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Lui & Lei

Domenica d'ottobre al lago


di Occhidimare12
06.09.2026    |    155    |    3 9.3
"Il sesso sarà solo una cosa detta, consumata di fretta che lascerà vuoti e impauriti..."
Domenica d'ottobre. Il lago era basso, come svuotato dall'estate. L'aria sapeva già di fumo e di terra bagnata. Viviana era seduta sulla panchina di legno, quella che cigolava sempre. Pelle così chiara che sembrava trasparente sotto il cielo bianco, capelli nerissimi e lunghissimi spettinati dal vento che increspava anche la superficie del lago. Aveva messo i suoi pantaloni cargo verdi, quelli larghi con le tasche piene di fogli, gli anfibi neri infangati sul bordo e una canottiera nera sotto la giacca aperta che le fasciava il busto, con il seno grande e alto che si sollevava ad ogni respiro lento davanti all'acqua. Le mani in tasca, gli occhi fissi sulla natura immobile. Non c'era nessuno. Solo i campi dietro, gialli, e qualche corvo. Poi un rumore basso e sordo. Una moto. Arrivava dal sentiero sterrato, lenta, sollevando polvere. Si fermò a dieci metri dalla panchina. Motore spento. Silenzio di nuovo. Lui. Alto, spalle larghe da riempire tutta la visuale, bello di quel bello che non si cura di esserlo, capelli castano scuro annodati dietro in un codino basso un po' disfatto con qualche ciocca sulla fronte, barba di due giorni, giacca da lavoro vecchia e jeans slavati. Non la guardò subito. Tirò giù dal portapacchi una canna da pesca, una cassetta di metallo, e con gesti lenti e precisi iniziò a preparare tutto. Viviana lo osservava di sottecchi. Solo loro due, il lago, la campagna vuota e quel rumore del filo che fischiava quando lo lanciava lontano sull'acqua. E allora la sua testa partì. Immaginò che quel lago non fosse il lago, che fosse un loch in Scozia scuro e profondo circondato da nebbia ed erica e che lui non fosse un ragazzo in moto ma un cavaliere tornato dalla guerra, che aveva legato il cavallo e si era tolto l'armatura pezzo per pezzo lì sulla riva. Il vento di ottobre si alzò e Viviana ebbe un brivido. Lui se n'era accorto con una di quelle occhiate veloci degli uomini che sanno guardare senza farsi notare. Aveva lanciato la lenza ed era seduto su una pietra a pochi metri da lei. "Non abboccano di domenica" disse lei all'improvviso. Lui sorrise senza girarsi del tutto. "Lo so. Non sono venuto per i pesci". Finalmente la guardò davvero, gli occhi scesero un secondo sulla canottiera nera e poi risalirono al suo viso. "Ti ho già vista qui. Sempre sulla stessa panchina". "E tu sei sempre in moto" disse lei. "Sì". Viviana di corteggiatori ne aveva troppi. Il telefono nella tasca enorme dei cargo vibrava ogni sera, app di dating, centinaia di "hey" e "ciao bellissima", foto di petti in palestra, tutti lì in fila come pesci in una rete tirata su troppo in fretta. E lei non sceglieva mai, non poteva scegliere in quel marasma, voleva sentirsi speciale ma in mezzo a mille sembrava sempre di meno. Ne voleva solo uno, uno vero, non una rete piena. Per questo veniva al lago di domenica, perché dal vivo è tutta un'altra cosa, senti il rumore della moto prima di vedere il viso, vedi le spalle larghe che si muovono, i capelli annodati col codino, le mani grandi che tremano un po' per il freddo. Lui si alzò dalla pietra e fece due passi verso di lei. "Hai freddo" le disse. "Un po'". Senza chiedere si tolse la giacca di tela pesante che odorava di moto e di autunno e gliela porse. Viviana esitò, poi la prese, era calda di lui. "Grazie, cavaliere" gli scappò da dire piano. Lui aggrottò la fronte poi sorrise. "Cavaliere"? "Niente. Una cosa che ho immaginato. Che questo lago fosse in Scozia". Lui si sedette accanto a lei sulla panchina che cigolò, non troppo vicino, giusto abbastanza perché lei sentisse il calore della sua spalla. "Scozia va bene. Allora tu sei la dama del lago e io sono