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Il gruppo di Amici - Prologo - Capitolo 1
AlladinsLamp
17.05.2026 |
1.405 |
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"Scrisse che era un pensiero fisso, una fantasia che ormai aveva colonizzato la loro intimità: quando facevano sesso, lui le sussurrava sempre all'orecchio quanto avrebbe voluto che ci fosse un..."
Il riverbero dei bassi ci vibrava dritto nello stomaco, mentre le luci stroboscopiche tagliavano il fumo della pista a ritmo regolare. Eravamo al solito tavolo della discoteca, la solita formazione di sempre: un gruppo di cinque amici storici.Le gerarchie della serata erano chiare. Da una parte c’erano i fidanzati: Alessandro, seduto sul divanetto a chiacchierare con la sua ragazza in totale tranquillità, e poi Mario. Dall’altra parte c’eravamo noi tre: io, Stefano e Claudio. Single, con i bicchieri in mano, apparentemente a caccia, ma in realtà con gli occhi perennemente catturati dallo stesso, identico punto magnetico.
Il punto magnetico era lei, la fidanzata di Mario.
Quella sera indossava un vestito nero, corto, che sembrava cucito addosso. Non stava ferma un secondo. Ballava al centro del nostro cerchio, muovendo i fianchi in un modo che non lasciava spazio a grandi interpretazioni. Il problema — o meglio, l'elemento che accendeva la tensione di tutti — era che non ballava per Mario. Ballava per noi.
Mentre la musica saliva, lei si è girata, dandomi le spalle. Ha iniziato a muoversi seguendo il ritmo, arretrando leggermente fino a quando la curva del suo sedere non ha sfiorato i miei jeans. Sentivo il profumo dolce della sua pelle coprire l'odore dell'alcol. Ha buttato la testa all'indietro, ridendo forte per una battuta di Stefano, e mi ha lanciato un'occhiata da sopra la spalla. Uno sguardo provocatorio, disinibito, quasi di sfida.
In quel momento, Stefano mi ha fatto un cenno impercettibile con gli occhi, quel tipo di sguardo complice che tra noi single valeva più di mille parole. Il pensiero nella testa di tutti e tre era sempre lo stesso, brutale e costante: ma guarda questa come si comporta da troia davanti a tutti... e soprattutto davanti a lui.
Sì, perché Mario era lì, a meno di un metro.
La stava guardando. Stringeva il suo bicchiere di gin tonic con una forza tale che le nocche gli erano diventate bianche. Aveva la mascella contratta, lo sguardo fisso sulle movenze della fidanzata e su come lei stesse praticamente offrendo il proprio corpo alle attenzioni del suo gruppo di amici. Agli occhi di chiunque, quella di Mario sembrava la classica espressione di un fidanzato geloso, possessivo, sul punto di esplodere da un momento all'altro per l'umiliazione.
Io la guardavo, sentendo il sangue pompare più forte nelle vene, frenato solo dal rispetto per quell'amico che sembrava subire passivamente lo show della sua ragazza. Non potevo ancora sapere che, dietro quella mascella contratta e quei pugni stretti, in Mario non c'era rabbia.
C'era un'eccitazione disperata. E io stavo per scoprirlo.
La serata andò avanti esattamente come tutte le altre, un copione già scritto che si ripeteva ogni fine settimana. Lei continuò il suo show personale per ore: un cocktail bevuto lasciando cadere una goccia sul décolleté, un altro ballo ravvicinato appoggiandosi prima a Stefano e poi a Claudio, e quelle risate squillanti che l'intera pista poteva sentire. Ogni suo movimento sembrava studiato per esasperare la situazione.
Per noi tre single, stare lì dentro era una mezza tortura e mezzo godimento. C'era una tensione fisica palpabile, quasi dolorosa. Inutile girarci intorno: quando c'era lei di mezzo, eravamo costantemente duri. Bastava un suo sfioramento involontario o il modo in cui ti guardava da sotto in su per farci ritrovare tutti e tre con i jeans stretti, a dare colpi di tosse o a sistemarci la giacca per nascondere l'eccitazione. Una frustrazione sessuale continua, alimentata da una ragazza che sapevamo essere, almeno sulla carta, intoccabile.
Verso le quattro del mattino finalmente ci salutammo nel parcheggio. Mario e la sua fidanzata salirono sulla loro auto, e noi tre ci infilammo nella mia.
Non appena chiusi la portiera e accesi il motore, l’atmosfera nel nostro abitacolo cambiò. Il silenzio durò solo il tempo di uscire dal parcheggio, poi, come sempre, scattò il resoconto senza filtri.
