tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap.15
24.06.2026 |
333 |
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"Sentì i commenti degli uomini intorno a lei, le risatine, i fischi di approvazione, ma tutto sembrava lontano, ovattato, come se provenisse da un altro mondo..."
Fabiola rimase immobile nel letto, gli occhi spalancati a fissare il soffitto mentre il respiro regolare di Renato riempiva la stanza silenziosa. Le lenzuola erano aggrovigliate attorno ai loro corpi, ancora impregnate dell'odore del sesso e del sudore. Sentiva il calore della pelle di lui contro la propria, il braccio pesante che le cingeva la vita in un possesso che ora le sembrava naturale, quasi necessario.I pensieri le scorrevano nella mente come un film che non riusciva a fermare. Ripercorse la giornata a ritroso, soffermandosi su ogni dettaglio con una curiosità quasi clinica. La ricerca dell'abito perfetto per il club, quella mattina, quando aveva cercato cosa potesse piacergli di più. Poi c'era stato il momento in cui Renato era rientrato, gli occhi che la scrutavano con quell'approvazione silenziosa che le faceva accelerare il battito. Non aveva bisogno di parole per farle capire che l'aveva scelta, che era esattamente come la voleva. E poi il sesso, quella fame insaziabile che li aveva presi entrambi quando lei gli aveva detto della pillola. La sensazione era stata indescrivibile, qualcosa che non aveva mai provato in nove anni di matrimonio con Marco. Sentire Renato dentro di sé senza barriere e senza timori, era stato come scoprire un linguaggio nuovo, un modo completamente diverso di comunicare.
Le sue dita si mossero istintivamente verso il ventre, verso quel punto dove ancora sentiva il calore del suo seme. Quando era venuto dentro di lei, quando aveva sentito i primi getti caldi riempirla, aveva provato un'estasi quasi religiosa. Ogni pulsazione del suo cazzo era stata una dichiarazione, ogni spruzzo di sborra un sigillo. Aveva inarcato la schiena, aveva urlato il suo nome, l'aveva implorato di non fermarsi mai, di darle tutto quello che aveva. E lui l'aveva accontentata, svuotandosi completamente dentro di lei, marchiandola in un modo che nessun altro uomo aveva mai fatto.
Ma era stato quello che era successo dopo, nel bagno, a trasformare completamente la sua percezione di sé. Chiuse gli occhi e rivide ogni istante con una chiarezza che la lasciava senza fiato. La ceramica fredda della vasca sotto le ginocchia, la vulnerabilità assoluta di essere nuda davanti a lui, il suo sguardo che la sovrastava. Quando il primo getto di urina l'aveva colpita, aveva sentito un brivido che non era di disgusto, ma di riconoscimento. Era come se il suo corpo finalmente capisse cosa significasse appartenere completamente a qualcuno che si era scelto.
La sensazione del liquido caldo che le scorreva sul viso, tra i capelli, sul seno, le aveva fatto capire quanto fosse stata vuota la sua vita fino a quel momento. E quando aveva aperto la bocca, quando aveva lasciato che il sapore amaro e acido le invadesse la lingua, aveva provato qualcosa di assolutamente inaspettato: libertà.
Libertà. Quella parola le echeggiava nella mente mentre Renato russava leggermente accanto a lei. Per nove anni aveva subito, aveva obbedito, aveva piegato la testa davanti alle angherie di Marco e della sua famiglia. Aveva fatto cose che odiava, aveva accettato umiliazioni che la facevano sentire sporca, vuota, distrutta, ma soprattutto inutile. Ma quella sera, inginocchiata nel bagno mentre Renato la inondava, aveva scoperto che c'era una differenza abissale tra l'essere costretta e lo scegliere. Lei aveva scelto di aprire la bocca. Aveva scelto di bere da lui. Aveva scelto di essere sua in quel modo estremo, totale, assoluto. E in quella scelta aveva trovato una forza che non sapeva di possedere.
