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Il gruppo di Amici - Capitolo 5


di Membro VIP di Annunci69.it AlladinsLamp
17.07.2026    |    113    |    1 9.3
"— "Guarda bene, cornuto, " — dissi guardando fisso l'obiettivo, — "guarda come uso la sua bocca che ieri sera quando me lo ha pulito mi ha fatto venire voglia di fottergliela..."
L’aria nella stanza era densa, satura di un calore umido e dell’odore acre di sesso. Mi sfilai da lei con una lentezza deliberata, lasciando che il battito cardiaco tornasse lentamente a un ritmo umano.

Lei rimase esattamente dove si trovava: a pecora su Mario, nuda, il corpo segnato dai fluidi, le mani ancora abbandonate sulle gambe di lui.

— "Resta così," — le ordinai con tono asciutto, — "non ti muovere finché non ce ne saremo andati."

Mi avvicinai al suo viso. Con le dita, raccolsi una goccia di sperma che le segnava la guancia, portandola verso la sua bocca.

— "Avanti, assaggiala," — le dissi. Lei obbedì, socchiudendo le labbra per accogliere le mie dita, mentre Mario la osservava da sotto, con gli occhi sbarrati, in un misto di agonia e godimento voyeuristico.
I ragazzi imbarazzatissimi per quanto appena successo, erano pronti per andarsene, e stavano già raggiungendo l’ingresso.

— "Ehi, ragazzi," — esclamai, fermandoli a un passo dall'uscita. — "Non vorrete mica andarvene così? Merita un saluto diverso. Datele una pacca sul culo e salutate, va'. Ci sarà sicuramente una prossima volta."

A turno, si avvicinarono. Ognuno di loro le diede una pacca decisa sulla natica nuda, un gesto di possesso finale che fece sussultare il corpo di lei.

— "Buonanotte," — mormorarono a bassa voce, prima di sparire nel corridoio.

La porta di casa si chiuse con un colpo secco, lasciandomi solo con loro due nel silenzio della stanza. Mi avvicinai a lei, che era ancora nella stessa posizione, immobile. Le diedi una pacca secca sul culo, un saluto che la fece fremere.

Poi, davanti agli occhi di Mario, iniziai a sbottonarmi i pantaloni.
Tirai fuori il mio membro, ancora parzialmente intorpidito. Lo scappellai con calma, guardandola dall'alto in basso con un sorriso gelido.

— "Guarda, lo sento ancora un po' sporco," — dissi, indicando il solco tra la pelle e la testa del cazzo. — "Puliscimelo."

Lei non esitò. Si spostò leggermente dal corpo di Mario, scese verso di me e, con una devozione che non ammetteva repliche, prese il mio membro in bocca, iniziando a pulirlo con cura, avvolgendolo con le labbra calde.

La guardai lavorare per qualche secondo, soddisfatto di quella chiusura. Le accarezzai i capelli, poi mi staccai.

— "Molto bene," — conclusi, ricomponendomi. — "Ci sentiamo nei prossimi giorni."

Girai i tacchi e uscii di casa, lasciandoli soli nel buio, in quella posa che avrebbero continuato a fissare per il resto della notte.

Il mattino dopo, la luce filtrò tra le tapparelle della mia camera, ma il ricordo della notte precedente era ancora incandescente, una scia di immagini che mi scorrevano davanti agli occhi come un film ossessivo. Mi sedetti al tavolo, il caffè amaro in mano, e fissai lo schermo del telefono. Non c’era spazio per i saluti, solo per il consolidamento di quel dominio.

Digitai un messaggio secco, brutale, una sentenza:

"Cornuto. Da oggi in poi tienimi aggiornato su tutti i vostri spostamenti. Ho bisogno di sapere sempre, in tempo reale, dove siete tu e la mia cagna. Non una parola di troppo, solo informazioni. Muoviti."

La risposta di Mario non si fece attendere. Vibrava di una sottomissione meccanica: "Siamo appena usciti di casa, dobbiamo andare a sbrigare una commissione in centro."

