Corpo e anima
Isola si chiamava così perché sin dalla nascita era stata sempre un territorio isolata. Un essere esiliato.
In mezzo al mare della gente, sempre sola, sempre non scelta. Così le sembrava. A scuola la saltavano nei gruppi, alle feste guardava da lontano, a casa il silenzio le faceva compagnia. I genitori l'avevano lasciata in un convento. Non era sfigata, era solo molto diversa da tutti e più temuta che emarginata.
Non era cresciuta debole o gattamorta ma con un quid caratteriale che spaventava, allontanava. Induceva gli altri a proteggersi, come da una moderna Medusa. Incompresa.
Era bella e sempre forte. Resiliente. Rossa di capelli, con le lentiggini sparse sulle guance e sul naso come se qualcuno le avesse lanciato addosso delle stelle.
Occhi verdi, di quelli che non si abbassano con lo sguardo, timidamente, ma che puntano l'obiettivo. Vestiva con gonne lunghe e ampie
che le arrivavano alle caviglie e maglie larghe che le lasciavano spesso una spalla scoperta. Pelle di luna e aria fiera. Camminava dritta, anche quando nessuno la guardava. Petto in fuori e aria di chi soffre ma con l'orgoglio di essere vincente.
L’unica cosa che parlava per lei era il violino. Quando appoggiava il mento sullo strumento e chiudeva gli occhi, il mondo smetteva di ignorarla. Le note uscivano chiare, taglienti, bellissime. Ma fuori dalla musica tornava a essere invisibile. Quasi che desse fastidio agli altri perché non si piegava.
Non andava quasi mai a messa. "Che senso ha per me che non credo in nulla!?", pensava. Andava solo quando il freddo di dicembre la faceva sentire meno vulnerabile poiché coperta da abiti caldi e schermata dagli sguardi dagli zelanti che frequentavano con assiduità la parrocchia. Si sedeva in fondo, col cappotto nero addosso, aderente al corpo prorompente.
Poi, una sera, arrivò padre Raffaele.
Un uomo sulla quarantina. Alto e statuario. La chiesa da quel momento si riempì di nuovo, come un tempo. Il richiamo del suo carisma era tale che tutto riprese la sua vitalità. Per vestirlo, la tunica aveva richiesto diversi cm di stoffa in più rispetto alle taglie classiche dei preti dalla statura meno imponente della sua. Muscoloso e, al contempo, slanciato. Quando giocava a calcetto con i ragazzi che frequentavano il campetto, dietro l'abside della chiesa romanica francescana, era quello che in campo si distingueva da lontano. Lontanissimo. Cosce grandi e carnagione ambrata. Peloso quanto basta a distinguersi dai Barbie man che affollano, oggi, i centri estetici. Capelli lunghi alle spalle. Inanellati in delicati boccoli color cioccolato e occhi, beh quegli occhi di ghiaccio che ti trafiggevano il costato lasciavano davvero esterrefatti. Uomini e donne. Più donne... di ogni età e censo che si erano, improvvisamente, riscoperte praticanti.
S'era ordinato da giovane perché era rimasto affascinato dalla vita di Francesco d'Assisi, così aveva deciso di seguirne le orme. Prima rubacuori e guascone di buona famiglia, poi frate e, infine, inviato a gestire i ragazzi di una parrocchia di periferia. Chi, se non lui, poteva appassionarli e domarli?
Era francese d'origine e spavaldo quanto basta a non parere un pretigno di quelli che si regalano sesso tra loro. Ascoltava la musica a alto volume e suonava una vecchia chitarra classica la sera, sul balcone della canonica, a piedi nudi. Piedi ellenici perfetti. Flessuosi e filiformi come piccole imbarcazioni lanciate dal vento alle onde.
Le parrocchiane gli lasciavano biglietti d’amore sotto la porta e il cibo preparato con le loro mani. Mani che avrebbero voluto toccarlo, abbracciarlo, spogliarlo. A lui piaceva il pollo con i peperoni. Ma anche la lasagna, il coniglio alla cacciatora, lo stufato di vitello e tutti i tipi di piatti che rappresentavano un gradevole comfort food. Zuppe di cipolla, risotto alla zucca, brodo invernale. Mangiava in cucina da solo e poi tornava a suonare. Il momento del cibo lo rasserenava. Nessuno poteva chiamarlo. Disturbarlo. Si assentava volentieri da tutto e da tutti per un purè di patate con uno stinco da spolpare. E poi, fumava, beveva. Più che un frate sembrava una sorta di poeta maledetto che invece di farsi ispirare dall'oppio trovava una guida nel Nuovo Testamento.
Aveva l’accento che ammorbidiva le r e un modo di ridere che si sentiva fino in fondo alla chiesa. Rock, blues, Alleluia, tutto a volume alto. Diceva che la musica gli teneva compagnia quando Dio taceva in lui. Cantava da Dio con voce roca, graffiante e quando eseguiva la sua versione del Cantico delle creature diventava un'irresistibile incrocio tra menestrello e Rocker.
