tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap. 12
23.06.2026 |
64 |
4
"Poteva sentirlo scivolare lungo la sua gola, caldo e vischioso, mentre il suo cazzo continuava a pulsare nella sua bocca..."
I raggi del sole filtravano attraverso le sottili tende della camera da letto, proiettando strisce di luce calda sul pavimento di legno consumato. Fabiola giaceva immobile tra le lenzuola stropicciate, gli occhi spalancati a fissare il soffitto dove un grande specchio rifletteva la sagoma ingombrante di Renato addormentato al suo fianco. Il suo russare ritmico, profondo e gutturale, riempiva la stanza come un motore perennemente acceso. Ogni inspirazione sollevava il suo petto massiccio, ogni espirazione faceva vibrare le sue labbra carnose socchiuse.Fabiola si voltò lentamente sul fianco, studiando il profilo dell'uomo con cui condivideva il letto e la sua vita da un mese. Alla luce cruda del mattino, Renato appariva in tutto il suo disordine fisico: i capelli grigi radi sparati in diverse direzioni, la pelle del viso arrossata dal cuscino, la pancia prominente che si alzava e abbassava sotto il lenzuolo spiegazzato. La cicatrice sul collo sembrava più profonda, i tatuaggi sul petto sbiaditi dall'età. Non era un bell'uomo. Non lo era mai stato. Eppure, guardandolo, Fabiola sentì una strana forma di gratitudine invaderle il petto.
La sera precedente al cinema porno tornò a galla nella sua mente con prepotenza. Ricordò la sala semibuia, l'odore di sesso stantio e popcorn bruciato, i tre sconosciuti seduti nelle file davanti che si voltavano a guardarla. Chiuse gli occhi e rivisse ogni istante: le mani di Renato che le spingevano la testa verso il suo inguine, i commenti volgari degli uomini che si masturbavano guardandola, lo schizzo di sperma che era caduto vicino alle sue ginocchia. In quel momento aveva sentito solo umiliazione, liquida e stranamente piacevole, scorrerle nelle vene. Ma ora, nel silenzio del mattino, poteva analizzare quella sensazione con maggiore chiarezza.
La verità era che si era eccitata. Nonostante tutto, o forse proprio per tutto, il suo corpo aveva reagito a quella esposizione forzata con un calore insidioso tra le cosce. Quando Renato l'aveva chiamata la sua puttana, quando gli sconosciuti l'avevano guardata con desiderio grezzo, qualcosa dentro di lei si era sciolto. Non perché le piacesse essere umiliata, ma perché sapeva di potersi rifiutare.
Questo era il punto cruciale che continuava a tornare nei suoi pensieri. Renato non le aveva mai imposto nulla. Le aveva chiesto, ordinato forse, ma mai costretta. Poteva averla manipolata, poteva aver sfruttato le sue vulnerabilità, ma alla fine era stata lei a scegliere di inginocchiarsi. Lei a scegliere di aprire la bocca. Lei a scegliere di rimanere mentre quegli uomini la guardavano come un pezzo di carne.
Con Marco, suo ex marito, non c'era mai stata scelta. Dieci anni di matrimonio in cui il sesso era un dovere, un obbligo, una modo per dimostrare che lui decideva per se stesso e lei era solo una inutile sguattera e un semplice buco da riempire. Quante volte si era inginocchiata mentre la inculava, sperando che finisse in fretta? Quante volte aveva finto gemiti e sorrisi, come le prostitute che lui portava in casa "così impari come si fa", mentre dentro di lei moriva un poco alla volta? Con Marco, il suo corpo era una oggetto senza volontà e senza diritto al piacere.
Renato era diverso. Renato le faceva fare cose che non avrebbe mai immaginato, cose che la facevano arrossire solo a pensarci, cose che la facevano sentire sporca e usata. Ma era proprio quella sporcizia che la faceva sentire libera. Perché era una sporcizia che aveva scelto di indossare.