Digiti subito, sentendo l'adrenalina risalire lungo la schiena:

"Prendete la metro?"

"Sì, stiamo scendendo in stazione adesso."

Sorrisi. Il controllo era diventato la mia droga.

"Perfetto. Ci incontriamo alla fermata di casa mia tra mezz'ora. Non tardare."

Arrivai alla banchina con qualche minuto di anticipo, mimetizzato tra i pendolari. Quando li vidi scendere dal vagone, l'impatto fu immediato: lui, Mario, camminava con le spalle curve, lo sguardo fisso a terra; lei, la mia troia, lo seguiva come un'ombra. Mi avvicinai a loro, parlando a voce bassa, una lama di ghiaccio nel silenzio della stazione:

— "Mario, tu resti qui vicino all'entrata del bagno degli uomini. Fai da palo. Se vedi qualcuno, avvisa. È l'unico compito che ti è rimasto."

Lui annuì, un gesto vuoto, e si posizionò come ordinato. Spinsi lei all'interno del bagno, chiudendo la porta a chiave. Non appena fummo soli, tirai fuori il telefono e avviai una videochiamata verso Mario.

Appoggiai lo smartphone sul lavandino, inquadrando bene la scena: lui, dall'altra parte, avrebbe visto ogni singolo istante.

— "Guarda bene, cornuto," — dissi guardando fisso l'obiettivo, — "guarda come uso la sua bocca che ieri sera quando me lo ha pulito mi ha fatto venire voglia di fottergliela di nuovo."

Mi sbottonai i pantaloni e liberai il membro. Lei era in piedi, tesa, le mani che giocherellavano nervose con l'orlo della gonna ma mentre lo tiravo fuori iniziò ad accovacciarsi.

— "Hai fretta, non vedi l’ora di riempirti la bocca con il mio cazzo?" — le sussurrai.

Lei iniziò a lavorare con calma, timida, quasi impacciata nei movimenti. — "Sono eccitata." — mormorò con voce tremante, gemendo appena quando sentì il calore del mio cazzo.

— "Che puttana, la senti?" — la incalzai, incalzandola con le dita tra i capelli. — "E dimmi... quello lì fuori che ci tiene la porta, quello che ti guarda attraverso il telefono... che cos'è? Dillo a voce alta, fatti sentire."

Lei si bloccò un istante, il respiro rotto da un singhiozzo di sottomissione. — "Mario... è un cornuto," — sussurrò, con le labbra lucide di saliva.

— "L'hai sentita, Mario?" — gridai verso l'obiettivo, premendo sulla nuca di lei per costringerla a prenderlo meglio. — "Anche lei sa che sei un cornuto! E adesso guarda, guardami mentre le riempio la bocca di sborra!"

La presi con forza, costringendola a spalancare la bocca, e spinsi fino in fondo un colpo dopo l’altro. Oramai lei non stava succhiando ero io che le stavo scopando la bocca. Lei senti il primo fiotto riempirle la bocca, gemette, soffocando, mentre la mia sborra le riempiva completamente la cavità orale, colando dagli angoli delle labbra.

— "Ferma. Non mandarlo giù," — ordinai, tirandola su per le braccia, mentre lei annaspava, con la bocca traboccante del mio piacere.

Uscimmo dal bagno. Mario era lì, appoggiato al muro, pallido, il telefono ancora acceso tra le mani. Mi fermai davanti a lui.

— "Adesso," — dissi con una calma spietata, — "dagli un bel bacio. Condividi con lui quello che c'è nella tua bocca."

Lei si avvicinò al suo uomo. Senza una parola, lo prese per il viso e lo baciò con la lingua, un bacio profondo, viscido, dove il mio sperma si mescolò alla loro saliva, imbrattando entrambi. Li osservai, marionette del mio piacere, uniti da quel marchio bianco.

— "Molto bene," — conclusi, voltando le spalle a quella scena perfetta. — "Ci sentiamo nei prossimi giorni. Non farmi aspettare."
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