Vita da swingers
Vita da swingers
Anastasia aveva cinquantacinque anni.
Era ancora bellissima ma soprattutto affascinante. Si capiva dai suoi gesti lenti, dal modo in cui si muoveva, che aveva studiato molto e che aveva vissuto una vita tra le cose belle, preziose.
Capelli corti, biondi, quasi bianchi e luminosi, con il taglio sfilzato e sbarazzino che le accarezzava la nuca sottile. Pelle curata e abbronzata. E quegli occhi chiari, nascosti da grandi occhiali da sole vintage che le donavano un'aria da VIP anni sessanta. Quando li toglieva, lo sguardo arrivava diretto ma con discrezione. Senza sfrontatezza o snobismo.
Indossava orecchini di uncinetto beige, grandi e leggeri. Era sofisticata, di classe ma anche socievole e alla mano. Mani e piedi curatissimi, con lo smalto rosso, e scarpe basse. Alta, slanciata e glamour.
Il suo profumo era dolce. Sapeva di vaniglia e fiori, e lasciava una scia dietro di sé camminando davanti ai negozi del porto, quelli con le vetrine eleganti e la merce costosa esposta tra corde, conchiglie e nautilus madreperlati.
Indossava un caftano di lino color avorio, con i disegni leggeri che si muovevano addosso, a ogni passo.
Ricca di famiglia e per bene. Aveva belle macchine nel garage e una villa con piscina dove l’acqua la sera diventava blu cobalto.
Aveva lasciato il marito quando lui era scappato con una ragazza più giovane. Non perché fosse stata tradita, quello ci sta. Più che altro perché Marcello con la sua crisi di mezz'età voleva appropriarsi del patrimonio della moglie: cornuta e mazziata. Anastasia era leale, corretta, buona ma non stupida. Aveva così reagito con tutte le sue forze per liberarsi del tizio a cui aveva dedicato tutto e che ora era solo un arrogante estraneo squattrinato ma con la giovinetta che di lì a poco lo avrebbe, a sua volta, lasciato. Tre figli adulti. Autonomi, ognuno per conto suo. E lei si era improvvisamente ritrovata in una casa troppo grande e silenziosa. A pensare.
La sera di solito non usciva. Anche se gli amici dell'alta società la invitavano al cinema, a teatro, alle cene. Lei non voleva vedere nessuno. Restava a casa.
Con Scilla. Un gatto bianco che le dormiva sulle gambe e le teneva compagnia nella Bellezza incandescente della notte d'estate.
Cominciò così a frequentare qualche sito di dating.
Per curiosità all’inizio. Poi per noia. Infine, per divertimento.
Aveva voglia di risate e leggerezza. Come le tende del gazebo che si muovevano sinuose come corpi di ninfe greche.
Le scrivevano a migliaia ma nessuno la invitava a fare cose normali.
Nessuno che le dicesse "Ti passo a prendere, andiamo al mare" o "Ti porto a cena, senza orologio".
Tutti volevano altro. Subito. Intenso. Sesso acrobatico. Trasgressivo. Ma cosa c'è da trasgredire quando sei libera e non devi rendere conto a nessuno?
Al massimo: "Ti offro un caffè? Un aperitivo?", come se non volessero investire il loro tempo, i loro soldi, e lei avesse tempo da buttare con persone di poca fantasia e di poca iniziativa.
Lei si poteva permettere tutto, in completa autonomia. Non aveva bisogno che nessuno le comprasse o le pagasse niente.
Però è nel gioco delle parti, nel gioco dei ruoli, che un uomo deve in qualche modo offrire almeno la cena per uscire e iniziare una conoscenza. Non un banale caffè per il quale non vale la pena neanche vestirsi bene e truccarsi.
Allora cambiò strategia.
Per tre anni frequentò un toy boy di venticinque anni. Norvegese, alto, bello, con i capelli lunghi. Studiava architettura a Roma.
Faceva sesso da Dio. La desiderava, la portava in giro, le dava attenzioni.
Solo che piano lui si innamorò. Diventò ossessivo. La cercava sempre, la stalkerizzava.
Lei ci mise molto per liberarsene. E quando ci riuscì si sentì ancora più svuotata di quando si era separata.
Con lui c’era solo corpo. Niente testa, niente futuro. Solo desiderio e poi vuoto. E struggente nostalgia per il suo fisico maestoso.
E gli uomini della sua età? Tutti dietro alle ventenni, come se rincorrere bastasse a non invecchiare.
Lei stava in mezzo.
Troppo desiderata per la fisicità e lo status.
Troppo libera da far paura per un impegno duraturo.
Fino a quando arrivò lui.
Un pomeriggio d’agosto, al porto di San Felice Circeo,
Anastasia stava comprando un abito di lino. Bianco, leggero, che le scivolava addosso. Gli occhiali calati sul naso, i capelli corti biondi sfilati mossi dal vento, la scia di vaniglia e gli orecchini di uncinetto beige che le sfioravano il viso.
Lui era lì.
Si chiamava Alexander. Inglese. Britannico.
Alto e bianco nel suo insieme. Capelli, pelle, abiti, scarpe. Alto ed etereo.
