanza, si intravedevano le pupille dilatate, fisse in una sorta di sfida lucida, mista a un'attesa profonda, quasi dolorosa. La vicinanza era tale che Elena poteva avvertire l'irregolarità sottile del petto della ragazza, il movimento ritmico della stoffa della maglia che si sollevava e si abbassava a ogni respiro, quasi a voler accorciare ulteriormente il vuoto che le separava.
«Il rigore di cui parla lei, professoressa, è solo una corazza» sussurrò Chiara, inclinando la testa, i capelli corvini che scivolavano su una spalla come una cascata d'inchiostro, sfiorando il bordo della cattedra. La sua voce era un filo sottile che accarezzava la pelle del viso di Elena, sfiorandole le labbra socchiuse. «Ci insegnate ad analizzare la passione degli altri secoli, a sezionare i versi dei poeti morti, a parlare di Eros e Thanatos come se fossero concetti astratti stampati su un manuale di letteratura. Ma quando qualcuno scrive la verità, quando qualcuno mette nero su bianco ciò che brucia davvero, voi vi spaventate. Perché perdete il controllo delle categorie.»
Le parole di Chiara colpirono Elena con la precisione di un bisturi. La professoressa sentì il respiro farsi più corto, trattenuto a metà tra i polmoni e la gola, mentre il battito del suo cuore le rimbombava fastidiosamente nelle orecchie, coprendo il ticchettio del termosifone. Per un istante, il volto di Chiara le apparve non come quello di una studentessa all'ultimo anno di liceo, ma come uno specchio implacabile in cui si rifletteva tutto ciò che Elena aveva cercato di reprimere, di dimenticare, di seppellire sotto una coltre di formalismi, di giacche scure, di lezioni impeccabili e di sguardi sempre misurati.
Anni prima, lei stessa era stata quella ragazza. Aveva posseduto lo stesso fuoco cieco, la stessa urgenza di divorare il mondo e di pretendere risposte da chi si ostinava a offrire solo definizioni. E ora, trovarsi dall'altra parte della cattedra, inchiodata da quello sguardo così sfacciatamente adulto e vulnerabile insieme, generava in lei un vortice di vertigine psicologica e di sensualità sottile, fatta di silenzi densi, di muscoli tesi e di un'elettricità trattenuta che rendeva la pelle bollente nonostante l'aria fresca della sera che iniziava a filtrare dai vetri.
«Non è questione di paura, Chiara» mormorò Elena, e la sua voce era scesa di registro, perdendo ogni spigolo istituzionale per farsi incredibilmente morbida, roca, quasi un segreto sussurrato nella penombra dell'aula. I suoi occhi scesero per un breve, irrefrenabile secondo sulle labbra socchiuse della ragazza prima di risalire. «È questione di sopravvivenza. Di sapere che ci sono spazi che non possono essere violati senza alterare per sempre gli equilibri.»
«E se quegli equilibri fossero stati costruiti solo per essere distrutti?» replicò l'alunna, senza indietreggiare di un millimetro, i suoi occhi fissi in quelli di Elena, così vicini che la professoressa poteva distinguere le ciglia fitte e la curva sottile del naso della ragazza.
Il respiro di Chiara si mescolava al suo, un flusso d'aria calda che accarezzava la pelle del viso di Elena, muovendole impercettibilmente le ciocche ribelli vicino alle tempie.
Nella stanza, il ticchettio del termosifone sembrava l'unico battito rimasto a scandire il tempo di un universo che si era contratto in quello spazio di pochi metri quadrati.
Il tonfo sordo della penna stilografica sul legno della cattedra segnò il crollo definitivo di ogni argine, l'ultimo confine istituzionale che si sbriciolava sotto il peso della realtà. Non c'erano più ruoli, né registri, né distanze formali: c'era solo l'urgenza di un contatto che non poteva più essere rimandato.
Quando Chiara si mosse, aggirando l'angolo del banco con un passo deciso, lo spazio tra di loro si annullò all'istante.
Le sue mani non esitarono: risalirono con forza dai polsi sottili di Elena, scivolando lungo gli avambracci tesi e tesero la stoffa pesante dell'abito di lana scura, attirando la professoressa a sé con una possessività bruciante. Elena emise un gemito strozzato, un sussulto profondo che le spezzò il respiro in petto, mentre la sua sedia scivolava all'indietro sul pavimento con un fruscio leggero, lasciandola in piedi, completamente esposta eppure protetta da quell'abbraccio inaspettato.
I loro corpi si scontrarono con la forza di una calamita. Il ventre di Chiara premette con decisione contro quello di Elena, annullando ogni millimetro d'aria, mentre le loro mani si intrecciavano con una frenesia quasi disperata. Elena sollevò il viso, le labbra socchiuse in un ansimare bollente che incontrò immediatamente la bocca della ragazza.