Si mise seduta sul letto, scostando delicatamente il lenzuolo per non svegliare Renato. I suoi capelli neri con i boccoli perfettamente disordinati le ricadevano sulle spalle, alcuni ciuffi le sfioravano il viso. Indossava una camicia da notte leggera di seta nera che Renato le aveva comprato la settimana prima, corta sopra le cosce, con spalline sottili che lasciavano scoperte le sue clavicole. La carnagione olivastra della sua pelle risaltava contro il tessuto scuro, e i suoi occhi azzurri brillavano di una determinazione silenziosa.
Spostò le gambe oltre il bordo del letto e posò i piedi nudi sul pavimento fresco. Il rumore della città iniziava a filtrare dalle finestre: il traffico lontano di via Piave, una sirena in lontananza, il clacson di un camion. Suoni familiari che segnavano l'inizio di una nuova giornata. Fabiola si alzò in piedi, stirandosi con le braccia sopra la testa, sentendo i muscoli della schiena tendersi e poi rilassarsi.
Attraversò la camera da letto diretta verso la cucina, i suoi passi leggeri sul pavimento. L'appartamento era piccolo ma accogliente, con quell'atmosfera dimessa che lei aveva imparato ad amare. I mobili vecchi ma puliti, le tende di pizzo alle finestre, l'odore di caffè che iniziava a diffondersi mentre accendeva la macchinetta sul ripiano della cucina. Aveva trasformato quel posto in una casa, o almeno in qualcosa che assomigliava a una casa.
Prese le uova dal frigorifero e la pancetta dallo scaffale. Mentre rompeva le uova in una ciotola, i suoi pensieri tornarono alla serata precedente. Ricordò il momento in cui Renato era venuto nella sua bocca, il sapore salato del suo sperma, e poi quelle parole: "La settimana prossima ti porto al club di Marghera." Un club privato aveva specificato. Un posto dove l'avrebbe mostrata ad ancora più uomini. Dove l'avrebbe fatta guardare, toccare, forse anche usare da altri.
Il pensiero avrebbe dovuto spaventarla. E in parte lo faceva. Ma c'era anche qualcos'altro, una fiammella di curiosità che bruciava bassa nel suo stomaco. Cosa si provava a essere desiderata da molti uomini contemporaneamente? Cosa si provava a essere il centro dell'attenzione in una stanza piena di sconosciuti?
Scosse la testa, concentrandosi sulla colazione. La pancetta sfrigolava nella padella, riempiendo la cucina del suo aroma intenso. Il caffè iniziò a gorgogliare nella macchinetta, promettendo il suo carico di caffeina. Fabiola si muoveva per la cucina con efficienza, preparando due piatti con uova strapazzate e pancetta croccante, tostando qualche fetta di pane, tagliando a pezzi un'arancia.
Mentre lavorava, continuava a riflettere sulla sua situazione. Renato la stava usando, questo era evidente. La vedeva come un oggetto da mostrare, una puttana da condividere, una proprietà da esibire. Ma in quella dinamica distorta, lei aveva trovato qualcosa che non aveva mai avuto: il potere della scelta. Poteva dire di no. Poteva andarsene. Poteva rifiutarsi di fare qualsiasi cosa lui le chiedesse. Il fatto che non lo facesse era precisamente la dimostrazione della sua libertà.
Era grata a Renato per questo. Grata perché le aveva mostrato un lato di sé che non conosceva. Grata perché l'aveva spinta oltre i suoi limiti e le aveva fatto scoprire che quei limiti erano molto più elastici di quanto avesse mai immaginato. Grata perché, in quel modo perverso e contorto, la faceva sentire viva.
Dalla camera da letto arrivò un cambiamento nel ritmo del russare di Renato. Un colpo di tosse, un borbottio, il rumore delle lenzuola che venivano spostate. Fabiola sorrise tra sé. Il suo uomo si stava svegliando.
