Prime Esperienze
Ma tu, sai cos'è uno strap-on?
stimolantecp
13.09.2025 |
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"Michele mi è simpatico, devo ammetterlo, ed è anche un figo da paura, e brava Valeria..."
Lei mi sussurra la domanda piegandosi un po’ sul tavolino del bar affacciato sul salotto buono della nostra città.Mi ripete il concetto, socchiudendo gli occhi e sillabando le parole: “u-no strap-on! Ma tu hai idea di cosa sia?”
Francamente è difficile per me rimanere seria guardando il viso di Valeria in questo momento: lei è la mia amica di sempre, la conosco credo meglio di qualsiasi persona al mondo, condividiamo ricordi e segreti, ma riesce ancora a stupirmi e devo ammetterlo, a divertirmi.
Sinceramente, penso che a cinquant’anni passati sia ancora bellissima, non mi stancherei mai di ammirarla, come sto facendo ora da dietro la tazzina del caffè.
Forse mi verrebbe da affermare che non sia mai stata così bella.
“Allora? Se vuoi smetterla di fissarmi come per prendermi per il culo e ti degnassi di dirmi qualcosa te ne sarei grata!” mi sibila guardandosi intorno.
Cerco di ricompormi, abbasso la tazza, la appoggio ed allungo la mano attraverso il tavolino trovando la sua.
“Valeria, perdonami, sono una stronza. Sai che puoi chiedermi qualsiasi cosa, è che davvero mi hai spiazzata! Allora, ti spiego e poi tu dovrai spiegare qualcosa a me, sia chiaro!
Un cazzo, tesoro, un caz-zo, inteso come uccello, pene, membro, minchia ma, ascoltami bene, finto, di gomma o di plastica, che va legato ai fianchi con dei lacci ed usato per …beh, ci siamo capite!
E adesso, fammi capire tu: che cavolo ti sta succedendo? Da chi o cosa nasce questo tuo interesse?
No, no, tesoro bello, guardami! In che guaio ti sei ficcata? Ti ha dato di volta il cervello? Raccontami…”
Cerco di scandire bene le parole continuando a sorridere, probabilmente il cameriere che ci sta fissando semi nascosto nell’ombra del portico, pensa che stiamo parlando di pilates o di cosa fare per pranzo, se sapesse…
Avevo guadagnato a fatica il pieno possesso del mio banco di scuola: prima fila, al mio fianco una sedia vuota, la finestra alle mie spalle ma non troppo, una posizione perfetta per alzare gli occhi e vedere un pezzetto di cielo tra i condomini.
Mi ero seduta per iniziare al meglio il mio terzo ed ultimo anno alle scuole medie finché non capitò il disastro: lei, Valeria Russo Benetti, accompagnata dalla Preside, presentata prima sottovoce alla prof d’italiano, poi a tutta la classe.
“Una nuova compagna, Valeria, ragazzi, so che l’accoglierete come si deve!” chiocciò la Prof, alzandosi dalla cattedra, spingendo delicatamente la stangona verso di me ed il “mio” posto vuoto.
“Casati, intanto siederà lì con te, poi vedremo…” mi disse la nostra insegnante con un sorriso.
A malincuore liberai il “mio” mezzo banco e la “mia” sedia e non degnai la tipa di uno sguardo.
“Scusami, mi sono appena trasferita coi miei, sono Valeria, mi spiace seccarti!” osò dirmi.
Avrei dovuto fare finta di nulla guardare la cattedra ed invece guardai il suo viso: non avevo mai visto due occhi come i suoi, neri, profondi, umidi, tristi.
E, niente, mi innamorai, per la prima volta in vita mia.
Scoprii che abitava nel palazzo vicino al mio.
Che era nata al sud ma che da cinque anni aveva una nuova famiglia.
Adozione, mi spiegò: “Sai, ormai, ricordo poco della mia mamma vera, ancora meno del mio papà. Io farei solo Russo di cognome, ma ora sono anche Benetti. Loro mi trattano bene, ho anche una nuova sorella, lei va già all’università! Non mi trovo male, sono gentili. È che ogni tanto mi manca il mare e beh, la mia mamma vera, anche…”
La sua mamma vera: anni dopo aiutai Valeria a rintracciarla, avevo un amico Avvocato con i contatti giusti per farci avere un colloquio con lei.
