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Lui & Lei

Schizzi di vernice


di Occhidimare12
27.06.2026    |    322    |    2 8.0
"Arjan arrotolò i teli, li legò con lo spago, passò uno straccio sui bordi dove il nastro aveva lasciato un filo..."
Arjan arrivò alle 8:15. Un quarto d’ora di ritardo. Il furgone bianco si era fermato male, di traverso sul marciapiede, e aveva dovuto fare manovra due volte mentre i secchi dietro sbattevano.
Venticinque anni, di Tirana. Buona famiglia e studi al liceo artistico. Alto 1.87, spalle larghe che tiravano la maglietta bianca di Calvin Klein. Il cotone era zuppo di sudore sotto le ascelle e neanche l'ombra di un pelo. I capelli neri gli arrivavano alle spalle, raccolti bassi con un elastico sfilacciato. Le mani erano segnate: calli duri sul palmo, tagli piccoli sulle nocche, pittura secca sotto le unghie che forse non veniva via neanche con l’acqua calda. Profumo di buono e aria sicura. Camminava piano, appoggiando il piede intero, senza far rumore.
Era molto sulle sue. Non attaccava discorso, non chiedeva niente. Se parlava, usava poche parole, giuste. Ma quando alzava gli occhi, lo faceva con sguardo dritto e mirato. Occhi neri, immobili. Dentro la pupilla c’era una cosa chiusa, come una stanza senza luce. Non la spiegava. La portava dentro di sé. Forse malinconia da fuori paese. Forse infanzia difficile. Forse amore perduto. Forse. Forse. Era mistero fatto persona.
Ada aprì la porta prima che suonasse. Mora, capelli lunghi che le scendevano sulla schiena, una camicia di lino chiaro che le arrivava alle ginocchia. Piedi nudi sul parquet e smalto rosso alle unghie curatissime.
“Un quarto d’ora,” disse.
“Lo recupero,” rispose lui.
Il salone l’avevano finito il giorno prima. Oggi toccava alla stanza da letto e alla cucina.
La canera era media, stretta tra due muri pieni di libri e dipinti senza cornice. Sul pavimento c’era una sedia con qualche maglia piegata sopra e una borsa aperta a terra. Niente di più. Il letto era stato spinto al centro per fare spazio. La luce dell’ovest entrava bassa dalla finestra e tagliava la polvere in aria.
Una bossanova a basso volume, chitarra e voce leggera che teneva il tempo del rullo, si riverberavano dalla cassa bluetooth.
“Viola,” esclamò lei. “Scuro. Non voglio il lilla da cameretta".
Arjan si avvicinò al muro e lo toccò con il palmo. La pelle giovane sentì la granulosità della pittura vecchia. “Qui alle 15.00 va in ombra. Se metti un viola scuro, diventa nero. Ci vuole un tono con più rosso dentro. Quando batte il sole, si apre. Quando no, resta caldo”. Parlava abbastanza bene l'italiano.
“Fallo!" rispose Ada.
La cucina era stretta, soffitto basso, aria ferma. Sul piano c’erano due piatti, un tagliere e una tazza usata al mattino. Niente altro. L’odore era di caffè freddo e detersivo al limone.
“Rosso rubino", disse lei. “Come il vino che sta lì".
Arjan guardò il piano, poi il muro. “Rosso matt, opaco. Se lo fai lucido, ti rimanda in faccia ogni cosa che c’è sopra”.
Lei annuì. Alzò appena il volume. La bossanova riempì il corridoio senza coprire i suoni del lavoro.
Arjan spostò la sedia e la borsa per stendere i teli di plastica. Tirava il nastro di carta con i denti, lo faceva aderire al battiscopa con un colpo secco del pollice. Il rullo girava lento, carico di colore, a tempo con la chitarra. Il sudore gli scendeva dalle tempie e gli lasciava una riga più chiara sulla maglietta dove l’avambraccio strusciava su e giù.
