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SONO MAGGIORENNE ESCI
Lui & Lei

Legami


di Membro VIP di Annunci69.it stimolantecp
27.08.2025    |    2.314    |    12 9.8
"“Non ci crederai, ho pensato la stessa cosa: vederti legato” gli rispondo improvvisando un coraggio che non sento ma non voglio dargli soddisfazione..."
I tre bottoni dei jeans slacciati come se avesse avuto fretta di tornare al lavoro dopo aver pisciato.
Un po’ di pelo, non fitto, chiaro, giusto per lasciare un po' di spazio all’immaginazione di chi si fermava al distributore e, lo capisco ora, non gli importava fossero maschi o femmine, lui si divertiva a mostrarsi.
I miei ormoni che sussultavano nel vederlo, lo strano senso di calore ed umido tra le mie cosce.

Sono persa nei miei ricordi ma rallento un po’ nel fare la curva alla quale seguirà la svolta verso il Borgo e controllo, prima di procedere quasi a passo d’uomo, di non avere auto che mi seguono; voglio dare un’occhiata al piazzale del distributore di carburante che, scopro con un piccolo brivido, è ancora attivo.
Lui, lavorava qui quando ci conoscemmo.

Tornare al Borgo dopo 40 anni è stata un’emozione.
Dai finestrini dell’auto presa a noleggio all’aeroporto ho visto sfilare la pianura ricoperta di vigneti che in questa stagione sono ancora carichi di foglie e pronti per la vendemmia.
Questa è la zona in cui si producono vini conosciuti in tutto il mondo ma la vicinanza al lago e a splendide città d’arte ne fanno, allo stesso tempo, meta di turisti biondi, ricchi e sempre in cerca di caldo e sole.
Ecco perché, ma non solo, ho intrapreso questo viaggio impegnativo che mi ha portato dalla mia nuova patria alla mia terra d’origine.
Mio padre a metà degli anni ’80 accettò di seguire le sorti dell’azienda tessile di cui era il direttore di produzione; iniziavano allora le prime delocalizzazioni che, di punto in bianco, trasferivano lavoro ed operai dai territori del nord Italia ai più remoti angoli della terra, perché: “Sai tesoro, la manodopera in Brasile (India, Vietnam o Culandia) costa molto meno”.
Mi lasciarono sola per un anno a casa dei nonni per terminare il liceo e loro partirono, il mio fratellino aveva appena terminato le elementari e avrebbe continuato gli studi in una scuola argentina.
La casa dei nonni: quella stessa che ora mi porta di nuovo qui, dato che la mia mamma è figlia unica e mio fratello, beh, nemmeno so più dove sia; è un artista, gira il mondo, prima o poi si farà vivo…

Riavvolgo il nastro della memoria.
“Sabrina, per andare a scuola ti servirà un motorino, il Borgo non è servito dai pullman di linea, dovresti farti portare dal nonno fino alla fermata in paese, meglio che tu sia indipendente”.
Mio padre dirigeva la nostra famiglia come fosse la fabbrica in cui lavorava.
“Certo papà, ho già provato a guidare la Vespa di Chiara, penso che possa andar bene anche per me.
Posso scegliere il colore, dai papà, posso?”
E fu colpa della Vespa se lo conobbi.
Lui mi venne incontro una mattina di maggio, calda come possono esserlo nel basso lago.
Forse era appena andato in bagno o forse avvicinarsi a me con i bottoni dei Levi’s non allacciati fu una provocazione.
Non ero una ragazza particolarmente sveglia, allora, come non sono una donna arrapata oggi, ma il suo ventre esposto da una maglietta corta e dalla patta semiaperta, il pelo biondo che copriva quella zona del suo corpo appena sotto l’ombelico, mi diede un brivido che saettò dalla mia fica giovane e vergine direttamente al cervello.
“Ti faccio il pieno? Spostati, non vorrei sporcare quel tuo bel vestitino…”
Mi sorrise, guardandomi fissa e potei solo annuire, imbambolata come una scema.
“Io sono Antonio, Tony per tutti, e tu sei la “Signorina” del Borgo, non ti ricordi di me? Vengo qualche volta a dare una mano in cantina dai tuoi nonni.”
Mossi la testa per dire: “No, non ricordo” e avrei voluto aggiungere: “Allacciati quei pantaloni, ti si vede tutto…”
Tutto. Quello che non avevo mai visto da vicino ma solo sui disegni del libro di scienze.
Tutto. Quello che le mie compagne di scuola avevano almeno toccato, dicevano, anche se qualcuna, in confidenza, vantava di saper come farlo cambiare di forma e fargli uscire il liquido pericoloso per noi ragazze.
Quella mattina non gli parlai, se non per chiedergli: “Posso darti una banconota da cinquantamila, hai il resto?”
“No” mi rispose “è troppo presto e non ho spicci, ricordati quanto mi devi, pagherai la prossima volta. Sabrina, giusto?”