venuto a cercarti". Il sole iniziava a scendere e faceva tutto più arancione. La canna da pesca era rimasta piantata sulla riva, dimenticata. "Raccontami la Scozia" le disse lui. "E se ti dico che è stupido"? "Non è stupido. Dimmi". E allora lei glielo disse sottovoce. "Immaginavo che tu arrivassi a cavallo con una spada legata dietro, che fossi stanco di guerra e io che ti aspetto qui perché so che torni". Matteo non rise, la ascoltò serio. "Ci sta. Sono stanco davvero. Non di guerra, ma quasi". Lo capirono senza dirlo, che erano uguali in quello. Single non perché non li volesse nessuno, un incontro, una serata con qualcuno la trovavano sempre, ogni tanto ci provavano, uscivano a cena o al cinema, ma poi tornavano a casa con la stessa sensazione di vuoto perché non trovavano profondità negli altri. "Esco poco. Mi stanco subito" disse lei. "Anch'io. L'ultima volta sono andato al cinema. Lei guardava il film, io guardavo lei che non lo guardava davvero" disse lui. "Io se sto con una donna mi piace farlo piano. Lento. Non ho fretta" disse lui con la voce più bassa. Lei sentì il cuore darle un colpo sordo contro la canottiera nera, era la stessa cosa che pensava lei da sempre, in quel mondo veloce di messaggi e foto "lento" non andava di moda. "A me piace così. Lento. Con calma. Come se avessimo tutto il tempo del lago d'inverno" disse lei. Lui allungò una mano lentamente e le sfiorò appena le dita sul bordo della panchina. "Domenica prossima torni"? "Torno" disse lei. Domenica dopo lui c'era già quando lei arrivò, stessa panchina, stessa moto, ma stavolta aveva due caschi. Viviana aveva ancora i cargo verdi e gli anfibi ma sotto una maglia di lana nera più pesante. Matteo si alzò appena la vide. "Ti andrebbe... c'è un posto qui sul lago. Fa gli arrosticini buoni. Se ti va, ceniamo"? Lei disse sì senza pensarci. Il ristorante era una baracca di legno con le luci gialle fuori, proprio sulla riva, dentro odorava di brace. Mangiarono arrosticini bruciacchiati il giusto e verdure grigliate servite su un tagliere di legno e bevvero vino rosso della casa. Parlarono davvero. Lui le disse che non era sempre fuori, che in realtà era ingegnere informatico e lavorava da remoto, che aveva scelto di stare lì in montagna poco lontano perché in città impazziva, che aveva preso un cottage vecchio di pietra, che aveva internet buono e silenzio e tante piante che curava come fossero persone e poi delle olive, pochi ulivi dietro il cottage che aveva ereditato e ora potava e raccoglieva le olive a novembre per farci l'olio, poco ma suo, verde e forte che pizzica in gola. "Ti porto a vederlo, se vuoi. Non è lontano. Cinque minuti di moto" disse lui mentre pagava. "Andiamo" disse lei. Sul retro del cottage c'era una luce accesa e calda, dentro era tutto legno e pietra, un tavolo grande con un portatile chiuso, pile di libri, vasi ovunque, e fuori dalla finestra nel buio si intravedevano gli ulivi. "È questo il castello del cavaliere"? gli chiese lei togliendosi la giacca. Lui sorrise, le prese il casco dalle mani e lo posò, i capelli col codino si erano sciolti un po' per il vento. "Castello è una parola grossa. Ma se vuoi ti faccio assaggiare l'olio. Quello nuovo". Le versò un filo d'olio su una fetta di pane tostato e glielo porse, lei lo assaggiò vicina a lui, l'olio era amaro e piccante e buonissimo, e lui la guardò come l'aveva guardata al lago, lento. Quando gli sguardi si incrociano, la voce vibra e le mani si sfiorano la voglia di appartenersi scatta. Come non scatta mai in chat con mille parole vuote, foto di tette e membri e la velocità di fare proposte oscene ancora prima di essersi detti i nomi. La virtualità ucciderà ogni voglia. Ogni approccio e non avremo più voglia di fare l'amore. Il sesso sarà solo una cosa detta, consumata di fretta che lascerà vuoti e impauriti. Soli.
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