Si girò lentamente, con delicatezza, per non svegliarlo. Lo guardò dormire, il viso rilassato, i lineamenti che nel sonno sembravano quasi gentili. La cicatrice sul collo era visibile nella semioscurità, i tatuaggi sul petto e sulle braccia erano ombre scure sulla pelle chiara. Non era bello, lo sapeva. Anzi, la maggior parte delle donne l'avrebbe definito brutto, con quella pancia prominente, i capelli radi, il naso troppo grande. In più era più vecchio, abbastanza per essere suo padre, ma per lei era perfetto, perché l'aveva liberata. L'aveva trovata in quel baratro in cui l'avevano reclusa, le avevo teso una mano, dato una speranza e un nuovo scopo.
Lei che era stata una madre fallita, una moglie disprezzata, una donna usata e gettata via come un fazzoletto sporco. Lei che aveva toccato il fondo dell'umiliazione più totale, che era arrivata a pensare di meritarselo. Lei era stata presa per mano da Renato dimostrandole che poteva ancora valere qualcosa. Che poteva essere desiderata, voluta, necessaria. E in cambio, lei gli avrebbe dato tutto. Assolutamente tutto.
Le tornarono in mente le parole che gli aveva detto dopo averlo pulito con la bocca, dopo aver ingoiato le ultime gocce della sua urina. Ti amo. Sono tua. Farò tutto quello che vuoi. E mentre le pronunciava, aveva sentito ogni singola sillaba come una verità assoluta, non una recita, non una promessa vuota. Era pronta a seguirlo ovunque, a fare qualsiasi cosa lui le chiedesse. Non perché fosse costretta, non perché fosse debole, ma perché in quella sottomissione aveva trovato una libertà che non aveva mai conosciuto.
Il sabato arrivò con una lentezza esasperante. Fabiola trascorse la mattina a pulire l'appartamento, a lavare i piatti, a fare il bucato, muovendosi come un automa mentre la sua mente correva verso il momento che l'aspettava. Quando era pronta ad uscire, quando si fu truccata con cura, quando ogni capello fu al suo posto, lui si alzò e le tese la mano.
«Andiamo,» disse semplicemente.
Il tragitto fino a Marghera fu silenzioso. Fabiola guardava fuori dal finestrino, le mani strette in grembo, il cuore che batteva all'impazzata. Non sapeva cosa aspettarsi, non sapeva cosa avrebbe trovato al club. Sapeva solo che avrebbe fatto qualunque cosa perché lui potesse essere orgoglioso di lei, della sua puttana, della sua troia, della sua donna. Per lui. Solo per lui.
Quando arrivarono davanti al capannone, Fabiola sentì un brivido di delusione. L'edificio era anonimo, grigio, circondato da una recinzione arrugginita e da un piccolo cancello che sembrava sul punto di crollare. Niente luci al neon, niente insegne, niente che potesse far pensare a un locale notturno. Solo quel silenzio inquietante di una zona artigianale di sabato sera.
«È questo?» chiese, con una nota di incredulità nella voce.
Renato sorrise, quel sorriso che conosceva bene, quello che prometteva cose che non poteva nemmeno immaginare. «Fidati di me.»
Scesero dall'auto e lui la guidò verso il retro dell'edificio. Attraversarono un corridoio stretto tra due capannoni, superarono una porta di metallo che sembrava non venisse aperta da anni, e si trovarono in un giardino che le mozzò il fiato.
Era come entrare in un altro mondo. Il giardino era curatissimo, con aiuole piene di fiori che profumavano l'aria, cespugli potati con precisione, alberelli che proiettavano ombre danzanti sul prato. Poltrone di vimini erano sparse qua e là, ombrelloni di paglia aperti nonostante fosse sera, luci soffuse che pendevano da cavi tesi tra gli alberi, creando un'atmosfera da mille e una notte. La musica che usciva da altoparlanti era sensuale, lenta, un ritmo che sembrava sincronizzato con il battito del suo cuore.