Inutile dire che se mi diplomai con un bel voto, fu solo perché vissi di rendita, ossia dei voti che avevo già accumulato negli anni, perché la mia mente iniziò a perdersi negli occhi, nel corpo, nel cazzo ancora sconosciuto di Tony, finché, passati gli esami non venne il momento di partire.
Dicono: “il primo amore non si scorda mai”.
Cazzate: non si scorda colui che per la prima volta di fa bagnare e ti fa sentire la voglia di scoprire cosa ci sia sotto la sua cintura, di avere le sue mani e la sua bocca addosso.
Non è amore, è istinto, lo stesso che porta le gatte ad accoppiarsi quando ancora sono piccole creature ignare.
Sono cinica? No, semplicemente sincera.

Sorrido, guardando il piazzale del distributore, ricordo la Sabrina che ero allora e svolto verso il Borgo, dove so già che mi aspetta mio cugino Marco che in tutti questi anni ha curato il vigneto per conto dei miei nonni.
Ogni tanto mi telefonava con tono preoccupato:
“Dovete decidere cosa fare della casa, Sabrina. E’ un peccato lasciarla chiusa, tu non sai quanto sono disposti a pagare i nuovi ricchi per avere una villa nelle nostre zone.
Prenditi una bella vacanza e vieni qui. Per telefono non puoi renderti conto.”
In borsa ho la piena procura firmata dalla mia mamma, è in una custodia insieme alle foto di mio figlio, mi piace averle stampate, dal cellulare mi pare mi sorrida ma in modo troppo freddo, non rende il calore che trasmette nella realtà: ha lo stesso sorriso che aveva suo padre ed i suoi occhi, neri, come i suoi antenati che vivevano nelle Pampas.

Vedo la casa del Borgo, me la ricordavo più grande.
Marco esce dalla porta principale e mi viene incontro, è ormai un anziano anche lui, ha tutti i capelli bianchi, mi ricorda mio nonno, sento formarsi una lacrima.
“Sabrina” mi dice abbracciandomi “finalmente! Tutto ok con il viaggio? Sarai stanca, entra, ho aperto le finestre per fare entrare un po’ di luce, non c’è corrente elettrica in casa.
Vieni, l’architetto sta dando già un’occhiata”.
Prima di entrare guardo il vigneto, le piante da frutto, l’arco che sovrasta il pozzo, il piccolo sentiero che porta al Mincio, chissà se sia ancora possibile fare il bagno nell’ansa protetta dai sassi. Sospiro.
L’ingresso della casa è buio, ai costruttori di allora non interessavano le finestre, era importante mantenere all’interno il fresco d’estate ed il caldo d’inverno.
Attraversiamo le stanze quasi vuote, riconosco qualche mobile in cui la nonna custodiva i suoi servizi di porcellana e gli asciugamani ricamati, poi entriamo nella loro stanza, c’è ancora il grande letto in ferro battuto, quasi un monumento alla passione e alla vita.
“Architetto, eccola, è arrivata, le presento mia cugina Sabrina”.
L’uomo è di spalle, sta guardando il soffitto, dove corrono delle travi secolari scurite dal tempo e dal fumo del camino, si gira, mi scruta, sicuramente la patta dei suoi pantaloni è ben chiusa ora, ma lo stesso brivido mi attraversa.
“Piacere, ben tornata! La Signorina del Borgo, come no…”
Gli occhi sono gli stessi, certo, i suoi capelli invece non ci sono più, la sua bocca sorride nello stesso modo un po’ storto, sta aspettando che io allunghi una mano, come il galateo prevede, sono le Signore a dover fare il gesto per prime nel salutare gli uomini.
“Antonio, giusto? Quanto tempo!” riesco a mormorare e la sua mano calda stringe la mia e non la lascia, anzi anche l’altra si aggiunge nell’avvolgerla.
“La sua proprietà è molto interessante, Signora, la venderemo bene, ha grosse potenzialità e potrei già proporla ad un paio di agenzie. Se mi gira la procura della sua mamma non avrà di che preoccuparsi”.
Riesco a sfilare la mano dalla gabbia in cui era tenuta in ostaggio e mi allontano di un paio di passi, guardandomi intorno e cercando di riportare la respirazione ad un livello utile alla sopravvivenza.
“Mi lasci dare un’occhiata, Architetto!” gli rispondo con la voce più ferma che riesco ad ottenere.
Sono già sulla difensiva, in un attimo sono passata dalla modalità “prima me ne libero, meglio è” allo stadio “non mi devi imporre la tua decisione, bello mio! Non sono più l’adolescente sfigata che veniva a fare il pieno alla Vespa!”