— "Oh, ma l'avete vista stasera? Cazzo, a un certo punto ce l'avevo praticamente addosso" — sbottò Claudio dal sedile posteriore, passandosi una mano sulla faccia. — "Quella donna è fuori controllo."
— "Ma io non capisco Mario, giuro" — aggiunse Stefano, girandosi verso di me. — "Come fa a stare lì a guardare senza dire una parola? Se la mia tipa si strofinasse così sui miei migliori amici, io avrei già scatenato una rissa. Invece lui niente, fermo come un palo con quella faccia da funerale. Ma perché lei fa così?"
Guidavo con gli occhi fissi sulla strada provinciale deserta, ascoltando i loro commenti. La verità è che nessuno di noi capiva quella dinamica. Era esibizionismo? Era un modo per punire Mario? O semplicemente lei era fatta così, disinibita fino al midollo e bisognosa di attenzioni?
Le ipotesi psicologiche, però, durarono poco. In quella macchina, a quell'ora della notte, con l'adrenalina ancora in circolo, non c'era spazio per i filosofi. C'era spazio solo per la carne.
— "Ragazzi, poche storie" — dissi io, stringendo il volante mentre ripensavo al calore del suo corpo contro il mio jeans in pista. — "Psicologia o no, il punto è solo uno. Quella ci fa impazzire. Tutti e tre desideriamo semplicemente una cosa: prenderla e fotterla."
— "Cazzo se è vero" — rispose Claudio dal retro, e Stefano annuì in silenzio, guardando fuori dal finestrino.
Eravamo d'accordo, uniti dallo stesso identico chiodo fisso. Ma mentre li riaccompagnavo a casa, ancora non potevo immaginare che quella fantasia condivisa da tutto il gruppo, da lì a poche ore, avrebbe smesso di essere un sogno proibito per diventare un invito esplicito.
Il giorno dopo andò via lento, con quel misto di stanchezza da post-serata e i soliti pensieri fissi che mi ronzavano in testa. Verso il tardo pomeriggio, mi ritrovai in camera mia, da solo, davanti allo schermo del computer. Avevo voglia di distrarmi e, come facevo ogni tanto quando la tensione della notte prima non voleva scendere, aprii uno di quei siti di chat un po' più piccanti, pieni di stanze private e cam in diretta.
Iniziai a scrollare la lista delle anteprime, senza una meta precisa. C'erano i soliti profili esibizionisti, coppie in cerca di brividi e utenti dai nomi bizzarri. Poi, all'improvviso, lo sguardo mi cadde su un titolo che bloccò immediatamente il mio dito sulla rotella del mouse: "aspirante Cuckold".
La cam di quel profilo era accesa, ma l'inquadratura era fissa e non mostrava nessun volto. C'era solo una stanza semi-buia, illuminata dalla luce soffusa di una lampada d'accento posizionata su un angolo.
Rimasi immobile. Il fiato mi si mozzò in gola.
Sgranai gli occhi e mi avvicinai allo schermo, convinto che la stanchezza mi stesse facendo prendere un abbaglio colossale. Ma più guardavo quell'anteprima video, più il cuore cominciava a battermi forte, a colpi ritmici ed esplosivi nel petto. Quella disposizione dei mobili. Quell'armadio a muro scuro con l'angolo sagomato. Quella particolare stampa di un circuito automobilistico appesa proprio sopra la testata del letto.
Era la camera di Mario.
La conoscevo a memoria. Ci eravamo passati pomeriggi interi fin da ragazzini, ed era la stessa identica stanza in cui lui e la sua fidanzata andavano a chiudersi ogni volta che facevamo serata a casa sua. Non c'erano dubbi, era matematicamente impossibile sbagliarsi: l'utente dietro quel profilo era il mio amico.
In quel secondo il mio cervello andò letteralmente in cortocircuito. Tutti i pezzi del puzzle che io, Stefano e Claudio avevamo provato a comporre in macchina poche ore prima si incastrarono di colpo con una precisione spaventosa. La mascella contratta di Mario in discoteca, il bicchiere stretto tra le mani, lo show disinibito di lei che gli ballava davanti sfiorando i nostri jeans... Non era la rabbia di un fidanzato geloso. Era la paralisi di un uomo sopraffatto da una fantasia troppo grande da gestire da solo.