Andai io, da sola, Valeria alla fine non ebbe il coraggio di rivedere subito colei che, qualcuno le aveva spiegato, l’aveva abbandonata.
Io invece ero curiosa.
La incontrai nell'ufficio della Madre Superiora che dirigeva l’istituto in cui si era rifugiata, la sua famiglia non esisteva più, molti parenti l’avevano allontanata e non erano mai andati a trovarla in carcere.
Mi guardò con gli stessi occhi scuri di Valeria, mentre mi raccontava.
“Quando lo scoprii, di nuovo, nel suo letto, dopo che mi aveva promesso di non farlo più…quella mattina ero stanca, avevo avuto un turno pesante in ospedale, sono tornata a casa, lui si era addormentato vicino a lei, alla mia bambina. Non lo trovai subito, vidi il nostro letto vuoto, pensai si fosse fermato a dormire da qualcuna delle sue troie, non mi sarebbe importato. Ma lei, no, no…noi infermiere, sappiamo dove affondare un coltello…”
Decidemmo insieme di non dire nulla a Valeria.
Quando dopo un mese si incontrarono, Rita le raccontò di aver passato un periodo di depressione dopo la perdita di suo marito.
Si rivedero ancora ma con grande disagio e pian piano ognuna tornò alla sua nuova vita.
Valeria non lasciò più il “nostro” banco, malgrado la Turri, dietro di noi, si lamentasse continuamente che “la testa della stangona mi impedisce di guardare bene la lavagna, andrebbe spostata in fondo, negli ultimi banchi”.
“Dillo di nuovo, Turri… e vedi se ti faccio ancora copiare i problemi di geometria…” la feci ragionare regalandole il migliore dei miei sorrisi da signorina per bene.
Ero fiera di avere Valeria come amica: lei si notava ovunque andasse, per la sua carnagione scura, per il suo accento, perché soprattutto sembrava già una donna fatta e finita.
La “esibivo” un po’ nei corridoi della scuola come se la sua presenza ed il suo aspetto fossero merito mio.
E la guardavo nello spogliatoio finita l’ora di ginnastica, ammiravo la perfezione del suo corpo, invidiavo il suo seno già sviluppato, sentendo dentro un’ansia strana, sbagliata.
L’anno scolastico terminò in fretta, lei scelse di frequentare una scuola per estetiste, io il liceo.
Per fortuna a quei tempi non c’era bisogno di occupare il pomeriggio con mille attività extrascolastiche e noi due passavamo ore a chiacchierare e a sfogliare i giornali di pettegolezzi.
In più, io ero la sua modella, le nostre mamme lasciavano che pasticciassimo con trucchi e smalti a patto che tutto si svolgesse dentro casa.
La svolta fu in occasione della prima ceretta.
“Spogliati, Mimma, mi sono presa un pentolino e le strisce, fammi vedere come sei messa, lì sotto”.
In un attimo mi tolsi i jeans e mi sdraiai sul suo letto.
“Mmm, saresti una pessima cliente, niente peli, quasi, giusto qualcosina da levare qui, sulle cosce”
Lei usò tono e tocco molto professionali, io ero comunque imbarazzata, in maniera inaspettata.
“Dai, solo una sistematina, qui sui lati, vedrai non ti farò male, dicono che sono brava.”
No, non mi fece male e mi sentii “in ordine” là sotto, al passo coi tempi, con una bella sgambatura da bikini.
Furono le sue dita leggere a turbarmi, niente a che vedere con quelle pesanti e un po’ moleste di Gianni, il mio fidanzatino, più grande di me di un paio d’anni, già maggiorenne.
Avere il moroso era obbligatorio, altrimenti eri solo una “sfjgata”: solo Valeria non correva il rischio delle chiacchiere maligne anche se lei era fieramente, sorprendentemente, sola.
E lo rimase per anni.
“Mi sposo, a novembre” mi disse.
“Scusami? Non ho capito” le risposi, sentendo un nodo in gola.
Lei mi stava truccando, ormai avevamo il diritto di farlo, eravamo “grandi”.