Ora posso dire che quel piccolo scambio di opinioni sia stato l’antipasto del rapporto che è poi nato (rinato?) tra noi due e la situazione è peggiorata quando mi sono di nuovo innamorata ma della casa dei miei nonni, stavolta.
E odio Antonio, per quel suo fare sprezzante e maschilista, potrà essersi laureato ed essere diventato un Archistar ma dentro di lui c’è sempre Tony-dalla-patta-sbottonata.
Quando lo vedo non provo più quel senso di languore piacevole che inumidisce la passera e scalda il cuore ma solo un senso di repulsione.
“Perché non possiamo rivolgerci ad un altro?” ho chiesto a Marco, tornando, per l’ennesima volta, da un sopralluogo nella casa abbandonata.
“Lui ormai ha il monopolio in zona, tutte le imprese che seguono le ristrutturazioni lo vogliono come consulente, ha conoscenze ovunque soprattutto negli uffici che rilasciano i permessi per piantare una gru o costruire una piscina.”
Ho trovato un appartamentino arredato in affitto alla periferia del paese e ho telefonato a mio figlio: “ Mi corazon, dovrò fermarmi un po’ in Italia, ci sono problemi con la burocrazia riguardo alle proprietà dei tuoi bisnonni, ho già chiamato in Università e mi hanno trovato un sostituto, per loro posso stare qui anche per un anno!”
Mi rendo conto, giorno dopo giorno, dei legami che mi uniscono a questa terra e sono sempre più decisa a tornarci.
Mi sento come se avessi trovato finalmente il pezzo mancante del complicato puzzle che è stata la mia vita, fatta di nostalgia, di un matrimonio sbagliato, di un senso permanente di insoddisfazione.
Forse mi illudo di trovare qui ciò che possa placare la mia inquietudine definita semplicemente “colpa della menopausa” anche in Sud America come nel resto del mondo.
E devo ammettere che gli scontri con Antonio (non siamo allineati praticamente su nulla) mi stanno dando nuovi stimoli; anche ieri sono passata dal suo studio e credo che la nostra discussione sia stata ben udita in tutti gli angoli della palazzina che lo ospita.
“Un open space? Ma è una casa del cinquecento e non un loft di New York!” gli ho detto davanti all’ennesimo progetto che mi ha proposto.
“Devi mettere da parte quelle tue manie da nobildonna inglese!” mi ha quasi urlato; “i cottages non sono più di moda!”
“Ci vediamo lì, oggi pomeriggio, ora non ho tempo di discutere!” ho quasi urlato anch'io, girandogli le spalle; ho voluto l’ultima parola, i soldi sono miei.

