tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap. 17
25.06.2026 |
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"Con la stessa velocità si tolse per respirare e poi dire "va bene così mio signore?" Quell'uomo, che fino a quel momento rimase imperscrutabile, la guardò soddisfatto..."
Il silenzio della stanza sembrava pesante come piombo. Fabiola sedeva sul bordo del letto, le mani in grembo, lo sguardo fisso su nulla in particolare. Attraverso la finestra filtrava la luce arancione del tramonto, tingendo le pareti di ombre calde che non le portarono alcun conforto. Quella sera ci sarebbe stata la festa, o almeno Renato l'aveva chiamata così. "Stasera potrai esaudire questo mio grande sogno Faby" le aveva detto. E lei sapeva già che uomini sconosciuti avrebbero pagato per averla. Il pensiero le strisciava nella mente come un serpente freddo, attorcigliandosi nello stomaco.Si alzò di scatto, cercando qualcosa che la distraesse dal fissare l'abito da sera bianco, scollato e con uno spacco fino all'inguine, che avrebbe indossato. I suoi occhi caddero su un piccolo cassetto del comodino, leggermente aperto. Lo tirò verso di sé con dita tremanti. Dentro, tra vecchi scontrini e biglietti spiegazzati, c'era una fotografia. La prese con delicatezza, come se potesse rompersi.
Ecco il viso di suo figlio. Sorrideva all'obiettivo, giovane e ignaro di tutto ciò che sarebbe accaduto. I suoi occhi avevano quella luce particolare, quella speranza, quell'innocenza fanciullesca che Fabiola ricordava come l'unica ancora di salvezza quando viveva con il marito la suocera. Le lacrime arrivarono senza preavviso. Prima una sola, solitaria, che le scivolò lungo la guancia lasciando una scia calda. Poi altre, sempre più veloci, finché il viso nella foto non divenne una macchia indistinta.
«Il mio bambino...» sussurrò, la voce incrinata. «Il mio bellissimo bambino.»
Le sue spalle cominciarono a sussultare. I singhiozzi le scuotevano il petto, incontrollabili. Si portò la foto al cuore, stringendola come se potesse assorbirla, come se potesse tornare indietro nel tempo e cambiare ogni cosa. Ma ciò che le faceva più male era la consapevolezza che non pensava a lui da giorni, come se la sua mente volesse cancellarlo.
«Mi dispiace... mi dispiace così tanto...»
La porta della stanza si aprì con un leggero cigolio. Renato rimase sulla soglia per un momento, osservando la scena con i suoi occhi grigi. Il suo volto rotondo non mostrava sorpresa, solo una calma calcolatrice. Entrò lentamente, chiudendosi la porta alle spalle.
«Faby...» La sua voce era suadente, bassa. «Che succede, tesoro?»
Fabiola cercò di asciugarsi le lacrime, ma ne arrivarono altre. «È mio figlio... mi manca. Mi manca da morire. Non so più dov'è, non so cosa fa, se sta bene, se... se mi odia ancora.»
Renato si avvicinò al letto e si sedette accanto a lei. Il materasso affondò leggermente sotto il suo peso. Le posò una mano sulla spalla, accarezzandola con movimenti lenti.
«Sshhh, calmati adesso. Non serve a nulla piangere.»
«Non posso farne a meno!» esclamò lei, la voce strozzata. «Ho abbandonato il mio bambino. Me ne sono andata senza dirgli nulla, neppure addio. Sono una madre terribile, una donna terribile...»
Renato le prese il viso tra le mani grandi, costringendola a guardarlo. I suoi occhi grigi la fissarono con un'intensità che lei trovò quasi ipnotica.
«Ascoltami bene, Faby. Tuo figlio ti ha rifiutata. Ricordi? Lui ti ha voltato le spalle. Non è colpa tua se le cose sono andate così.»
«Ma io... io l'ho deluso...»
«No.» La voce di Renato si fece più ferma. «Lui ha scelto di allontanarsi. Lui ha deciso che non voleva avere niente a che fare con te. E tu che cosa hai fatto? Hai cercato di andare avanti. Hai cercato di rifarti una vita. Non c'è nulla di male in questo.»