Spense il fornello e versò il caffè in due tazzine. Poi, invece di portare la colazione a tavola, posò tutto sul ripiano e si diresse verso la camera da letto. Voleva vederlo sveglio. Voleva parlargli. Voleva fargli capire quanto fosse riconoscente per quello che le aveva dato.
Renato era seduto sul bordo del letto quando Fabiola entrò nella stanza. I suoi capelli grigi erano un disastro, i suoi occhi grigi ancora appannati dal sonno. Indossava solo un paio di boxer bianchi macchiati all'inguine, tesi sulla sua pancia prominente. Le sue grandi mani strofinavano il viso mentre cercava di svegliarsi completamente.
"Buongiorno," disse Fabiola con voce dolce, avvicinandosi al letto. I suoi occhi azzurri erano fissi su di lui, un sorriso caldo sulle sue labbra carnose.
Renato alzò lo sguardo su di lei, i suoi occhi si socchiusero mentre la studiavano. "Che cazzo di ore sono?" borbottò, la sua voce roca e profonda.
"Le nove passate. Ho preparato la colazione."
Lui grugnì, passandosi una mano tra i capelli radi. "Cazzo, ho dormito come un sasso. Dev'essere stato tutto quello sperma che ho sparato ieri sera." Fece un sorriso sbilenco, i suoi occhi si illuminarono al ricordo. "Ti è piaciuto, vero? Essere guardata da quei froci mentre mi succhiavi il cazzo?"
Fabiola sentì una scarica elettrica attraversarle il corpo al ricordo. "Sì," ammise, la sua voce poco più di un sussurro. "Mi è piaciuto."
Renato ridacchiò, un suono basso e gutturale. "Lo sapevo. Sei una vera puttana, Faby. La mia puttana." Allungò una mano verso di lei, afferrandole il polso e tirandola verso di sé. Fabiola inciampò in avanti, cadendo parzialmente su di lui, le sue mani che si posavano sulle sue spalle larghe per sostenersi.
"Voglio fare qualcosa per te," disse lei, guardandolo direttamente negli occhi. La sua voce era ferma, determinata. "Qualcosa per ringraziarti."
Renato inarcò un sopracciglio, un sorriso lento che si diffondeva sul suo viso tondo. "Ringraziarmi? Per cosa?"
"Per ieri sera. Per tutto." Fabiola si leccò le labbra, un gesto nervoso ma anche carico di intenzione. "Per avermi fatto sentire libera."
La dichiarazione aleggiò tra loro per un momento. Renato la studiò, i suoi occhi grigi che scrutavano il suo viso come se cercasse di capire se stesse scherzando. Poi il suo sorriso si allargò, rivelando i denti leggermente ingialliti.
"Libera, eh?" Ripeté la parola come se la stesse assaporando. "Cazzo, non so cosa significhi, ma mi piace come suona." Le lasciò andare il polso e si appoggiò all'indietro sui gomiti, il suo petto nudo con i tatuaggi sbiaditi in mostra. "Allora, cosa vuoi fare per me, principessa?"
Fabiola sentì l'eccitazione crescere tra le sue cosce. "Ti accompagno in bagno," disse, la sua voce che si abbassava di un'ottava. "E ti aiuto con la tua pipì mattutina."
Renato scoppiò a ridere, un suono rauco e genuino. "Cazzo, sei una pervertita del cazzo." Ma non stava rifiutando. Anzi, si stava già alzando dal letto, la sua figura ingombrante che torreggiava su di lei. "E va bene. Mostrami quanto sei grata."
Fabiola prese la mano grande e callosa nella sua, guidandolo fuori dalla camera da letto e lungo il breve corridoio che portava al bagno. Le piastrelle color crema erano fredde sotto i suoi piedi nudi mentre entravano, e lo specchio sopra il lavandino rifletteva i loro corpi contrastanti: lei piccola e minuta, lui grande e ingombrante.