Ero stata in giro per l’Europa con i miei compagni di scuola per festeggiare il diploma e Valeria non ci aveva accompagnati anche se io avrei voluto: i suoi genitori le avevano aperto un piccolo salone da estetista, due vie dopo la nostra, le ferie a fine luglio non erano previste, per lei.
“Sua figlia minore è una mia cliente, ha la nostra età“ continuò “Lui è venuto un paio di volte in negozio ad aspettarla e finchè Paola si rivestiva, beh, abbiamo chiacchierato”.
“Ma sarà un vecchio, ma sei impazzita” le chiesi “ e poi, tutta questa fretta…Non è che hai fatto sciocchezze, vero, non sei…” solo guardando il dolore nei suoi occhi, mi resi conto di averla ferita e mi scusai.
“No, che dici, lui è molto rispettoso e questo mi è piaciuto. Mi fa stare bene, mi coccola, mi tratta da donna adulta, non so spiegarti.
Forse non lo amo ma con lui non ho paura, mi diverto, mi rilasso.”
Lei parlava sorridendo, io mi sentivo come se le sue parole mi uccidessero pian piano.
L’avevo persa, lo capii senza illudermi.
Per fortuna la guardai negli occhi e per la prima volta li vidi che sorridevano, come la sua bocca.
Lei era felice, mi consolai.
Le feci da testimone, lei volle una cerimonia molto sobria, intima, in punta di piedi, come per non disturbare.
Era splendida in un abito semplice e bellissimo, come lei.
Negli anni che seguirono non ebbi mai il coraggio di farle domande sulla sua vita intima, tra noi era caduto uno strano silenzio sull’argomento sesso, forse perché per lei coincideva con l’Amore, quello vero, importante.
Sono sicura, potrei mettere la classica mano sul fuoco, che fu una moglie affettuosa e fedele.
I suoi occhi piangevano lacrime genuine quando lui la lasciò per sempre, vedova quarantenne e ancora bellissima, oltre che decisamente ricca.
Io?
Non mi sono mai sposata, invece, sono stata la delusione dei miei genitori ed anche di Valeria.
Perché? Forse non so decidermi o forse sono allergica ad ogni legame.
Gianni, il mio primo moroso, mi lasciò in terza liceo.
“Sei frigida” mi disse dall’alto della sua esperienza e delle chiacchiere al bar.
Una veloce consultazione al vocabolario mi rassicurò: non voleva dire essere una poco di buono ma solo non reattiva, fredda.
Marco, con cui feci “sesso vero” a Berlino, durante il tour post diploma, fu almeno possibilista.
“Sapevo che sotto, sotto eri sveglia” mi disse, grato per un pompino ben fatto a suo giudizio.
Lui era un po’ lo zuccone della classe ma era simpatico e senza l’angoscia delle interrogazioni scoprimmo che valeva la pena conoscerci meglio.
Fu molto, molto abile a farmi rilassare, compiaciuto per le attenzioni che gli avevo riservato quasi per scommessa (“Casati, cosa vuoi saperne tu di pompini?”) dedicandosi con molta serietà a conoscere la mia passera, che in vista del viaggio avevo fatto depilare quasi del tutto da Valeria.
“Mmm, ottimo taglio, Mimma” disse lui, quando Infilò il suo viso tra le mie cosce “Ottimo taglio! Sentiamo se anche il sapore è altrettanto apprezzabile”.
Io sicuramente apprezzai, altro ché.
Marco annusò, dapprima, paragonando il mio odore a quello di una varietà di vino delle colline, il cui nome ogni tanto ritrovo sui menù dei ristoranti; ed ogni volta mi viene da sorridere, leggendolo.
Poi iniziò a dare piccole leccate qui e lì, facendomi ridere parecchio nel simulare l’assaggio di vari gusti di gelato.
Mi lasciai mordere tutto il corpo ed anche la carne delicata della passera, volle tastarne la tenerezza affondando lingua e denti, mi portò ad un tale grado di eccitazione che quando finalmente mi penetrò gliene fui infinitamente grata.
A distanza di anni dubito ancora che la verginità , spauracchio di tutte noi, non sia in realtà una leggenda e che godersi anche, e soprattutto, la “prima volta” dipenda da quanto lui ci piaccia, da come sa eccitarci, dal modo in cui noi ragazze ci lasciamo finalmente andare. Mah…
Berlino e Marco sono il mio più bel ricordo di quel viaggio, ci salutammo con uno sguardo di complicità alla stazione di Verona, ma sapevamo che non ci sarebbero stati ulteriori sviluppi.