Fabiola tirò su col naso, le lacrime che cominciavano a rallentare. Le parole di Renato penetravano attraverso il suo dolore, offrendo una via d'uscita dalla colpa che la stava consumando.
«Davvero?»
«Certo che è vero. Guardati.» Le sue mani scivolarono dal viso alle spalle, poi lungo le braccia. «Sei una donna bellissima. Sei libera. Puoi fare quello che vuoi, essere quello che vuoi. Perché dovresti soffrire per qualcuno che non vuole avere a che fare con te?»
«Io... non lo so... è il mio bambino.»
Renato si alzò e si diresse verso un piccolo mobile bar nell'angolo della stanza. Prese una bottiglia di vino bianco e due bicchieri. Il tappo saltò con un rumore secco, e il liquido dorato riempì il vetro con un suono gorgogliante.
«Ecco.» Le porse un bicchiere. «Bevi. Ti aiuterà a rilassarti.»
Fabiola esitò solo un istante prima di prendere il bicchiere. Il vino brillava alla luce morente del tramonto, promettendo oblio. Se lo portò alle labbra e bevve un lungo sorso. Il calore si diffuse nel suo petto, sciogliendo parte della tensione che le attanagliava i muscoli.
«Brava, così.» Renato si sedette di nuovo accanto a lei, sorseggiando il suo vino. «Continua a bere. Stasera devi essere rilassata. Stasera devi essere perfetta.»
Fabiola annuì meccanicamente, portando il bicchiere alle labbra ancora e ancora. Il vino scorreva facile, troppo facile. Quando il bicchiere fu vuoto, Renato gliene versò un altro senza che lei glielo chiedesse. E poi un altro ancora. Il mondo cominciò a diventare morbido ai bordi, sfocato, più gestibile.
«Meglio?» chiese lui, accarezzandole i capelli. Fabiola non rispose, ma i singhiozzi si calmarono mentre il respiro tornava regolare. Renato sorrise. Non era un sorriso caldo, ma Fabiola non se ne accorse. Vedeva solo qualcuno che la capiva, che la accettava, che non la giudicava per i suoi errori.
«Andiamo adesso» disse lui alzandosi. «La festa sta per iniziare.»
***
La villa era magnifica. Colonne di marmo si innalzavano verso soffitti affrescati, e lampadari di cristallo diffondevano una luce soffusa e dorata. L'aria profumava di gardenie e ambra, con un sottofondo muschiato che sembrava permeare ogni cosa. Un valzer lento suonava da altoparlanti nascosti, le note fluttuanti come sogni dimenticati.
Fabiola entrò al braccio di Renato, i tacchi alti che battevano incerti sul pavimento di marmo. Indossava quell'abito bianco che mostrava molto ma non tutto, come se ciò che c'era sotto fosse un trofeo da guadagnare per quegli uomini che presto l'avrebbero ammirata.
C'erano forse una ventina di persone nella sala principale. Uomini in abiti costosi, alcuni con drink in mano, altri che conversavano in gruppetti distinti e per ognuno c'era una giovane donna elegante e lasciva. Le loro conversazioni si interruppero quando Fabiola fece il suo ingresso. Gli occhi la percorsero, la svestirono, la valutarono. Lei sentì quegli sguardi come mani invisibili che la toccavano dappertutto.
«Renato...» sussurrò, stringendo il suo braccio. «Non sono più sicura di volerlo fare.»
Lui si fermò, voltandosi verso di lei. I suoi occhi grigi la studiarono per un momento, poi le sue labbra si curvarono in un sorriso rassicurante.
«Va tutto bene, Faby. Capisco.» e la fece passare in mezzo al salone, come in una passerella, per poi portarla in una zona più appartata.
Infilò una mano in tasca e ne estrasse una piccola bustina di plastica. La polvere bianca all'interno brillava alla luce dei lampadari.
«Che cos'è?»
«Qualcosa che ti aiuterà a non avere paura.»
