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Il gruppo di Amici - Capitolo 2


di Membro VIP di Annunci69.it AlladinsLamp
21.05.2026    |    1.136    |    4 9.3
"— "E tu?" — domandò sottovoce — "Tu cosa vuoi vedere?" Non risposi subito..."
I tre giorni successivi passarono con una lentezza esasperante. Ogni volta che il telefono vibrava sul tavolo per un nuovo messaggio nel gruppo WhatsApp dei "Cinque", sentivo una scossa elettrica attraversarmi le dita. Mario scriveva con la solita flemma, mandando meme o proponendo il locale per il weekend; la sua fidanzata rispondeva con le consuete emoji scanzonate. A guardare la conversazione dall'esterno, sembrava tutto perfettamente normale. Eppure, ogni volta che quegli stessi messaggi comparivano sullo schermo, io rivedevo la stanza semi-buia della videocamera, la fotografia delle mie scarpe artigianali e le confessioni sorprendenti di un uomo che aveva deciso di affidarmi un segreto molto più grande di quanto avessi immaginato.

Il venerdì sera arrivò finalmente, e con esso il momento di scoprire fino a che punto quel gioco virtuale avrebbe retto l'impatto con la realtà. Il copione della serata sembrava destinato a seguire i binari di sempre, ma per me l'atmosfera era satura di un'elettricità completamente nuova. Stavolta non eravamo immersi nella calca della pista da ballo, bensì nel privé rialzato di un cocktail bar dall'illuminazione soffusa, circondati da divani di velluto scuro. Meno rumore, più vicinanza. Più possibilità di guardarsi negli occhi.

Alessandro e la sua ragazza erano andati al bancone a ordinare un altro giro di drink, mentre Stefano e Claudio erano usciti nel patio per fumare. Nel privé eravamo rimasti soltanto noi tre: io, Mario e lei. La ragazza si era tolta la giacca, rimanendo con un top di seta bordeaux che lasciava scoperte le spalle e metteva in risalto l'abbronzatura. Sedeva sul divanetto di fronte al mio, con le gambe accavallate, facendo oscillare distrattamente un sandalo dal tacco sottile.

Mario le sedeva accanto, con un braccio appoggiato pigramente sullo schienale dietro le sue spalle. Era un gesto apparentemente casuale, ma quella sera mi sembrò avere un significato diverso. Lo osservai per qualche secondo, poi spostai lo sguardo sulla ragazza. Lei sembrava perfettamente consapevole di entrambi.

— "Allora," — esordì, sporgendosi verso il tavolino e incrociando i miei occhi con quel solito sorrisetto disinibito che un tempo mi mandava in bestia e che adesso riusciva soltanto a mettermi in difficoltà — "stasera vi vedo mosci, voi single. Stefano e Claudio sono scappati fuori, mentre tu te ne stai lì imbambolato a guardare il ghiaccio che si scioglie. Che c'è, ti sei stancato di noi?"

Il doppio senso sarebbe probabilmente sfuggito a chiunque altro, ma per me risuonò forte come una fucilata. Guardai Mario per una frazione di secondo. La sua mano, appoggiata sul velluto del divano, si era improvvisamente tesa e le dita si erano contratte appena. Ci stava osservando. Decisi che era arrivato il momento di rompere il teatro. Mi appoggiai all'indietro, sostenni lo sguardo della ragazza e sorrisi lentamente, con una sicurezza forse eccessiva.

— "Non sono affatto stanco," — risposi, abbassando la voce di un tono, abbastanza perché la musica non coprisse le mie parole ma costringendola comunque a prestarmi attenzione — "anzi, stavo proprio pensando che sei tu, stasera, ad avere troppa energia da spendere."

Lei mi fissò per qualche istante. Sul suo volto ricomparve quel solito sorriso provocatorio, la stessa espressione con cui io, Claudio e Stefano avevamo sempre giocato nelle settimane precedenti. Si sistemò i capelli all'indietro e lanciò una rapida occhiata a Mario, che continuava a rimanere immobile con il bicchiere in mano. Poi tornò a guardare me.

— "Ah, sì?" — domandò, sporgendosi leggermente verso il mio divanetto — "E sentiamo... hai intenzione di restartene lì a guardare oppure decidi finalmente di fare qualcosa?"

In quel preciso momento il mio telefono vibrò. Era un messaggio di Stefano: «Oh, abbiamo beccato due tipe qui fuori nel patio. Ci spostiamo al bancone dell'altro piano con loro, ci vediamo dopo». Quasi contemporaneamente Alessandro e la sua ragazza sbucarono dalla folla soltanto per fare un cenno con la mano.

— "Ragazzi, a lei è venuto un mal di testa tremendo. La riaccompagno a casa," — gridò Alessandro per sovrastare un improvviso picco della musica, prima di girarsi e scomparire nuovamente tra la gente.

Misi via il telefono. Le circostanze avevano deciso per noi. Al tavolo eravamo rimasti soltanto in tre, isolati in quell'angolo di velluto scuro e protetti dalle ombre del privé. La musica aveva ricominciato a salire d'intensità, ma intorno a noi sembrava quasi essersi creato uno spazio separato dal resto del locale.