Ora sto camminando per le stanze vuote, ieri anche l’ultimo armadio è stato portato nel fienile in fondo all’aia in attesa che, dopo la ristrutturazione, si possa trovare posto per qualche mobile che lo meriti veramente.
Devo solo trovare un artigiano che si occupi del letto: va smontato con attenzione perché sembra non abbia elementi d’incastro ma sia stato costruito e saldato direttamente nella stanza dove si trova tuttora.
La casa è quasi al buio, come sempre, fa fresco, anzi quasi freddo rispetto alla temperatura esterna in questa giornata di fine agosto.
Mi passo le mani sugli avambracci scoperti, rabbrividisco, sto pensando di uscire a prendermi una giacca in macchina ma ecco che entra lui, vedo la sagoma in controluce sulla soglia.
“Al solito, eccoti qui al buio, sono stanco di ripeterti che se devo studiare gli ambienti per vedere cosa si può fare senza abbattere i muri, ho bisogno di luce, almeno dalle finestre. E non pensare che io possa raggiungerti quando ti pare e piace” mi dice; io non sopporto il tono che sta usando….
“Ed io ho bisogno di una giacca” gli grido e faccio per uscire.
“Ti scaldo io, se vuoi” mi dice mentre gli sto passando a fianco e sento, più che vederle, le sue mani che mi bloccano, sono calde, scopro che mi fa piacere averle esattamente dove sono: il primo nostro contatto dopo la stretta di mano di due settimane fa, avverto il calore dei suoi palmi che scorrono dalle clavicole ai gomiti, leggere ma decise e mi sfugge un sospiro.
E’ la mia resa , sono di nuovo la ragazza con la Vespa: le mani risalgono sulle spalle, passano a sfiorarmi il collo ed il viso, come se fossero quelle di un cieco che vuole conoscere le sembianze della persona che ha di fronte.
Le sue dita riescono a contenere tutta la mia nuca per dirigere meglio il mio volto verso l’alto e fargli meglio esporre la mia bocca alle sue labbra.
Quarant’anni sfumano in un lampo, forse il ragazzo di allora sarebbe più delicato dell’uomo di oggi che invece infila la sua lingua avida nella mia bocca.
Sento che lentamente mi sta spingendo contro la parete della stanza, nella semi oscurità ho perso l’orientamento ma in pochi istanti percepisco la ruvidezza dell’intonaco grezzo.
Lui non parla, ma le sue mani sono l’espressione del suo desiderio, le sento scorrere dal viso verso il seno, lo assaggiano, poi veloci cercano l’orlo del mio abito e come in una magia in pochi istanti mi trovo con la pelle esposta contro la pietra fredda del muro, solo il mio culo è ancora protetto dal tessuto leggero delle mutandine.
“Mmm, vero, hai proprio freddo!” mi dice succhiandomi i capezzoli che mi fanno quasi male da tanto sono eretti, forse anche l’eccitazione per ciò che sto vivendo gioca la sua parte.
“Fammi sentire i tuoi!” sussurro, non voglio mostrarmi del tutto passiva, gli infilo una mano sotto la camicia, mi scopro abilissima nello slacciare i bottoni senza vederli ma soprattutto in preda ad una voglia mai provata.
Lui mi lascia fare, è un gesto che avrei sempre voluto regalare a mio marito ma non c’è mai stata vera passione tra di noi, per un attimo confronto le emozioni che sto provando con Antonio con quelle che ho conosciuto in passato.
Mi appoggio ancora più al muro, mi dà sicurezza e conforto, mi sto lasciando andare ma la casa sembra quasi volermi sostenere in questa follia.
Ora ho le mutandine che avvolgono le mie caviglie e mi impediscono di allargare le gambe, in qualche modo riesco a far passare i piedi attraverso il pizzo e a rendere più agevole l’accesso delle sue dita alla mia fica.
Mi esce un gemito, perché nessuno mi ha mai toccata in questo modo, mai baciata con così tanto desiderio, solo per un attimo mi rendo conto che mio cugino potrebbe entrare nella stanza e trovarmi a fare sesso come una donnaccia qualsiasi.
Le dita di Antonio sanno cosa cercare tra le mie cosce, pollice ed indice torturano il mio clitoride, il medio stuzzica l’ingresso della mia passera, avanzando pian piano verso il fondo; sono dita esperte, ferme, sembra sapere esattamente cosa desidero in ogni singolo instante.
“Grida, lasciati andare, avevo immaginato che sarebbe bastato anche solo questo…” mi sussurra e la sua voce non è ferma come lo è di solito, l’emozione non è solo mia.
Da brava ragazza lo assecondo, lascio che dalla mia bocca esca un gemito come se qualcuno mi stesse pugnalando, strizzo forte i suoi capezzoli, lo graffio, mordo la sua spalla, lui non arretra nemmeno di un passo.
Poi d’improvviso mi lascia, allontana il corpo dalle mie mani, posso solo scivolare con la schiena contro il muro fino ad incontrare il pavimento, sento di essere sola nel buio della stanza ed il rumore di un auto che si allontana.
Se n’è andato senza che valutassimo la possibilità di ristrutturare il casale secondo i miei desideri, ha fatto i suoi comodi ed è scappato.
Mi rivesto illuminando il buio con la torcia del cellulare ed appena uscita nell’aia ho di nuovo campo per ricevere i messaggi.
Plin, è lui.
Una fotografia dell’unico mobile che ancora non ha trovato posto nel fienile.
“Appena ho visto questo letto, ho immaginato le tue mani legate ai pomelli della testata. Che ne pensi?” mi scrive.
“Non ci crederai, ho pensato la stessa cosa: vederti legato” gli rispondo improvvisando un coraggio che non sento ma non voglio dargli soddisfazione. “ Come la mettiamo?”
Mi immagino la sua bocca storta che sorride.
“Cosa scegli, pari o dispari. Veloce, su!” mi chiede, non capisco ma scrivo “Pari”.
“Ottimo, allora a me rimane dispari, vedremo che numero uscirà per primo sabato sulla ruota di Milano.
Domenica sera hai da fare? Comunque vada, il letto ci aspetta…”
“Domenica ho un invito per cena” non è vero ma non può credere di averla vinta; “sono libera al pomeriggio, se ti va bene…”
“Vada per il pomeriggio, porto io qualcosa da bere, bicchieri e tutto il resto. Allora ci si vede domenica, stammi bene. E chiaro, potrai avere la tua rivincita, promesso” è il suo ultimo messaggio.
Ora devo solo aspettare e cercare sul web il sito delle lotterie italiane e l’indirizzo del negozio più vicino di Victoria’s Secretes , di un’estetista e di una parrucchiera, i miei capelli sono quasi grigi, hanno bisogno di una sistemata.
Mi sento viva. E bagnata.