Si sistemarono dietro una colonna di marmo, nascosti alla vista degli altri ospiti. Renato aprì la bustina con cura e versò una piccola quantità di polvere bianca sulla superficie lucida di un tavolino d'appoggio. Con una carta di credito che estrasse dal portafoglio, divise la polvere in tre striscioline precise.
«Guarda come faccio io» disse. Si chinò e, usando una piccola cannuccia bianca, aspirò una delle strisce con il naso, chiudendo gli occhi per un momento. Quando li riaprì, sorrideva. «Vedi? Niente di difficile.»
Fabiola guardò la striscia rimanente. Il cuore le batteva forte nel petto. Non sapeva cosa fosse, non l'aveva mai vista, anche se sentiva fosse sbagliato. Ma il vino che aveva bevuto le rendeva difficile pensare con chiarezza, e la voce di Renato era così convincente...
«Adesso torniamo con gli altri» continuò lui, la voce bassa e suadente. «E se poi non vorrai continuare, io ti porterò via subito. Te lo prometto.»
Fabiola lo guardò negli occhi. Sembrava così sicuro, così protettivo. Si chinò sul tavolino, chiuse una narice con un dito, e aspirò la polvere bianca.
Il bruciore fu immediato, seguito da una sensazione strana, come se il suo cervello si stesse espandendo. Poi, lentamente, aspirò anche l’altra, con ancora più vigore, e tutto divenne più nitido. E allo stesso tempo, più distante. Le sue paure, i suoi dubbi, i suoi sensi di colpa si dissolsero come nebbia al sole.
«Come ti senti?» chiese Renato.
«Bene» rispose lei, e la sua voce sembrava venire da molto lontano. «Mi sento... bene.»
Tornarono nella sala principale. Questa volta, Fabiola camminava con passo più sicuro e il suono dei suoi tacchi era sicuro, cadenzato, sensuale. Gli sguardi degli uomini non la spaventavano più. Anzi, li accoglieva. Si sentiva potente. Desiderabile. Libera.
Renato la guidò verso il centro della sala, dove la luce era più intensa. La fece girare lentamente, mostrandola a tutti i presenti come se fosse un trofeo.
«Buonasera Signori» Disse tentando di sembrare aggraziato, ma il risultato fu quasi comico. "Spero che questa sera sarà piacevole per tutti." Gli uomini si avvicinarono, quasi ignorandolo, e formarono un cerchio intorno a lei. I loro occhi brillavano di desiderio. Fabiola li guardò uno per uno, girando lentamente su stesse mentre sorseggiava uno Champagne che le solleticava la lingua. Non provava né paura né imbarazzo. Provò qualcos'altro, una specie di eccitazione perversa. Era al centro dell'attenzione. Era desiderata. Era ammirata. Era speciale. E non li temeva. Non temeva nulla.
«Voglio proprio vedere se qui c'è qualcuno che mi merita. Facciamo un'asta» disse, la voce sorprendentemente ferma. «Chi paga di più potrà avermi... senza limiti»
Renato la guardò con un sorriso che per Fabiola sembrava dimostrazione d’orgoglio e soddisfazione, ma non sapeva che in realtà era figlio dell'avidità, «Avete sentito, signori? Chi offre di più?»
Le offerte cominciarono a piovere. Fabiola stava al centro del cerchio, il corpo che fremeva per l'eccitazione esasperata dal miscuglio di droga e alcool che le scorreva nelle vene. Non era più una madre che aveva fallito. Non era più una donna che aveva perso tutto. Si sentiva una dea, adorata e desiderata.
Cinquecento euro da un uomo calvo con un completo grigio. Mille da un altro con la barba curata e l'orologio d'oro. Le cifre salivano, e con loro l'eccitazione di Fabiola. Duemila offrì un uomo giovane ma con uno sguardo che inquietò per un attimo Fabiola.
«Novemila!» esclamò una voce profonda.
Tre uomini si fecero avanti. Erano tutti sopra i cinquanta, ben vestiti, con l'aria di chi è abituato a ottenere ciò che vuole. Il primo era alto e magro, con capelli argentati e occhi azzurri freddi. Il secondo era più basso e robusto, con una pancia prominente e un sorriso avido. Il terzo era nel mezzo, con un viso segnato dal tempo, spalle larghe, braccia possenti e mani grandi che già bramavano di toccarla.