Lei non dava ordini. Osserva a con partecipazione visibile. Restava sul davanzale del salone con il portatile sulle ginocchia. Ogni tanto alzava gli occhi e guardava le mani di lui, non il muro. Le mani andavano veloci, sicure, senza ripassare due volte.
La sera prima aveva cercato il suo profilo sui social. Non c’erano foto personali, solo lavori finiti, pareti prima e dopo, qualche video corto con il rullo che scorreva. Lei aveva messo like a tre post. Niente commenti. Niente messaggi.
Alle 13:05 lei chiuse il portatile. La musica continuò piano.
“Faccio due piatti veloci. mangiamo!”.
Arjan si lavò il viso e le mani in bagno. Le dita erano macchiate di viola, la pelle tirata ma profumata di govinezza. La cucina era finita. Il rosso era opaco, uniforme. Non rifletteva la luce. Mangiava il disordine, lo spegneva.
Pranzarono al tavolo del salone. Pane croccante, pomodoro maturo, formaggio che tirava il filo. La bossanova era ancora bassa sullo sfondo. Lui mangiava velocemente con le mani, senza appoggiare i gomiti. Lei masticava piano, gli occhi fissi sulla parete della cucina, come se stesse controllando che il colore tenesse.
Ogni tanto lui alzava lo sguardo. Occhi neri, mefistofelicii. Non cercavano. Non promettevano. Poi tornava al piatto.
Lei aprì il telefono, inquadrò la parete della cucina. “Serve per il preventivo con l’elettricista. Deve vedere il colore finito”.
Arjan annuì. “Falla da qui. La luce dell’ovest non spara”.
Finirono alle 14:10. Arjan arrotolò i teli, li legò con lo spago, passò uno straccio sui bordi dove il nastro aveva lasciato un filo. La musica si spense quando lei chiuse l’app.
“Domani il bagno” disse lei.
“Domani alle 8. Non faccio tardi".
Uscì con i secchi vuoti e il metro di metallo infilato nella tasca posteriore. Sulla spalla sinistra della maglietta c’era una macchia di rosso secco, grande come un palmo.
Dietro di lui la stanza da letto era diventata viola con un fondo di rosso, e la cucina rossa rimandava alla cucina di qualche pittore dell'Ottocento. Solo silenzio e colore deciso, ora, e lei che pensava a lui. Fece una doccia e si buttò sul letto. Prese il suo vibratore magenta e lo passò sui capezzoli induriti dall'acqua fredda. Aveva voglia di farlo. Così si accarezzò tutta e arrivando lì, colpì il clitoride con la plastica morbida del suo giocattolino. Era già madida. Eccitata. Il telefono si illuminò, era un messaggio di Arjan. "Mi mandi una foto?". Le chiese. Lei pensò: "Cavolo, come fa a sapere quello che sto facendo?". Si innervosì. "Delle stanze dipinte, eh! Non di te" precisò lui. Delusione e sollievo. Scattò le foto e le inviò. "I colori sono venuti proprio belli!" rispose. "Sei contenta?", chiese. Già convinto della risposta affermativa. Ada non rispose. Infilò le dita nella vulva e schizzò. Squirtò in modo copioso e liberatorio. La stanza si riempì di odore di sesso.
Il giorno dopo, Arjan lo annusò nell'aria. Finì di dipingere con il "pennello" indurito sotto i pantaloncini. Il letto era un cumulo di vestiti che Ada cercava di piegare indossando una canotta e un perizoma nero. Ogni indumento che prendeva nel mucchio la faceva inchinare mostrando il culetto. Mangiarono un piatto di spaghetti alla carbonara, a tavola. L'aria era meno tesa. Ridevano e si guardavano con voglia. A nessuno dei due andava di ritornare ai propri lavori. Si rinfrescarono schizzandosi l'acqua ovunque e passo passo a ritroso finirono nel letto, sotto il cumulo di vestiti. Ad ogni colpo che Arjan le dava da dietro, tenendola per i fianchi, ne cadevano un po' sul parquet. Lo fecero quattro o cinque volte. Finché si addormentarono sudati e abbracciati, come se ogni cosa potesse aspettare...
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