Chiuse la porta dietro di loro, anche se non c'era nessun altro nell'appartamento. Poi si inginocchiò sul pavimento freddo, le sue ginocchia che premevano contro le piastrelle dure. Alzò lo sguardo verso Renato, che stava in piedi davanti a lei con le mani sui fianchi, un sorriso predatorio sul viso.
"Avanti," disse lui, la sua voce che si abbassava in un ringhio. "Fammi vedere quanto sei grata."
Fabiola allungò le mani verso l'elastico dei suoi boxer, le sue dita che scivolavano sotto il tessuto ruvido. Poteva sentire il calore del suo corpo, l'odore del sonno e del sudore stantio che emanava dalla sua pelle. Lentamente, abbassò i boxer oltre i suoi fianchi, lasciando che il tessuto scivolasse lungo le sue cosce pesanti fino a terra.
Il cazzo di Renato pendeva flaccido tra le sue gambe, circondato da una foresta di peli pubici grigi e neri. Anche a riposo era spesso, con una grossa testa violacea. I suoi testicoli pendevano pesanti in un sacco rugoso coperto di peli ispidi. Fabiola sentì la bocca inumidirsi al pensiero di quello che stava per fare.
Allungò una mano, avvolgendo le dita attorno alla base del suo membro. La pelle era morbida e calda nella sua mano, pesante con il peso del riposo. Lo sollevò delicatamente, orientandolo verso la tazza del gabinetto.
"Sei pronta?" chiese Renato, guardandola dall'alto con un'espressione di trionfo assoluto.
Fabiola annuì, leccandosi le labbra in anticipazione. "Sì."
Per un momento non successe nulla. Poi Renato rilasciò un respiro profondo, e Fabiola sentì il primo zampillo caldo uscire dalla sua uretra. Il liquido giallo schizzò nella tazza, il suono echeggiante nel piccolo bagno. Il getto era forte e costante, un torrente dorato che riempiva l'aria con il suo odore acre e pungente.
Fabiola osservava affascinata, le sue dita che stringevano leggermente la base del cazzo di Renato mentre lui urinava. Poteva sentire il pulsare del liquido attraverso il suo membro, il modo in cui la pelle si tendeva e si rilassava con ogni spinta. Era un atto così intimo, così primordiale, eppure lei si sentiva potente in quel momento. Era lei che lo teneva. Era lei che lo guidava. Era lei che lo controllava, anche se solo per quel breve istante.
Il getto iniziò a rallentare, trasformandosi in uno sgocciolio irregolare. Renato sospirò, un suono di sollievo profondo. "Cazzo, ci voleva," mormorò, i suoi occhi che si chiudevano per un momento.
Ma Fabiola non aveva finito. Spostò la mano più in alto sulla sua asta, stringendo leggermente mentre lo scuoteva per far uscire le ultime gocce. Il liquido giallo continuava a uscire in piccoli spruzzi, bagnandole le dita. Poi, con un movimento lento ma deciso, girò Renato verso di sé e prese la testa del suo cazzo in bocca.
Il sapore fu immediato e intenso: salato, acre, con una punta di amaro. Era il sapore dell'urina, del corpo di Renato, della sua intimità più cruda. Fabiola lo accolse sulla sua lingua, succhiando delicatamente mentre estraeva le ultime gocce dal suo membro. Poteva sentire Renato irrigidirsi per la sorpresa, un suono strozzato che gli sfuggiva dalla gola.
"Cazzo," ansimò lui, guardando in basso verso di lei. "Cazzo, Faby..."
Lei continuò a succhiare, la sua lingua che girava attorno alla testa del suo cazzo, pulendo ogni traccia del liquido giallo. Le sue labbra erano serrate attorno a lui, creando un sigillo stretto mentre lo lavorava. Poteva sentire il suo membro iniziare a rispondere, indurendosi leggermente nella sua bocca mentre il sangue affluiva verso di esso.
Renato allungò una mano, affondando le dita nei suoi capelli neri ricci e tirando leggermente. "Guardami," ordinò, la sua voce roca.