Poi vennero, negli anni, decine di relazioni della durata massima di una stagione, ma soprattutto lunghi periodi in cui non pensavo minimamente al sesso, impegnata nella mia professione e nella politica attiva.
Valeria si preoccupava: “Rimarrai sola, diventerai una vecchia befana circondata da gatti spelacchiati. Mimma, trovati un compagno, arrotonda quei tuoi spigoli, vieni incontro alle persone, fallo per te stessa!”
La rassicuravo, dicendole, mentendo, che avevo un amante segreto, un politico famoso, sposato, che con lui facevo un sesso strabiliante, partecipavo ad orge nei palazzi romani dove si riuniscono “quelli che contano”.
Lei mi guardava spalancando i suoi occhioni ma non aveva il coraggio di chiedere di più.
Ed oggi, invece, se ne esce con la domanda sullo strap-on e dopo la mia spiegazione, abbassa gli occhi e mi spiega.
“Ho un amante da qualche tempo” dice fissando il piattino coi bignè alla crema “non so nemmeno io come sia potuto succedere ma…è successo.
Sai che vado a camminare con quel gruppo che si ritrova dopo cena davanti alle scuole del mio quartiere. Una sera ho inciampato, lui mi ha soccorsa e accompagnata a casa, mi ha medicata (io non riesco a vedere il sangue lo sai) e non so come, siamo finiti sul divano a toccarci e a levarci i vestiti a vicenda.
Sai, ehmmm, sono sola da tanto tempo, e fare l’amore mi è sempre piaciuto e, lo so che è sbagliato, ma lui era stato così gentile e…”
La blocco, non voglio che lei pensi di doversi giustificare con me, che, se potessi, farei sesso molto più che volentieri, con chiunque.
“Valeria, tesoro, va tutto bene. Sei una donna libera, sana, ancora bellissima, goditi la vita.
Solo, ecco, non mi è chiara la faccenda dello strap-on…”
“Nemmeno a me, devo dirtelo. È successo due giorni fa: avevamo finito di fare l’amore, io sono tornata dal bagno, nuda, certo, e lui mi ha guardata e se ne è uscito dicendo che gli sarebbe piaciuto vedermi con uno strap-on, che avevo il fisico giusto…”
La guardo, provo a pensarla anch’io, nuda senza il vestitino estivo che indossa oggi: il seno ben modellato dal push-up, la pancia piatta, i fianchi stretti, le gambe snelle e nervose.
Mi sento bagnare, improvvisamente e percepisco un calore fastidioso sul viso, ma cerco di proseguire nella mia indagine.
“Beh, potrei cercare sul web un negozio in cui li vendono, potremmo andare a vedere e cercare il modello giusto per te, facile. Però, pensaci bene, che ne faresti, poi? Lui ti ha dato qualche idea, ti ha espresso un desiderio, una fantasia? Vorrebbe solo vederti con quel coso addosso oppure pensi, adesso che hai capito di che si tratta, che vorrebbe che tu lo usassi su di lui?
Gli tocchi il culo, finché fate sesso, gli infili un dito, spiegami…”
Lei alza finalmente gli occhi ma mi guarda inorridita, come se stessi parlando di una cosa orribile.
“Oh, no, no, cosa dici, lui…no, assolutamente! È solo che, tempo fa, mentre…beh, hai capito, mi ha detto se avevo mai avuto fantasie di….” e si blocca.
“Fantasie…cazzo, Valeria, che angoscia, dillo, siamo adulte, orma!”
“Sì, beh, di farlo con qualcuno in particolare, sai un attore, o un vicino, un amico. E allora gli ho detto, che, sì, ho sempre ammirato una persona che ha molta esperienza, che sa come far felici gli uomini, che ha molti amanti. Scusami, ma gli ho parlato di te, di come sei ricercata da tutti, delle tue avventure. E lui ha capito male, giuro, mi ha chiesto se avrei voluto … non ce la faccio”.