Aveva circa sessant'anni. Magnetico. Barba bianca curata lunga, occhi verdi attenti, accento che addolciva ogni parola. Camicia di lino bianca sbottonata sul collo, orologio discreto, mani curate. Mani che sfogliavano cataloghi d’asta e firmavano assegni. Perché lui i dipinti li comprava e li rivendeva. Era un mercante d'arte vecchio stampo.
Aveva l’odore del mare e dei soldi vecchi addosso.
La guardò. Non di fretta.
"What a beautiful coral necklace"_ le disse a bassa voce. "Coral has become even more precious than before. It's rare to find now".
Lei alzò gli occhiali sulla testa. Anastasia aveva insegnato inglese per anni. Quelle "r" le riconobbe subito. Rispose in inglese, con una risata bassa.
Da lì presero un caffè insieme. Seduti sul molo. A parlare in inglese. Le gambe sfiorate per caso. Il silenzio tra loro non pesava.
Poi lui: "Come? Let me show you the boat".
La sua barca non era una di quelle da ostentazione. Era una barca a vela in legno, di una decina di metri. Pulita, ordinata, con le cime arrotolate bene e un piccolo tavolo in teak. Niente musica alta, niente fronzoli. Solo il vento e il rumore dell’acqua.
Si chiamava "Luce".
Salì. E partirono. Solo loro due.
Il mare era piatto, il sole stava scendendo e tingeva tutto d’oro.
A un certo punto Alexander tirò fuori del pesce fresco comprato al mercato al mattino. Orate.
Le cucinò lì, sulla barchetta, con un fornello piccolo. Solo olio, limone, sale, prezzemolo. Niente piatti complicati. Lo servì su due piatti semplici guardandola.
E mentre mangiavano parlarono di arte. Di quadri che aveva comprato in una galleria a Milano e rivenduto a un collezionista a Roma. Di quelli che aveva tenuto per sé perché "Certi quadri sono persone, non si vendono". Di come un colore può cambiarti la giornata.
Lei lo ascoltava e per la prima volta dopo tanto tempo non aveva voglia di riempire il silenzio.
La sera ancorarono in una baia a Ponza. Il buio, le stelle, l’acqua che toccava lo scafo facendo "Toc toc".
Si avvicinarono. Niente fretta. Si baciarono come chi ha aspettato.
E poi fecero l’amore sotto le coperte in cabina, con il rumore delle onde a tenere il tempo e il lino bianco addosso a lei che scivolava piano.
Non fu solo sesso.
Fu riconoscimento.
Come trovare qualcuno che parla la tua stessa lingua senza bisogno di parlare.
Si innamorarono.
Senza app, senza giochi, senza dover dimostrare niente.
Adesso Anastasia ha ancora la villa, le macchine, la piscina.
E ha ancora Scilla che la aspetta sul divano.
Ma quando può, molla tutto e va al mare.
Con il suo caftano di lino avorio, gli orecchini di uncinetto beige, lo smalto rosso e la scia di vaniglia dietro di sé.
E a volte sale sulla "Luce".
Perché ha capito una cosa:
puoi comprarti tutto.
Tranne qualcuno che ti viene a prendere, ti offre una cena e ti porta a Ponza.
Un altro finale.
Non era una barchetta.
Era uno yacht. Tutto nero dentro. Lussuoso, silenzioso, con legno laccato e luci basse.
E sul ponte c’era già lei.
"Evelyn" disse lui. "My wife".
Anastasia sorrise, e rispose in inglese anche a lei. Salparono. Direzione Ponza.
Alexander ed Evelyn erano abituati ad avere ospiti.
Le persone erano già lì.
Con il tramonto, dalle cabine cominciarono a uscire coppie, ragazze giovani e bellissime, ragazzi di colore. Altissimi e visibilmente dotati. Champagne, musica bassa, risate sommesse. Tutti si conoscevano. Tutti sapevano le regole tacite.
Poi Alexander le prese la mano e le mostrò una porta. Dietro c’era una stanza diversa. Corde sospese. Giochi. Luci soffuse. Un silenzio complice.
Lei guardò il mare nero fuori. Per un attimo pensò di buttarsi. Sì sentita presa con l'inganno. Chi l’avrebbe pescata, però di notte in altomare?
E allora scelse di restare. Di non scappare. Di provare.
Quella notte non fu amore.
Fu ingresso.
Piano piano anche Anastasia divenne parte del clan.
Parlavano tutti in inglese. Ridevano. Giocavano.
Fu trasgressione. Fu gioco. Fu libertà massima. Lontani tutti da giudizi e da tutto.
Al mattino lo yacht rientrò. Evelyn le fece un cenno d’intesa. "See you soon".
Adesso Anastasia ha ancora la villa, le macchine, la piscina.
E ha ancora Scilla che la aspetta sul divano.
Ma quando può, molla tutto e va al mare.
Con il suo caftano di lino avorio, gli orecchini di uncinetto beige, lo smalto rosso e la scia di vaniglia dietro di sé.
E ogni tanto riceve un messaggio in inglese: "Black Light. Friday. Are you in?".
Perché ha capito una cosa:
puoi comprarti tutto.
Tranne la libertà di stare con persone che ti rendono partecipe e piacevolmente accolta
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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