«Novemila per averla tutti e tre» disse quello alto. «Per tutto il tempo che ci servirà.»
Renato guardò Fabiola, inarcando un sopracciglio. «Allora, Faby? Accetti?»
Lei non esitò. La droga aveva cancellato ogni esitazione, ogni pensiero razionale. C'era solo il momento presente, solo il desiderio che bruciava dentro di lei, solo quel bisogno irrazionale di dimostrare che, per sua precisa scelta, era pronta a dimostrare che non esisteva un desiderio che il suo uomo, quello che sentiva la avesse salvata, lei non sapesse esaudire, perché lei era desiderabile, lei era bella, lei era una puttana da novemila euro, lei era una dea inarrivabile se non pagando, e lei decideva se e con chi.
«Si» disse. «Mi meritano.» E prima di allontanarsi si avvicinò a Renato e leccò il suo orecchio mentre sussurrava "sarai orgoglioso di me". Lui le rispose semplicemente "godi amore mio, goditi il momento, e mostra tutto il piacere che provi. Ricorda, mentre ti usano e come se ti usassi io".
La stanza dove la portarono era grande e lussuosa, con un enorme letto al centro e specchi su tutte le pareti. Fabiola si sentiva come in un sogno, fluttuante e distaccata, eppure intensamente presente nel suo corpo. Gli uomini la circondarono, le loro mani che la toccavano dappertutto, sfilandole l'abito e strappando le mutandine bianche trasparenti.
«Sei bellissima» mormorò quello alto, le labbra sul suo collo. «Così fottutamente bella.»
«In ginocchio» ordinò quello con le braccia possenti, spingendola verso il basso.
Fabiola assecondò la mano che la spingeva in ginocchio, sul pavimento in morbido legno, i suoi occhi azzurri che guardavano in alto verso i tre uomini con aria di sfida, velata da una profonda lussuria. Le loro mani erano già occupate con cinture e pantaloni, liberando membri già duri e pronti.
«Apri quella bocca» disse il terzo, avvicinandosi a lei.
Fabiola obbedì, aprendo le labbra e accogliendo il suo cazzo nella bocca. Era grosso e caldo, e lei lo prese profondamente, usando la lingua per accarezzarlo mentre i suoi occhi guardavano in alto verso di lui, come a promettere emozioni mai provate prima. L'uomo gemette, le mani che le afferravano i capelli neri ricci.
«Cazzo, sa succhiare» ansimò. Gli altri si avvicinarono, puntando il loro cazzi come lance, e lei iniziò a passare da un cazzo all'altro, succhiando, leccando, strofinandoseli in faccia, lasciando che glieli sbattessero sulla lingua come dolci e morbide frustate.
Il tempo era già diventato un qualcosa di relativo quando Fabiola sentì l'uomo con la pancia prominente che, inginocchiatosi dietro di lei, le afferrò i fianchi. Fabiola sentì le sue dita tra le gambe, che la esploravano, che la aprivano.
«È già bagnata» disse con una risatina. «Questa troia vuole essere scopata.»
«Allora scopala» rispose quello alto, che si era posizionato davanti a lei, accanto al terzo uomo. «Non farla aspettare.»
Fabiola si sentì sollevare "Si ma adesso me la scopo da solo, sono quello che ha pagato di più e voglio essere il primo."
Gli altri si fecero da parte, sedendosi su di un divanetto posto ai piedi del letto, come se fossero seduti a teatro. La fissavano, mentre lei provava una strana esaltazione nel guardali mentre tenevano tra le mani i loro cazzi duri, mentre osservavano proprio lei che veniva scopata con forza, prima nella figa, a pancia in su e poi a quattro zampe, nel suo culo magnifico. Fabiola li guardava mentre gemeva, mentre urlava un piacere che non provava realmente, ma che sentiva di dover mostrare in cambio dell’esaltazione di sentirsi così desiderata, e mentre spingeva il culo all'indietro per sentirsi ancora più troia, sentì gli schizzi caldi inondarla e riempirla. In quel momento pensò a Renato, alle sue parole "mentre ti usano e come se ti usassi io", chiuse un attimo gli occhi e si lasciò trasportare in un orgasmo, o in quello che la sua mente annebbiata sentì come tale.