Quindici, dispari.
Le mie mani portate sopra la testa, i miei piedi legati ben stretti, le cosce staccate, la passera esposta.
Non ha portato solo una bottiglia ed i bicchieri ma anche la sua cravatta per fermare i miei polsi, una sciarpa, forse, per coprirmi gli occhi.
E un amico che mi sta scopando la bocca, inaspettato.
Dovevo immaginarlo, nessun cedimento a qualcosa che non fosse solo sesso tra noi.
E che sesso.
Lo aspettavo seduta sul letto con la mia bella piega ed un colore nuovo per il mio nuovo caschetto stile Carrà, molto classico ma sempre alla moda.
Più difficile la domanda dell’altra ragazza nel centro estetico: ”Depilata tutta o lasciamo qualcosa?”
Tutta, non si sa mai che il grigio si veda anche lì.
Nel buio mi ha tolto tutti i vestiti (mi chiedo se fosse lui, pensandoci adesso…) anche la biancheria che avevo scelto con cura, nemmeno notata, bastardo (bastardi….).
Sdraiata, legata, bendata.
Una piuma, forse, sui capezzoli e sotto le piante dei piedi (una tortura, avrei potuto confessare di aver rubato io la Gioconda) e poi del ghiaccio, prima in bocca e poi sul collo, ma non mi è sfuggito un lamento.
“Mmm, non cedi. Bene!”
Ed ecco quel cazzo del suo amico sconosciuto a riempirmi la bocca (forse non sa usarlo per altre "cose"...) e le sue labbra che mi succhiano la fica, mi ha stupita, non avrei pensato che anche a lui sarebbe piaciuto condividermi.
Sorrido dentro di me, ricordo il mio primo triangolo, mio marito ed il suo amico di sempre, scambiavano tra loro giochi e figurine da bambini, pensarono di passarsi di mano anche la stessa donna...
Antonio non ha vinto almeno in questo, mai sottovalutare il passato di una donna perbene.
Gli concedo un gemito e qualche sussulto, cerco di alzare i miei fianchi per dirgli che in fondo mi piace, sento la voce dell’altro sibilare un “Troia” mentre viene sul mio viso, se mi sporca i capelli lo uccido.
Per portare le mie gambe sulle sue spalle, Tony ha dovuto slegarmi, non so se l’altro è rimasto, non mi importa.
“Toglimi la benda, voglio vederti” gli chiedo, è l’unica debolezza che ammetto.
Nella luce fioca di una lampada, scopro che non siamo del tutto al buio, lo guardo mentre mi scopa quasi con rabbia.
“La Signorina del Borgo, eccoti, eccomi… “ si sfila e mi inonda la pancia, ora ha gli occhi chiusi, adoro vedere gli uomini finché vengono, nel momento in cui sono più vulnerabili e più veri.
Ricade sui talloni, svuotato, si passa un braccio sugli occhi e poi veloce scende dal letto, mi libera le mani, si riveste.
“Ci si vede in studio, ti chiamo io…”

Uscirà prima o poi un numero pari sulla ruota e chissà se il suo amico ci sarà anche allora.
Nel primo round della nostra sfida, mi sono divertita.
Bene, ma non benissimo, ragazzi.
Dovrete fare meglio, in futuro
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