Lei, la dolce, ingenua, sentimentale Valeria mi sta dicendo che io sono la sua Musa del sesso, che lo ha spifferato al suo scopamico e che questo tizio in tutta risposta vuole vederla mentre mi fotte, parliamoci chiaro.
E chi sono io per deluderli? Mi alzo, prendendo la nota delle consumazioni dal tavolino e la esorto: “Paghiamo il conto, svelta. Se facciamo veloce troviamo ancora aperto, a fianco di quel ristorante asiatico al centro commerciale appena fuori città c’è un sexy shop.
Su, sbrigati.”
Ci siamo state ed è stato divertente ed imbarazzante insieme ma per fortuna nel negozio c’era una commessa gentile e comprensiva, una Signora, come noi, che potrebbe essere la nostra parrucchiera o la vicina a cui chiediamo lo zucchero.
Ci ha ascoltate con pazienza sopportando le nostre risatine, ci ha mostrato il modelli, ha toccato i fianchi di Valeria, commentando solo: “Snelli, ci vorranno lacci che si stringono molto”
Cazzi piccoli e grandi, rosa, neri, rossi: Valeria li toccava timidamente, ridacchiando, finché ha spalancato gli occhi, chiedendo spiegazioni alla venditrice, ed in quel momento ho visto l’eccitazione sul suo volto, non più imbarazzo e curiosità, mentre faceva portare il gioco coi lacci alla cassa.
“Sei una porcellina, allora” ho pensato e sono stata fiera di lei.
Ora siamo qui sul suo letto che l’aspettiamo.
Michele mi è simpatico, devo ammetterlo, ed è anche un figo da paura, e brava Valeria.
Tra loro credo che ci sia solo, sano, libero, allegro sesso, perché lui è impegnato anche altrove.
Ecchisenefrega, la vita è una sola.
Ma ecco Valeria, la nostra regina, viene verso di noi coperta da un abito che ancora la nasconde.
So che hanno parlato tra loro e che sono stata presente nei loro pensieri, ma anche loro sono stati protagonisti dei miei, non mi sono mai toccata così spesso come in questo periodo.
“Eccoti, mettiti al centro del letto, rilassata…Michele, può toccarti? Non ne abbiamo ancora parlato” la voce non è quella di Valeria, ma di un’altra lei, eccitata, bassa, sensuale.
Io invece mi scopro intimidita e senza parole, se non un Sì, appena accennato.
Le loro mani iniziano a toccarmi prima il viso ed i piedi, si dividono il mio corpo.
Lui mi bacia, ha una bocca calda e tenera, umida il giusto.
E le labbra di Valeria, non le pensavo così decise, hanno percorso con teneri morsi le mie gambe ed ora assaggiano il mio clitoride, un sogno.
“Guardami” mi dice, mentre avvicina il viso al mio, i suoi occhi, che ho visto smarriti e tristi, sono splendidi, pieni di passione.
“Lo vuoi?” mi chiede ed io posso solo guardarla ed annuire.
Non ho mai avuto prima di adesso una donna sopra di me, soprattutto una donna che ho sempre amato.
Lui deve averla aiutata perché non ha mai staccato lo sguardo, sta appoggiata sui gomiti per tenersi sollevata e permettere il movimento lento dei fianchi finché mi scopa.
E gode, anche lei.
Lo strap-on che ha scelto ha un piccolo cazzo anche per lei, mentre mi fotte, si fotte, lenta, gemendo, con una voce che non ho mai conosciuto.
“Bellissime, siete bellissime” ci dice Michele, lo intravvedo al nostro fianco, in ginocchio sul letto, il cazzo in mano mentre ci guarda.
Poi lei cede, appoggia il suo corpo al mio, ancora qualche spinta più veloce e decisa, poi urla, col viso abbandonato tra il mio mento e la mia spalla, posso solo gemere anch’io un po’ più a lungo.
Mentre riprendiamo fiato, stupite di aver fatto finalmente l’amore l’una con l’altra, mi chiedo se avrebbe potuta essere così la nostra vita precedente, se saranno così ancora appassionati i nostri giorni.
Poi ritorno qui, sul letto, la accarezzo, lei mi accarezza, ci baciamo per la prima volta nella nostra vita.
Tutto merito di uno strap-on.
Dedicato ad un’amica
Come potrebbe essere, non trovi?
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