Toccò quindi a quello più alto che si sostituì subito all'amico dentro il suo culo, entrando senza alcuna fatica mentre il suo cazzo emetteva suoni umidi affondando nella sborra dell'altro. Fabiola era in uno stato di torpore; eppure, sentiva la sua figa goccialare di piacere, e sentiva la sua voce chiedere di essere scopata più forte "sfondami il culo si, lo voglio tutto fino in fondo". L'uomo con le braccia possenti la guardava negli occhi, e il suo sguardo era famelico, carico di un desiderio irrefrenabile e Fabiola sentiva che era lui, era quell'uomo che in quel momento desiderava. Improvvisamente quello che la stava scopando nel culo si fermò, si infilò sotto di lei e iniziò a leccarle la figa mentre con le caviglie spingeva la sua testa sul cazzo. Lei lo prese senza difficoltà e iniziò a succhiarlo avida e decisa, con le guance che si incavavano ad ogni suzione fino a quando sentì il seme amaro nella gola, ingoiandolo fino all'ultima goccia. "Questa sì che è una puttana cazzo. Siamo stati fortunati a spendere così poco" disse l'uomo robusto. "Aspetta, adesso vediamo se sopporta il mio cazzo" disse quello con le braccia possenti mentre si sedeva sul letto con la schiena appoggiata. "Succhia puttana, voglio vederlo sparire completamente, ma prima bevi, e lavati la bocca dalla sborra". Fabiola iniziò a bere direttamente dalla bottiglia di Champagne, fingendo di succhiare un cazzo e, quando si sentì di nuovo in forze, si lanciò su quel cazzo che, solo ora, si rese conto essere enorme. Lo afferrò con due mani, lo leccò per tutta la sua lunghezza mentre fissava gli occhi di quell'uomo possente e poi, in un attimo, se lo infilò in bocca completamente, senza fermarsi, controllando i conati mentre le lacrime inondavano gli occhi, il respiro si mozzava e sentiva il calore avvampare sulle gote. Con la stessa velocità si tolse per respirare e poi dire "va bene così mio signore?" Quell'uomo, che fino a quel momento rimase imperscrutabile, la guardò soddisfatto. "Cazzo si, ma adesso te lo ficco nel culo puttana" e lei, girandosi lentamente , sentendosi una vera puttana di classe, non come quelle che il marito portava in casa, disse languidamente "non vedo l'ora". Nonostante il suo culo fosse già stato aperto dagli altri due, Fabiola lo sentì entrare, allargarla ancora di più ed emise un grido "Dio si, sfondami, spacca sto culo da troia, fammelo sentire fino in gola" e lui iniziò a sbatterla con una forza che la sconquassava ad ogni colpo, mentre con le mani le schiaffeggiava con forza crescente le natiche. Quei colpi la facevano fremere, ma non di piacere, aveva come la sensazione fossero esattamente quello che una puttana come lei meritasse, come se fosse la giusta conseguenza per essere così profondamente soddisfatta mentre faceva la troia, mentre rendeva orgoglioso Renato.
I colpi rallentarono, come se quell'uomo dovesse riprendere fiato. Sentiva il suo respiro affannato, le sue mani stringerla come se fosse attaccato ad un appiglio "Cazzo questa è una puttana insaziabile". Poi fece una cosa che nessuno aveva mai fatto con lei. Si distese con il cazzo puntato al cielo "Fammi vedere che ti impali, montami sopra e scopati da sola troia". Fabiola ci mise qualche secondo a capire e poi si mosse, incerta, quasi non avesse mai scopato in vita sua. Salì sopra a quell'uomo e lasciò che quel cazzo entrasse nella sua figa, lentamente, fino a sentirlo completamente dentro. Percepiva una strana sensazione, nuova e appagante mentre iniziava a muoversi. Prima con movimenti circolari, poi alzando il bacino, su e giù, su e giù. Si rese conto che era lei a decidere il ritmo, l'intensità, tutto solo per il prorpio piacere e si lasciò andare, muovendosi con furia, incurante delle mani che le stringevano e le torcevano i capezzoli. L'orgasmo la raggiunse nello stesso momento in cui sentì i potenti getti di sborra inondarle la figa. Fu dirompente e le sue urla rimbombarono nella stanza altrettanto potenti.