Il bacio fu un'esplosione: profondo, avido, privo di qualsiasi cautela. Le lingue si cercarono con un'urgenza feroce, nutrita da mesi di sguardi rubati, di silenzi pesanti e di parole trattenute tra i banchi di scuola. Il sapore dell'attesa si sciolse in un bacio che sapeva di liberazione e di fuoco. Le mani di Chiara scivolarono sotto la stoffa dell'abito, esplorando la pelle calda e vellutata della schiena di Elena, tracciando ogni singola linea dei muscoli tesi, facendola sussultare ad ogni tocco con un brivido che le percorse la spina dorsale da capo a piedi.
Dall'altro lato, le dita di Elena si affondarono con forza nei capelli corvini della ragazza, stringendoli, tirandoli leggermente per costringere Chiara a scoprire ancora di più il collo, mentre la sua bocca scendeva a baciare la linea della mascella, l'incavo della spalla, il punto esatto in cui la pelle pulsava di un calore febbrile.
La cattedra divenne il fulcro e l'altare di quell'abbandono: il peso dei loro corpi vi si adagiò parzialmente, tra i fogli sparsi del saggio e le pagine del registro dimenticato. La stoffa scura dei vestiti scivolò via, strappata al controllo della ragione, lasciando che la pelle nuda si scontrasse finalmente con la pelle nuda. Ogni respiro divenne un lamento condiviso, un ritmo spezzato e sincrono che riempiva il silenzio dell'aula vuota.
Si fusero l'una nell'altra con una passione totalizzante, unendo i loro corpi in un crescendo di brividi, di carezze e di sguardi brucianti che cancellarono il mondo fuori dalle vetrate. Il tepore del tramonto dorato le avvolgeva come un mantello, mentre l'eco del loro amore faceva vibrare le pareti storiche del liceo, trasformando quel pomeriggio d'autunno nell'unico, eterno istante in cui tutto aveva finalmente trovato il suo senso.
Il tempo, là dentro, aveva smesso di possedere una metrica misurabile. Non esistevano più i cinquantacinque minuti dei moduli scolastici, né i rintocchi pesanti della campanella che scandivano la vita ordinata del liceo Virgilio. C'era soltanto il respiro – ora affannato, ora incredibilmente lieve – che rimbalzava contro i soffitti affrescati dell'aula, mescolandosi al ticchettio sordo e lontano del termosifone in ghisa.
Sulla superficie scura della cattedra, tra i fogli del saggio di letteratura decadente sgualciti dal peso dei loro corpi e le pagine aperte del vecchio registro rilegate in tela nera, i vestiti abbandonati tracciavano una geografia di confini ormai dissolti.
Elena giaceva parzialmente adagiata sul piano di legno, la schiena protetta dal palmo della mano di Chiara che le sosteneva la nuca, impedendole di toccare la superficie rigida. La luce dorata e radente del sole, calato ormai quasi del tutto oltre i tetti della città, tingeva le loro pelli di un ambra profondo, quasi irreale, esaltando ogni singolo dettaglio di quel paesaggio intimo e segreto.
Chiara era china su di lei, con i capelli corvini che ricadevano a tendina, sfiorando le spalle e il petto di Elena in un solletico leggero. Nei suoi occhi scuri, solitamente protetti da una corazza di intelligenza tagliente e sfrontata, c'era adesso una quiete immensa, la fiera consapevolezza di aver oltrepassato una soglia che non ammetteva ritorno.
Con un gesto di straordinaria delicatezza, insolito per la forza irruenta che aveva animato i loro primi tocchi, Chiara allungò una mano e le scostò una ciocca di capelli umidi dalla fronte, tracciando poi con il polpastrello il profilo dell'arco di trionfo della sua spalla, la curva delicata della clavicola, il punto esatto in cui la pelle tradiva ancora il battito accelerato del cuore.
«E adesso?» sussurrò Elena, la voce ridotta a un soffio roca, quasi irriconoscibile persino per le sue stesse orecchie. Le palpebre erano socchiuse, le labbra leggermente gonfie e dischiuse, segnate dal bacio lungo e famelico che le aveva consumate. Nei suoi occhi color nocciola non c'era traccia del terrore che avrebbe dovuto cogliere una docente in quella situazione; c'era soltanto una vertigine profonda, la stessa sensazione di caduta libera che si prova quando si spalanca una finestra su un abisso desiderato per anni.