Sentii una scarica di adrenalina purissima salirmi dritta lungo la schiena. Le mani mi tremavano leggermente sulla tastiera, ma l'eccitazione e la curiosità presero immediatamente il controllo.
Non me lo feci dire due volte. Cliccai sul rettangolo della cam, entrai nella sua stanza virtuale assicurandomi che la mia webcam fosse rigorosamente spenta e, protetto da un nickname del tutto anonimo e generico, aprii la chat privata con lui.
Schiacciai le dita sui tasti e inviai il primo messaggio.
Digitai velocemente sulla tastiera, cercando di mantenere un tono del tutto distaccato e neutrale per non tradirmi, anche se il cuore mi batteva fin dentro le orecchie.
«Sei fidanzato? Da quanto state insieme? Quanti anni ha lei?» buttai lì come primi messaggi, per farlo sbottonare.
La risposta non si fece attendere. Dietro quello schermo, Mario non aspettava altro che un confessore anonimo con cui svuotare il sacco.
«Sì, fidanzatissimo. Lei ha 26 anni, è bellissima» scrisse. «E sì, il mio sogno più grande è vederla scopare da altri.»
Andai dritto al punto, stringendo la presa sul mouse: «Hai mai pensato a qualcuno in particolare? Estranei o conoscenti?»
A quel punto, Mario aprì del tutto i rubinetti. Cominciò a scrivere fiumi di parole, rivelando una verità che mi lasciò senza fiato. Mi raccontò che c'era questo gruppo di amici storici, noi, e che lui desiderava da morire che fossimo proprio noi a prenderla e a usarla. Scrisse che era un pensiero fisso, una fantasia che ormai aveva colonizzato la loro intimità: quando facevano sesso, lui le sussurrava sempre all'orecchio quanto avrebbe voluto che ci fosse un altro cazzo con loro, le chiedeva se le sarebbe piaciuto farsi fottere dai suoi amici mentre lui guardava.
Aggiunse che lei sembrava starci: si divertiva a cavalcare quella fantasia, ed era proprio per quel motivo, per fare piacere a lui e per accendere il loro sesso, che in discoteca faceva sempre la sciocchina e la provocatrice con noi tre single. Però, confessò Mario, c'era un problema che lo tormentava: lei si limitava a stuzzicare, a muovere il culo e a provocare, ma non era mai andata oltre. Lui non riusciva a capire se, davanti a una proposta reale, lei avrebbe tirato dritto andando fino in fondo o se si sarebbe spaventata, bloccando tutto.
La mia eccitazione era ormai alle stelle. Sentire il mio amico parlare di noi in quel modo, confermando che lo show della notte prima era un invito tutt'altro che velato, mi stava facendo impazzire. Dovevo avere la certezza assoluta.
«Fammi vedere com'è. Mandami una foto» gli scrissi, stringendo i denti.
Pochi secondi di attesa, poi sullo schermo comparve un file multimediale. La prima foto era lei, in intimo, scattata proprio in quella camera. Il viso era stato accuratamente coperto con un'emoji, ma per me non ce n'era bisogno: quel corpo me lo ero studiato e sognato così tante volte che avrei riconosciuto la linea dei suoi fianchi e la curva del suo seno tra mille.
Ma fu la seconda foto a darmi il colpo di grazia e a farmi saltare letteralmente sulla sedia.
Era un'immagine scattata in un locale, evidentemente rubata da Mario durante una delle nostre solite serate. La foto inquadrava lei di spalle mentre ballava, con il vestito leggermente sollevato dal movimento dei fianchi. Il volto non si vedeva, ma l'obiettivo catturava anche le persone immediatamente intorno a lei.
Abbassai lo sguardo sui dettagli in fondo all'inquadratura. Rimasi a bocca aperta, immobile, con il fiato sospeso. Lì di fianco, seminascoste dalle luci della pista, c'erano un paio di scarpe artigianali in pelle scura e l'orlo di un pantalone sartoriale che conoscevo fin troppo bene.
Erano le mie scarpe. Era il mio vestito.
Cazzo, quella foto era stata scattata solo qualche settimana prima, e l'uomo che lei stava provocando in quel preciso istante, l'amico che Mario stava guardando con il desiderio segreto di vederlo spingere dentro la sua donna... ero proprio io.
Il tarlo, ormai, non era più solo un piccolo pensiero. Era un incendio indomabile. Staccai le mani dalla tastiera, guardando lo schermo con un sorriso malizioso che mi si stampava sul viso: il gioco era diventato maledettamente reale, e la prossima mossa sarebbe toccata a me.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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