Ci fu un momento di pausa, durante il quale Fabiola bevve altri tre sorsi pieni di Champagne e poi, guardando qui tre uomini di nuovo eccitati mentre l’alcool rinforzava quello stato di lucido annebbiamento, disse "Tutto qui? Avete già finito o volete iniziare a scoparmi seriamente".
Più tardi, molto più tardi, non avrebbe saputo dire quanto tempo era passato durante il quale i tre uomini si alternavano, usando ogni parte del suo corpo, si trovò a cavalcioni del robusto, il suo cazzo nella sua figa, mentre quello alto si posizionava dietro di lei.
«E adesso ti riempio di nuovo il culo, troia» disse, premendo contro il suo buco del culo ancora dilatato, rosso e fremente.
«Sì... scopami il culo ... Sfondami, riempimi ...»
Fabiola sentì la pressione, ma c'era solo piacere nel sentirlo entrare senza sforzo nel suo culo che sembrava ormai anestetizzato. Entrambi gli uomini si mossero, trovando un ritmo che li faceva entrare in lei contemporaneamente. Lei gridò, un suono che era pura estasi perché la sua mente sembrava cancellare il dolore.
«Cazzo... sì... così, più forte...»
Il terzo uomo si avvicinò, mettendole il suo cazzo davanti alla faccia. Fabiola lo prese nella bocca senza esitazione, e per un momento fu completamente riempita. Cazzo in figa, cazzo in culo, cazzo in bocca. Tutti e tre i buchi occupati, tutti e tre che la scopavano con ritmi diversi.
Le sensazioni la travolsero. Era come essere scossa da un terremoto, ogni cellula del suo corpo che vibrava. Gemette intorno al membro nella sua bocca, gli occhi che si rovesciavano all'indietro.
«Questa puttana ama essere riempita» disse quello alto, spingendo più a fondo nel suo culo.
«È una vera troia» concordò il robusto da sotto di lei.
Fabiola non poteva negarlo. La droga e l'alcol avevano abbassato tutte le sue difese, e ora c'era solo il piacere grezzo, animale. Ogni colpo le strappava un gemito, ogni spinta la faceva tremare.
«Di più ... voglio di più ... scopatemi più forte ...»
Gli uomini furono colti dalla furia del piacere. I loro movimenti si fecero più frenetici, più urgenti. Fabiola si sentiva come un pezzo di argilla tra le loro mani, modellata e plasmata dal loro desiderio.
Il tempo perse significato. Potevano essere passati minuti o ore. Fabiola perse il conto di quante volte era venuta, o se era venuta davvero. Il piacere si mescolava al dolore, le sensazioni si confondevano in un'unica massa indistinta di stimoli.
Alla fine, quando i tre uomini erano ormai sfiancati, quando l'ultimo di loro fu venuto dentro il suo culo, Fabiola si ritrovò sul pavimento, il corpo indolenzito e coperto di sudore e sperma. Ma non aveva finito. La droga bruciava ancora nelle sue vene, spingendola oltre ogni limite.
Si mise in ginocchio, guardando con occhi pieni di sfida i tre uomini che si rivestivano con espressioni soddisfatte.
«Quindi avete finito così? Mi lasciate così … sporca? Non vi va di ... lavarmi?» disse, la voce roca ma ferma. «Non volete darmi tutto di voi?»
Gli uomini si scambiarono occhiate sorprese, poi sorrisero.
«Cazzo, questa sì che è una troia» disse il robusto ridacchiando.