C'erano già diverse persone, sparse per il giardino, sedute sulle poltrone o in piedi in piccoli gruppi. Uomini di tutte le età, alcune donne vestite in modo provocante, un brusio di conversazioni che si mescolava alla musica. E quando entrarono, sentì gli occhi di tutti puntati su di lei, la sentì come una carezza e come una minaccia.
Il nervosismo la assalì con violenza. Le mani presero a tremare, la bocca si seccò, le ginocchia minacciarono di cedere. Cosa ci faceva lì? Cosa stava per succedere? Guardò Renato con occhi supplichevoli, cercando una rassicurazione, una conferma che sarebbe andato tutto bene.
Lui le prese la mano, stringendola con forza. «Tranquilla,» mormorò, le labbra vicine al suo orecchio. «Non sei obbligata a fare nulla che non vuoi. Te l'ho già detto.»
Lei annuì, ma il tremore non si fermava. Sentiva gli sguardi che la spogliavano, che valutavano il suo corpo, che immaginavano cosa si provasse a scoparsela. E in quegli sguardi c'era desiderio, c'era fame, c'era qualcosa che la faceva sentire come un pezzo di carne esposto in una vetrina.
«Guardali,» continuò Renato, la voce bassa e suadente. «Guarda come ti vogliono. Guarda come ti desiderano.» Le sollevò il mento con un dito, costringendola ad alzare lo sguardo. «Dovresti sentirti orgogliosa. Sei bellissima. Sei la donna più desiderata qui.»
Le sue parole la attraversarono come un'onda calda. Orgogliosa. Non era una parola che associava a sé stessa da molto tempo. Ma guardando gli uomini che la fissavano, le donne che la valutavano con occhi carichi di invidia o di desiderio, sentì qualcosa che si risvegliava dentro di lei. Un senso di potere che non conosceva.
Renato la guidò verso un tavolo dove c'erano bottiglie di vino e calici. Le riempì un bicchiere e glielo porse. «Bevi,» disse dolcemente. «Ti aiuterà a rilassarti.»
Lei bevve, un sorso lungo, il prosecco le scivolava in gola lasciando una scia di calore. Era buono, e quelle bollicine le pizzicavano la lingua e il palato. Si rese conto che non aveva mai bevuto alcolici prima di quel momento, e le piaceva, le piaceva da morire. Scolò un altro bicchiere, poi un altro e un altro ancora. Sentì l'alcol che entrava nel sangue, che allentava la tensione nelle spalle, che rendeva i contorni del mondo più sfocati e meno minacciosi. Le conversazioni intorno a lei diventarono un mormorio indistinto, gli sguardi degli uomini divennero meno terrificanti e più... lusinghieri.
«Così, brava,» disse Renato, accarezzandole la schiena nuda. «Stai andando benissimo.»
Un gruppo di uomini si avvicinò, i bicchieri alzati in un gesto di saluto. C'era qualcosa di predatorio nei loro sorrisi, qualcosa che la faceva sentire come una preda che non sapeva di essere braccata, come se li ci fosse ancora Marco.
I due si presentarono a Renato. Luca e Davide dissero di chiamarsi.
«Renato,» disse Luca, con una voce falsamente gentile. «La tua donna è di una bellezza sconvolgente.»
«Grazie,» rispose Renato, con un orgoglio nella voce che la fece fremere. «È speciale, vero?»
Davide si avvicinò a Fabiola, gli occhi che la percorrevano dalla testa ai piedi. «Molto speciale,» confermò. «Ed ho la sensazione che sappia come far felice un uomo, e forse anche una donna.»
Lei non sapeva cosa rispondere, ma non ce ne fu bisogno. Renato la attirò a sé, il braccio che le cingeva la vita con un possesso che le fece battere il cuore. «La mia donna sa fare tutto quello che voglio,» disse, con una nota di sfida nella voce. «È la migliore che abbia mai avuto.»