Le donne del paese intuivano e dicevano che aveva "Due facce": in pulpito era calmo e riflessivo ma quando di nascosto si intratteneva in sagrestia, o quando si arrabbiava per un’ingiustizia, pareva il diavolo in persona. Insieme: Gesù nell'aspetto e satanico nell'atteggiamento.
Entrambi in uno stesso corpo. Un corpo e una personalità che mandava tutte fuori di testa.
Signore e signorine lo spiavano. Anche, però, Carlo e Giorgio, i chierichetti dichiaratamente gay che
quando si vestiva e si spogliava, prima delle funzioni, lasciavano socchiusa la porta della sagrestia. Uno spettacolo voyaristico per fedeli e meno fedeli. Appena si metteva a fare palestra nel cortile della canonica, a petto nudo, con la corda e i pesi, sudato, serio, concentrato, le tendine delle case di fronte si muovevano tutte alla stessa ora.
Qualcuna di loro ci aveva anche provato. Si diceva in giro che Raffaele, qualche volta, aveva ceduto. Un po' sbronzo, un po' ribelle. Che aveva avuto rapporti con delle parrocchiane, ma senza mai farsi coinvolgere. Porte che si aprivano e si chiudevano, senza lasciare traccia. Per lui era carne, distrazione, solitudine da riempire. Il cuore restava chiuso. Il sacerdote integro!?
Era agosto. Il campetto dietro l’abside sapeva di polvere calda e di erba secca.
Il torneo delle parrocchie stava per prendere il via. Otto squadre, un trofeo di legno intagliato e tutte le donne del quartiere sedute sulle gradinate di cemento a fare il tifo.
Raffaele giocava con la maglia dei francescani, numero 10. Canottiera color moka già umida di sudore per l'afa pomeridiana, pantaloncini neri, aderenti al sedere e da cui pensolava avanti qualcosa di prominente. Di ben visibile a tutti, come il battocchio delle campane della chiesa quando risuonavano a festa nel piccolo paese umbro. Correva diversamente dagli altri. Non da prete. Da uomo che aveva fatto l’amore con la vita e poi aveva deciso di mettere a tacere quella passione animalesca che promanava dal suo essere dinamico e calmo. Bestiale da mordere di rabbia e dolcissimo nell'ascolto dell'inquietudine umana che gli veniva confessata ogni sera in quel confessionale di legno scuro, trasudando paure e pentimenti momentanei.
Guidava la squadra dei ragazzi urlando, ridendo, prendendo scherzosamente a calci chi sbagliava. Quando tirava, la palla partiva secca e faceva tremare la rete.
Isola era lì. In fondo, seduta da sola, con il violino nella custodia appoggiato a terra. Aveva detto a se stessa che non sarebbe venuta. C’era andata lo stesso.
Mancavano due minuti al termine della finale, 1 a 1.
Calcio d’angolo per loro. Raffaele si mise sul pallone. Silenzio. Prese la rincorsa e la sparò in alto. La palla rimbalzò, un colpo di testa, e poi lui, di nuovo. Al volo.
Goal per il san Francesco.
Il campetto esplose. I ragazzi gli saltarono addosso.
E lui, col respiro spezzato e il sorriso che gli apriva in due la faccia, si prese la canottiera con due dita e se la tolse tutta d’un colpo.
Il sole del tramonto gli picchiava sulla pelle arrossata e bagnata. Petto largo, spalle larghe, ventre asciutto. Peli biondi e folti, capezzoli piccoli e scuri. Gocce di sudore che gli scendevano giù per il costato, fino all'elastico dei pantaloncini. Rimase così un momento, fermo, con le braccia alzate, gli occhi chiusi e la testa indietro. Si sciolse i capelli che erano annodati in una sorta di chignon disordinato e scivolò a terra con tutta la potenza liberatoria di quell'attimo, quasi epico.
Le gradinate ammutolirono. Poi urla.
Le Barbie man dei centri estetici potevano andare a casa. Lì, davanti, c’era un uomo.
Qualche attimo e si rialzò aprendo gli occhi rivolti al cielo, e si lasciandosi andare ad un composto segno della croce, abbassando il mento sulle dita.
La vide. Mandò un bacio rivolto verso la tribuna.
Isola. Sola in fondo. Lo applaudiva. Lo guardava dritta, senza abbassare lo sguardo. E per la prima volta non gli sfuggì.
Lui le tenne addosso quello sguardo per un secondo di troppo. Poi si rimise la maglia, abbracciò i ragazzi e andò, con essi, e il riscatto conquistato attraverso lo sport, a prendere il trofeo.
Quella sera dalla canonica la musica era più alta del solito. Tutti erano felici e ballavano.
Finché arrivò anche Isola in un vestitino nero e corto. I sandali avvinghiati ai polpacci e il trucco da festa. Glitterato e che sapeva d'estate trasgressiva.
Aveva cercato sempre di evitarlo. Cambiava banco, arrivava tardi a messa, non alzava gli occhi durante l’omelia. Si diceva che era sbagliato, che era pericoloso, che sarebbe passata.