Si avvicinarono a lei, estraendo i membri flaccidi. Fabiola alzò la mano "Ma questo non è compreso nel prezzo". Si sentiva una lurida puttana, ma le piaceva, voleva il potere, voleva essere lei a decidere. Gli uomini tornarono a guardarsi con un gesto di intesa e poi estrassero dai portafogli tre banconote da cinquecento euro appoggiandoli sul letto, "ma questi tienili per te piccola, sarà il nostro segreto". Fabiola abbassò la mano, aprì la bocca con la lingua fuori in attesa. Il primo getto caldo la colpì tra le tette, poi sul viso, poi in bocca. Gli altri due seguirono, inondandola con i loro fluidi, mentre lei ingoiava quella pioggia dorata.
Lei li accolse come una benedizione, come un battesimo sporco che la purificava da tutto ciò che era stata prima. Quando finirono, era completamente fradicia, il corpo che gocciolava, i capelli neri appiccicati al viso.
"Sei stata magnifica, la migliore che abbiamo mai incontrato" dissero quasi all'unisono.
«Grazie» sussurrò Fabiola mentre gli uomini uscivano dalla stanza senza guardarsi indietro.
Il viaggio di ritorno fu silenzioso. Renato guidava attraverso le strade buie, mentre Fabiola sedeva al suo fianco, ancora sotto l'effetto della droga e dell'alcool. Il suo corpo era indolenzito, la sua mente ancora offuscata, ma dentro di lei c'era una strana calma.
«Sei stata perfetta stasera» disse Renato, rompendo il silenzio. La sua voce era calda, piena di ammirazione. «Più che perfetta. Sei stata incredibile.»
Fabiola lo guardò, i suoi occhi azzurri che cercavano i suoi.
«Davvero?»
«Sì.» Renato le prese una mano, stringendola. «Sei la donna perfetta, Faby. Noi siamo perfetti insieme. Io ti capisco. Ti accetto per quello che sei. E tu ... tu mi completi.»
Le sue parole penetrarono attraverso la nebbia nella mente di Fabiola. Nessuno le aveva mai detto una cosa del genere. Nessuno l'aveva mai accettata completamente, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze.
«Ti amo» continuò Renato, gli occhi grigi che brillavano alla luce dei lampioni. «Ti amo davvero. Non ho mai incontrato nessuna come te.»
Fabiola sentì le lacrime agli occhi, ma non erano lacrime di dolore. Erano lacrime di gratitudine, di sollievo. Qualcuno la amava. Qualcuno la voleva. Non importava se avesse appena scopato tre sconosciuti per soldi. Renato la amava. Forse la amava proprio per quello e per lei, quel sentirsi amata, era indispensabile come l’aria.
«Anch'io ti amo» sussurrò, anche se non era sicura di cosa significasse davvero.
La sua mano scivolò verso il grembo di Renato, cercando la sua zip. Lui la guardò con un sorriso mentre lei liberava il suo membro, già parzialmente duro.
«Cosa stai facendo, Faby?» chiese, anche se conosceva già la risposta.
«Voglio ringraziarti» disse lei, chinandosi su di lui. «Voglio farti sentire bene. E voglio che a casa tu abbia ancora voglia di fare l'amore con me.»
La sua bocca si chiuse intorno al cazzo di Renato, iniziò a succhiare lentamente, con attenzione, come se fosse un atto di devozione. Renato gemette, una mano che le accarezzava i capelli mentre guidava con l'altra.
«Cazzo, sì ... proprio così ...»
Fabiola continuò il suo lavoro, la testa che andava su e giù in un ritmo costante. La droga rendeva tutto più facile, più naturale. Non doveva pensare, non doveva sentire. Doveva solo succhiare, solo compiacere, solo renderlo orgoglioso di lei.
«Sei la mia troia perfetta» disse Renato, la voce tesa per il piacere. «La mia puttana speciale. Non ti lascerò mai andare.»
Fabiola gemette intorno al suo membro, assaporando le sue parole come fossero miele. Non sapeva dove stava andando la sua vita. Non sapeva cosa sarebbe successo domani, o la prossima settimana, o il prossimo mese. Ma in quel momento, con il cazzo di Renato nella bocca e le sue parole nelle orecchie, che lei considerava di vero amore, si sentì a casa.
E per ora, era abbastanza.
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