La conversazione continuò, altri uomini si unirono al gruppo, tutti a guardare lei, a commentare il suo corpo, a fare allusioni che non capiva del tutto ma che la facevano arrossire. Il vino continuava a scorrerle nelle vene, e con ogni bicchiere si sentiva più leggera, più sciolta, più pronta a qualunque cosa fosse successa.
A un certo punto, Renato si alzò, portandola con sé. La musica era cambiata, era diventata più lenta, più sensuale, un ritmo che sembrava suggerire movimenti, posizioni, atti. Lui la fece girare verso di sé, gli occhi nei suoi, un sorriso che le fece accelerare il battito.
«E adesso,» disse, con una voce che sentì fin nelle ossa, «fai vedere a tutti quanto sei brava a succhiarmi il cazzo.»
Le parole la colpirono come uno schiaffo. Sentì il sangue salirle alla testa, il cuore che batteva così forte da farle male. C'erano tutti quegli occhi su di lei, tutti quegli sguardi che aspettavano, che pretendevano. Ma non c'era necessità di rifiutare, non c'era volontà di tirarsi indietro. C'era solo il desiderio di obbedire, di compiacere, di essere quello che Renato voleva che fosse, di esaudire il suo desiderio.
Si inginocchiò sul pavimento, le ginocchia che affondavano in un tappeto nero e morbido, le mani che tremavano mentre raggiungeva la cintura di Renato. Sentì il tessuto dei pantaloni sotto le dita, la fibbia metallica che scivolava, il rumore della zip che si abbassava. Poi le sue dita trovarono il cazzo, già mezzo duro, che premeva contro i boxer.
Lo liberò dagli indumenti, lo guardò pulsare davanti al suo viso, rosso e gonfio di desiderio. Sentì i commenti degli uomini intorno a lei, le risatine, i fischi di approvazione, ma tutto sembrava lontano, ovattato, come se provenisse da un altro mondo. L'unica cosa reale era il cazzo di Renato davanti alla sua bocca, l'unico suono che importava era il respiro di lui che si faceva più pesante. L'unico suo scopo era che tutti vedessero quanto la sua bocca fosse fatta per succhiare quel cazzo.
Si chinò in avanti, la lingua che sporgeva dalle labbra, e leccò la punta, sentendo il sapore salato che già lo bagnava. Poi aprì la bocca e lo prese dentro, sentendo la consistenza setosa della pelle sulla lingua, il calore che si diffondeva nel suo viso. Cominciò a muoversi, la testa che andava avanti e indietro, le labbra che scivolavano lungo l'asta, la lingua che lavorava la punta ogni volta che arrivava in cima, il tutto con una lentezza teatrale, per far sì che tutti potessero ammirarla.
Renato gemette, le mani che si posavano sullo schienale del divanetto, senza toccarla, come se anche lui volesse esibirla. «Cazzo, sì,» lo sentì dire, la voce roca di piacere. «Proprio così. Fagli vedere quanto sei brava.»
Lei continuò, aumentando il ritmo, prendendolo sempre più in profondità. Sentiva gli occhi di tutti su di sé, sentiva l'eccitazione che cresceva attorno a lei, e quella consapevolezza la alimentava, la spingeva a fare di più, a essere meglio. Portò una mano alla base del cazzo, cominciò a massaggiarlo mentre la bocca lavorava la punta, e sentì Renato che si irrigidiva, che tratteneva il respiro.
Ma lui non venne. Invece, la allontanò gentilmente, il cazzo che usciva dalla sua bocca con un rumore umido e osceno. Lei lo guardò, confusa, il viso arrossato, le labbra gonfie per lo sforzo.
«Brava,» disse lui, con quel sorriso che la faceva sentire allo stesso tempo usata e preziosa. «Molto brava.»
Fu allora che i due ragazzi si avvicinarono. Fabiola li guardò seriamente solo in quel momento, due figure giovani e belle, prestanti e affascinanti. Sembravano sulla ventina, i corpi atletici, i visi attraenti, gli occhi che brillavano di desiderio mentre la guardavano ancora in ginocchio tra le gambe di Renato.