Ma più lo evitava, più lo sentiva. Nel petto. Nella mente. Nelle mutandine che quella sera erano di pizzo nero e le solleticavano proprio lì. Dove il sole non batte. Ma dove l'acqua si forma con le emozioni e la voglia di attaccarsi a un corpo come l'edera a un tronco. Dopo quella sera decise di entrare a far parte del coro "Così, per fare qualcosa". In realtà voleva stare vicino all’altare e sentirlo parlare. Una domenica, lui le chiese di suonare. Col violino tra le mani e la spalla scoperta fuori dalla maglia larga, suonava per la navata semi vuota, ma in realtà suonava solo per lui.
Padre Raf la guardava seduto dietro l'altare. Con la testa seguiva ogni nota prodotta dalle dita sottili e decise di lei. Irresistibilmente sicura di sé. Terribilmente sensuale. Dannatamente impossibile.
Di solito gli uomini perdono la testa per donne timide, o per quelle che dissimulano.
Lui invece aveva scelto una donna sicura, diversa, conturbante. Estraniante.
La guardava come si guarda un angelo demoniaco: luce e pericolo insieme. Capelli sciolti come rami, pelle eterea, occhi che non chiedevano permesso. Qualcosa di sacro e profano che ti fa venire voglia di peccare. E anche lei cantava in coro con una voce che graffiava l’anima, che la distingueva dalle onde sonore prodotte dalle altre voci.
Con le altre era stato corpo.
Con Isola fu la prima volta che gli si smosse il cuore.
E anche per lei fu così. Nessuno dei due aveva mai provato qualcosa di così forte da costringerli a lasciare tutto per vivere insieme.
La sera in canonica si lasciarono andare. Molto andare. Come due bisce in amore si annodarono sul cotto in terra, coperto da tappeti kilim con cui la casa di Padre Raffaele si era mutata in un rifugio esotico. L'incenso creava un'atmosfera orientaleggiante e le candele fendevano il buio e il silenzio dei loro baci proibiti.
Dopo che lasciò i voti, le sere cambiarono.
Niente più musica a volume alto da solo. Adesso la chitarra era appoggiata sul divano e Isola portava il violino.
Lui le insegnava un accordo. Lei gli insegnava un vibrato.
Suonavano fino a tardi. Blues francesi, canzoni sacre storpiate, melodie inventate lì per lì. La finestra aperta, le note che uscivano in strada. E per la prima volta Isola non si sentiva un’isola. Si sentiva casa.
Passarono mesi. Sguardi durante l’omelia. Note che si incontravano durante le prove. Un "grazie" detto troppo a lungo dopo la messa.
Finché una sera d’inverno, dopo l’ultima prova del coro, la chiesa era vuota e faceva freddo.
Raffaele stava spegnendo le candele. Isola stava riponendo il violino.
"Non dovrei dirlo" sussurrò lui, con quell’accento francese che le faceva venire i brividi.
"Lo so" rispose lei, e non abbassò gli occhi verdi.
Si guardarono. E per la prima volta nessuno dei due si sentì un’isola.
"Ti voglio".
Padre Raffaele si spogliò. Definitivamente, come si sta spogliato per lei durante quei mesi chiacchierati, di pettegolezzi e lettere anonime di protesta.
Fu uno scandalo, piccolo, di quelli che girano sottovoce in sagrestia. Smise la chitarra la sera per un po’, poi la riprese. Smise di ricevere lasagne e biglietti. Lui disse solo che aveva trovato qualcosa per cui valesse la pena vivere fuori dalle mura.
Dopo un anno presero e partirono.
Si trasferirono nel paese di lui, in Francia, vicino alla piccola chiesa di Santa Maria Maddalena. Pietra vecchia, lavanda ai bordi, campane che suonavano lente.
Lì si sentivano come Gesù e Maria Maddalena.
Lui con le mani grandi, i capelli un po’ in disordine, lo sguardo che perdonava e incendiava.
Lei con i capelli rossi lunghi sciolti, le lentiggini, gli occhi verdi e le gonne che sfioravano la polvere della strada.
La domenica non andavano in prima fila. Si sedevano in fondo, come sempre.
E qualche volta, nelle feste del paese, suonavano insieme nel sagrato: lui la chitarra, lei il violino. La gente si fermava ad ascoltare. Dicevano "sembrano una coppia di santi peccatori".
La sera cucinava lei. Pollo con i peperoni, lasagna, coniglio alla cacciatora. Le ricette che le parrocchiane gli portavano da anni.
E lui suonava piano, per lei soltanto.
Non erano più soli.
Non erano più non scelti.
Erano due isole che avevano deciso di fare un unico continente.
Nessuno aveva mai fatto per lei quello che fece Raffaele.
La vita fu bellissima, insieme. Fatta di corpi ardenti che si cercavano come acqua nel deserto e anime quiete che si appartennero per sempre. Dio fu con loro e tra loro in un triangolo di gioia che trascendeva l'umano arrivando fino al divino,Cosenza sensi di colpa ma con molta autentica verità.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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