Fabiola alzò lo sguardo, i suoi occhi azzurri che incontravano quelli grigi di lui. Vide il desiderio bruciare in quelle profondità annebbiata, il trionfo mescolato a qualcosa che assomigliava quasi alla meraviglia. Continuò a succhiare, i suoi occhi fissi su di lui mentre la sua lingua lavorava la sua carne.
Mentre lo faceva, la mente di Fabiola corse a Marco. A tutte le volte che aveva fatto questo per lui, non perché lo volesse, ma perché doveva, perché le era imposto, perché sottrarsi l'avrebbe esposta ad umiliazioni ancora più grandi. Come lei si inginocchiava sulle piastrelle fredde, sentendo solo dovere e risentimento, costrizione senza condizioni.
Con Renato era diverso. Tutto era diverso. Si era inginocchiata perché voleva farlo. Aveva preso il suo cazzo in bocca perché voleva assaporarlo. Stava succhiando le ultime gocce della sua urina perché voleva dimostrargli la sua gratitudine. E in quella scelta, in quella libertà, trovava un piacere che non aveva mai conosciuto con Marco.
Il cazzo di Renato era ormai semi-eretto nella sua bocca, che si induriva e si allungava contro la sua lingua. Fabiola poteva sentire il sangue pulsare attraverso di esso, la vita che ritornava in quel membro mentre lei lo succhiava. Iniziò a muovere la testa avanti e indietro, prendendolo più profondamente nella sua bocca, usando la sua lingua per stimolare la parte inferiore dell'asta.
"Cazzo, il più bel risveglio della mia vita," ansimò Renato, le sue dita che stringevano più forte i suoi capelli. "Tu non sei solo la mia puttana. Sei una vera porno star."
Le parole colpirono Fabiola come una scarica elettrica. Porno star. Non la chiamò troia o puttana, non la insultò o la degradò. La chiamò porno star. E nel modo in cui lo disse, con quella combinazione di sorpresa e ammirazione, lei capì che quello era un complimento, un riconoscimento della sua devozione.
Si sentì libera. Più libera di quanto si fosse mai sentita in tutta la sua vita. Più libera di quando era moglie di Marco, più libera di quando cercava di essere una madre perfetta. In ginocchio sul pavimento del bagno, con il cazzo di un uomo in bocca e il sapore della sua urina sulla lingua, Fabiola si sentì finalmente, assolutamente, incontestabilmente libera.
Continuò a lavorare il membro di Renato, che era ormai completamente eretto e pulsante nella sua bocca. Lo prese più a fondo che poteva, rilassando la gola mentre combatteva il riflesso faringeo. Le sue mani si spostarono sui suoi testicoli pesanti, accarezzandoli e stringendoli delicatamente mentre la sua testa si muoveva ritmicamente.
Renato iniziò a spingere i fianchi in avanti, scopandole la bocca con piccoli movimenti. "Sì, così," grugnì, il suo respiro che si faceva più pesante. "Prendilo tutto, porno star. Fammi vedere cosa sai fare."
Fabiola si sentì bagnare tra le cosce. Il suo corpo stava rispondendo all'atto, la sua eccitazione che cresceva mentre lo serviva. Spostò una mano tra le sue gambe, sotto l'orlo della camicia da notte, e si toccò attraverso il tessuto sottile delle sue mutandine. Era già fradicia, il suo clitoride gonfio e sensibile sotto le sue dita.
"Cazzo, ti stai toccando?" chiese Renato, guardando in basso. "Cazzo, sei insaziabile."
Fabiola gemette attorno al suo cazzo, il suono vibrante che lo percorreva. Staccò la bocca solo per un momento, leccando le labbra prima di parlare. "Non posso farne a meno," ammise, la sua voce roca e piena di desiderio. "Mi fai eccitare."
Renato ridacchiò, un suono gutturale e soddisfatto. "Allora continua a succhiare. Fammi venire, e poi penserò a te."