«Renato,» disse uno dei due, con una voce che suonava stranamente rispettosa considerando quello che stavano chiedendo, «possiamo banchettare con la tua puttana?»
La parola la colpì come un pugno nello stomaco. Puttana. Era così che la vedevano? Era così che Renato la presentava a quella gente? Ma prima che potesse elaborare il pensiero, sentì lo sguardo di lui su di sé, quegli occhi grigi che la valutavano, che aspettavano la sua reazione.
«Chiedi a lei,» disse Renato, con una calma che la sorprese. «È lei che decide.»
Fabiola guardò i due ragazzi, i loro corpi giovani e sodi, i loro visi sorridenti. Sentì il vino che le scorreva ancora nel sangue, sentì l'eccitazione che pulsava tra le sue gambe, sentì quel desiderio oscuro che Renato aveva risvegliato in lei. E seppe cosa voleva fare.
Si alzò leggermente, avvicinò le labbra all'orecchio di Renato e sussurrò una domanda quasi banale "E' un tuo sogno?" lui annuì, lentamente, un movimento quasi impercettibile. Ma lei lo percepì "E allora sarò la puttana più grande che tu abbia mai visto. Ma solo se tu sarai lì a guardare." Lui sorrise “Accompagnatela nella stanza,” disse, facendo un gesto verso una porta che Fabiola non aveva notato prima. «Io vi raggiungo tra poco.»
I due ragazzi la aiutarono ad alzarsi, le mani che le afferravano le braccia con una gentilezza che non si aspettava. La guidarono attraverso quella che sembrava un incrocio tra una pista da ballo e un mattatoio per troie vogliose, superando gli sguardi degli altri ospiti, fino a una porta laterale nera e lucida.
La stanza in cui entrarono era completamente diversa dal resto. Le pareti erano dipinte di nero, l'unica illuminazione proveniva da lampade rosse che creavano un'atmosfera da bordello. Al centro c'era un grande letto, con lenzuola nere e cuscini sparsi ovunque. Ma fu la parete di fronte al letto a catturare la sua attenzione: era coperta di spioncini, decine di piccoli fori che permettevano a chi stava fuori di guardare dentro.
«Ti piace?» chiese uno dei ragazzi, notando il suo sguardo. «È per chi ama guardare. E per chi ama essere guardato.»
Fabiola non rispose. Sentiva il cuore che batteva all'impazzata, le mani che tornavano a tremare. Ma non era più paura, era anticipazione. Voleva che succedesse, voleva sentire quei corpi giovani su di sé, voleva esaudire il desiderio di Renato.
I due ragazzi non persero tempo. La spinsero verso il letto, le mani che già armeggiavano con il suo vestito. Il tessuto del vestito nero scivolò a terra, lasciandola in reggiseno, mutandine e autoreggenti. Sentì i loro sguardi sul suo corpo, sentì i loro respiri farsi più pesanti.
«Cazzo, è bellissima,» disse uno, mentre le mani già le afferravano i seni, li stringevano attraverso il pizzo del reggiseno.
«È una troia fantastica,» rispose l'altro, le labbra già sul suo collo, che mordevano la pelle sensibile.
La spinsero sul letto, la fecero sdraiare sulla schiena, le mani che le toglievano gli ultimi indumenti. Quando fu nuda, quando il suo corpo fu esposto ai loro sguardi, sentì un brivido che le percorreva la spina dorsale. Dietro quella parete c'erano occhi che la guardavano, che assistevano al suo piacere, e quella consapevolezza la eccitava in modi che non avrebbe mai immaginato possibile.
Il primo ragazzo si chinò tra le sue gambe, la bocca che trovava la sua figa già bagnata. La lingua che la esplorava, che trovava il clitoride, che lo leccava con una perizia che la fece gemere ad alta voce. L'altro si posizionò accanto alla sua testa, il cazzo già fuori dai pantaloni, duro e pronto.