Chiara sorrise, un movimento appena accennato delle labbra carnose che si rifletté nello sguardo di Elena come una promessa. Si chinò ancora un po', premendo la fronte contro quella della professoressa, in un contatto intimo e silenzioso che valeva più di mille argomentazioni filologiche.
«Adesso niente, professoressa» rispose Chiara, usando quel titolo non più come una distanza o una barriera istituzionale, ma come un codice privato, un soprannome carico di una complicità feroce e dolcissima. «Fuori ci sono i cancelli chiusi, i professori che correggono le verifiche in Sala Insegnanti e il mondo che continua a fingere che tutto sia immobile. Ma qui dentro... qui dentro non esiste più niente di tutto questo.»
Le parole di Chiara scivolarono sulla pelle di Elena come un balsamo caldo.
La professoressa chiuse gli occhi per un istante, lasciandosi attraversare da un brivido sottile che le percorse la colonna vertebrale. Sollevò lentamente le braccia, le mani ancora pesanti di stanchezza e di un piacere appena sopito, e le posò sui fianchi sottili della ragazza, stringendoli con una fermezza nuova, quasi protettiva. Sentiva sotto i palmi il tessuto leggero della maglia, il calore vivo dei muscoli tesi, la linea perfetta di un corpo che racchiudeva in sé tutta la giovinezza che lei stessa aveva smesso di ascoltare, seppellendola sotto i libri di testo, le riunioni collegiali e il rigore silenzioso delle sue giornate.
Si rialzarono lentamente, aiutandosi a ricomporre i vestiti con gesti lenti, quasi rituali, in un silenzio che non era più imbarazzo ma rispetto sacrale per ciò che era accaduto.
L'abito di lana verde scuro tornò a fasciare il corpo di Elena, ma la rigidità geometrica di prima sembrava svanita, incapace di imprigionare una silhouette che ora custodiva una segreta e vibrante leggerezza. Chiara raccolse la sua cartella da terra, se la gettò a tracolla con un movimento fluido, lo sguardo sempre fisso sulla professoressa, come se temesse che distogliere gli occhi anche solo per un secondo potesse dissolvere quell'incantesimo.
L'aula intanto si era riempita delle prime ombre della sera. Il blu profondo del crepuscolo cominciava a filtrare attraverso i vetri alti e centinati delle finestre, cancellando le ultime lame di luce dorata del tramonto e spegnendo i contorni dei banchi in legno massello, delle lavagne nere e dei busti in gesso dei poeti appoggiati sulle mensole alte. Il ticchettio del termosifone si era fatto più rado, quasi un battito cardiaco che rallentava dopo una corsa sfrenata.
Elena si avvicinò alla cattedra, sistemando con mani leggermente tremanti il registro cartaceo che era rimasto aperto durante tutto quel tempo. Le pagine spiegazzate conservavano il segno visibile della loro intimità, un segreto muto custodito tra le righe delle assenze e dei voti. Raccolse la penna stilografica, la rimosse dal piano e la infilò nella tasca della giacca, poi sollevò lo sguardo verso Chiara, che la aspettava vicino alla porta socchiusa dell'aula, con la mano posata sulla maniglia d'ottone brunito.
«Domani mattina» mormorò Elena, cercando di ritrovare quel timbro limpido e istituzionale che per anni era stato la sua maschera protettiva, sebbene adesso suonasse incredibilmente fragile e carico di una nuova consapevolezza. «Domani mattina ci sarà la lezione di letteratura. Parleremo del Romanticismo tedesco. Dei Canti di notte di Novalis.»
Chiara rimase sulla soglia per qualche istante, la luce bluastra del corridoio che le disegnava la sagoma fiera e i capelli scuri lungo il profilo del collo. Il suo sorriso fu una risposta silenziosa, tagliente e luminosa al tempo stesso.
«Ci sarò, professoressa» disse, con quella voce roca e bassa che sembrava ancora vibrare nell'acustica perfetta della stanza. «E vedrò di non farmi trovare impreparata.»
La porta si richiuse con un clic leggero, secco, che risuonò lungo il corridoio vuoto dell'ala nord.
Elena rimase sola nella penombra dell'aula. Il profumo di ambra e tabacco biondo aleggiava ancora nell'aria, mescolandosi all'odore della carta vecchia, del legno lucido e della cera per pavimenti. Fece un respiro profondo, chiudendo gli occhi per un secondo, sentendo il sangue scorrere caldo nelle vene, vivo e pulsante come non accadeva da tempo immemore. Poi prese la borsa, spense la luce della cattedra e si avviò verso l'uscita, pronta a percorrere i lunghi corridoi di marmo del liceo Virgilio, sapendo che, da quel momento in poi, ogni passo avrebbe avuto un peso e un significato completamente diversi.

Vacca 24
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