Mario non disse una parola. Teneva gli occhi fissi su di noi e stringeva lentamente il bicchiere tra le dita. Guardai lei, assaporando la vicinanza e l'elettricità che sembrava essersi impossessata dell'aria. Poi mi alzai in piedi, le tesi una mano e sostenni il suo sguardo.

— "Ti va di ballare?"

Lei guardò la mia mano, poi guardò Mario. Fino a quel momento, ogni sua provocazione in discoteca era sempre stata frenata da una linea invisibile, un codice non scritto. Doveva essere soltanto un gioco visivo, un modo per stuzzicare gli amici senza mai oltrepassare davvero il limite. Ma quella sera qualcosa era cambiato. Eravamo rimasti soli noi tre e Mario era lì, a un passo da lei, immobile e silenzioso.

La ragazza afferrò la mia mano e si alzò. Non sembrava più intenzionata a preoccuparsi di ogni gesto o a fingere che tutto fosse casuale. La presenza di Mario, così silenziosa e apparentemente consapevole, aveva trasformato il significato di quella situazione. Lei lo sapeva. Io lo sapevo. E, soprattutto, lo sapeva lui.

Si posizionò nello spazio stretto tra i due divanetti, esattamente davanti a me, e iniziò a muoversi seguendo il ritmo della musica. Non era il solito ballo spensierato delle altre sere. Ogni movimento sembrava studiato per attirare il mio sguardo. Inarcò leggermente la schiena, gettò indietro la testa e mi guardò con gli occhi socchiusi, muovendo lentamente i fianchi.

Mi avvicinai. La distanza tra noi diminuì fino quasi a scomparire. Sentii il calore del suo corpo e il profumo dolce della sua pelle. Lei non si allontanò. Al contrario, continuò a seguire il ritmo, come se volesse rendere evidente a Mario ogni singolo gesto. Io alzai lo sguardo verso il mio amico.

Era ancora lì.

Non distoglieva gli occhi. Non sembrava arrabbiato, né sorpreso. Sul suo volto c'era qualcosa di molto più difficile da interpretare: una tensione trattenuta, quasi una forma di incredulità davanti a ciò che stava realmente accadendo.

La ragazza se ne accorse. Per un istante incrociò lo sguardo di Mario e sorrise. Poi tornò a guardare me. Quel piccolo gesto fu sufficiente per farmi capire che il vecchio confine era ormai scomparso.

Mi avvicinai ancora e lei lasciò che le mie mani raggiungessero i suoi fianchi. Il contatto fu breve, ma nessuno dei due fece un passo indietro. La musica copriva ogni parola e il resto del locale sembrava improvvisamente lontanissimo.

Mi chinai verso il suo orecchio.

— "Guarda come ti sta guardando," — le sussurrai, mantenendo gli occhi su Mario — "credo che sia esattamente quello che voleva vedere."

Lei rimase in silenzio per qualche secondo. Poi voltò appena il viso verso di me.

— "E tu?" — domandò sottovoce — "Tu cosa vuoi vedere?"

Non risposi subito. Guardai Mario ancora una volta. Era rimasto immobile, ma il suo sguardo diceva abbastanza. Tornai a fissare lei e sorrisi.

— "Credo che lo scopriremo stasera."

Lei sostenne il mio sguardo. Per un momento nessuno dei tre si mosse. Poi la musica cambiò, diventando più lenta, e la ragazza si avvicinò ancora. Il suo gesto fu una risposta molto più eloquente di qualsiasi parola.

Da quel momento in poi, il gioco smise definitivamente di essere soltanto una provocazione innocente. La tensione accumulata nei giorni precedenti era ormai diventata impossibile da ignorare. Mario continuava a osservare in silenzio, mentre io e lei rimanevamo sempre più vicini.

Mi voltai verso di lui.

— "Tutto bene?" — domandai con un mezzo sorriso.

Mario sollevò lentamente il bicchiere, bevve un sorso e annuì.

— "Benissimo," — rispose infine — "continuate pure."

Quelle due parole cambiarono completamente l'atmosfera. La ragazza abbassò lo sguardo per qualche secondo, poi tornò a fissarmi. Nei suoi occhi c'era la consapevolezza di aver appena ricevuto una risposta che nessuno dei tre avrebbe più potuto fingere di non aver sentito.

Il resto della serata sarebbe stato diverso da tutte le precedenti. Non c'erano più amici intorno, né battute dietro cui nascondersi, né la possibilità di fingere che tutto fosse soltanto un gioco tra conoscenti. Eravamo rimasti soltanto noi tre, e il confine che fino a quel momento ci aveva tenuti separati era ormai diventato sottilissimo.

Mi avvicinai ancora una volta alla ragazza e lei non si tirò indietro. Mario continuava a guardarci. Nessuno dei tre aveva più bisogno di spiegare cosa stesse succedendo.

Il gioco era appena cominciato.


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