«Apriti, troia,» disse, con una voce che non ammetteva repliche.
Lei aprì la bocca, sentì il cazzo che scivolava dentro, che riempiva la sua gola. Cominciò a succhiare, mentre la lingua dell'altro continuava il suo lavoro tra le sue gambe, mentre le mani le afferravano i seni, le pizzicavano i capezzoli. Gemette intorno al cazzo, sentì il proprio corpo che rispondeva, che si inarcava verso quella doppia stimolazione.
«Cazzo, che bocca perfetta,» disse quello che le stava in bocca, i fianchi che cominciavano a muoversi, che spingevano più a fondo.
L'altro si rialzò, il viso bagnato dei suoi umori. «Adesso ti scopo per bene, puttana,» disse, mentre si posizionava tra le sue gambe, mentre il suo cazzo trovava l'ingresso della sua figa.
La penetrò con un colpo solo, riempiendola completamente, strappandole un grido che fu soffocato dal cazzo in bocca. Cominciò a muoversi, un ritmo brutale che la faceva sussultare, che faceva sobbalzare il letto sotto di loro. Lei si sentì trasportare, persa tra i due corpi che la usavano, che la possedevano.
Continuarono così per minuti che sembrarono ore, cambiandosi posizione, scambiandosi la bocca e la figa, esplorando ogni centimetro del suo corpo. La fecero mettere a quattro zampe, la presero da dietro mentre lei succhiava l'altro. La afferravano i capelli e le guidavano la testa sul cazzo. La usarono in ogni modo possibile, senza pietà, senza pause, e lei si lasciò usare, perché era quello che voleva, era quello che Renato voleva, era quello che la faceva sentire viva.
Quando la porta si aprì e Renato entrò, lei era distesa sulla schiena, le gambe spalancate, il viso rivolto verso l'alto mentre uno dei ragazzi le veniva in bocca. Sentì gli spruzzi caldi che le riempivano la gola, inghiottì automaticamente, mentre l'altro continuava a scoparla con colpi sempre più frenetici.
Renato si avvicinò al letto, guardò il suo corpo usato, il suo viso sporco di sborra, i suoi occhi vitrei di piacere. «Brava,» disse, con quella voce che le faceva ancora battere il cuore. «La mia puttana è la migliore.»
Il secondo ragazzo venne pochi secondi dopo, imbrattando il suo ventre con getti caldi che la fecero gemere.
Ma non era finita. Renato si sbottonò i pantaloni, liberò il cazzo già duro, e si avvicinò al suo viso. «Apri,» ordinò.
Lei aprì la bocca, mostrando desiderio e piacere che prima era assente. Lui si masturbò per pochi secondi, poi venne, gli spruzzi che colpivano la sua lingua, che riempivano la sua bocca. Lei inghiottì, sentì il sapore familiare del suo seme, sentì quel senso di appagamento che solo lui poteva darle.
Quando tutto fu finito, quando i due ragazzi uscirono dalla stanza lasciandoli soli, Renato si chinò su di lei e le accarezzò il viso, pulendo una goccia di sborra dall'angolo della bocca.
«Sei stata incredibile,» disse, con una tenerezza che non gli aveva mai sentito. «Sono fiero di te.»
Fabiola chiuse gli occhi, sentì quelle parole che la avvolgevano come una coperta calda. Era esausta, il corpo che le doleva in cento punti diversi, ma dentro si sentiva piena, completa. Aveva fatto quello che lui voleva, l'aveva reso orgoglioso, aveva dimostrato di essere degna di lui, di aver esaudito un altro desiderio.
E mentre Renato la aiutava ad alzarsi, mentre la avvolgeva in un asciugamano e la guidava fuori dalla stanza, lei sapeva che questa era solo l'inizio. Nello stordimento dell'alcool aveva la certezza che Renato le avrebbe confessato nuovi desideri e lei era pronta. Pronta ad esaudirli. Per lui, era pronta a tutto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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