Fabiola tornò al suo compito con rinnovato vigore. La sua testa si muoveva più velocemente ora, i suoi capelli neri che oscillavano con ogni movimento. Poteva sentire Renato avvicinarsi all'orgasmo, il suo respiro che si faceva più rapido, i suoi fianchi che spingevano con più urgenza. I suoi testicoli si contraevano nella sua mano mentre il suo cazzo pulsava nella sua bocca.
"Sì, sì, cazzo," ansimò Renato, le sue dita che stringevano i capelli di Fabiola così forte da farle male. "Sto per venire, troia. Prendi tutto."
Con un ultimo spinta profonda, Renato raggiunse l'orgasmo. Il suo corpo si irrigidì, un gemito roco che gli sfuggiva dalla gola mentre il primo spruzzo di sperma caldo colpiva la lingua di Fabiola. Lei inghiottì istintivamente, accogliendo il liquido denso e salato mentre continuava a pompare la sua asta con la mano.
Il seme di Renato era abbondante, riempiendo la sua bocca con spruzzi successivi che lei deglutì con difficoltà. Poteva sentirlo scivolare lungo la sua gola, caldo e vischioso, mentre il suo cazzo continuava a pulsare nella sua bocca. Non lasciò andare finché non fu completamente svuotato, le sue ultime gocce che le bagnavano la lingua.
Quando finalmente si staccò, il cazzo di Renato pendeva flaccido e soddisfatto tra le sue gambe. Fabiola alzò lo sguardo verso di lui, i suoi occhi azzurri che brillavano di trionfo. Si leccò le labbra, raccogliendo le ultime tracce del suo seme.
Renato la guardava con un'espressione che non gli aveva mai visto prima. Non era solo desiderio o lussuria. Era qualcosa di più simile alla reverenza, mescolata con una punta di timore. Come se la stesse vedendo per la prima volta.
"Cristo santo," mormorò, passandosi una mano sul viso. "Sei incredibile. Davvero incredibile."
Fabiola sorrise, sentendo il calore della lode diffondersi nel suo petto. "Grazie," disse semplicemente. "Volevo farti sentire bene."
Renato scosse la testa, come se non riuscisse a credere a quello che era appena successo. "Non mi sono mai sentito così," ammise. "Nessuna ha mai fatto una cosa del genere per me. Non così."
Fabiola si alzò lentamente dal pavimento, le sue ginocchia indolenzite per la posizione prolungata. Si lisciò la camicia da notte, i suoi occhi che non lasciavano mai quelli di lui. "È perché lo volevo fare," disse, la sua voce sommessa ma ferma. "Non perché dovevo. Perché volevo."
Le parole rimasero sospese nell'aria tra loro. Renato la studiò per un lungo momento, i suoi occhi grigi che scrutavano il suo viso come se cercasse di risolvere un enigma. Poi fece qualcosa che sorprese entrambi: la attirò a sé e la baciò.
Non fu un bacio tenero o romantico. Fu un bacio avido e affamato, le sue labbra che premevano contro le sue con urgenza. Poteva sentire sé stesso, il sapore del suo sperma e della sua urina ancora presente. Ma questo sembrava solo eccitarlo di più. Le sue mani scesero sulla sua schiena, afferrando il suo culo attraverso la camicia da notte e stringendo.
"Sei mia," sussurrò contro le sue labbra. "Mia."
Fabiola si sentì sciogliere tra le sue braccia. "Sì," sussurrò di rimando. "Tua."
Rimasero così per un momento, i loro corpi premuti insieme nel piccolo bagno illuminato dal sole. Poi Renato si staccò, un sorriso lento che si diffondeva sul suo viso.
"Andiamo a mangiare quella colazione," disse, la sua voce che tornava al suo solito tono roco. "Ho bisogno di energie se devo continuare a scoparti così."
Fabiola rise, un suono genuino e allegro che riempì la stanza. "Sì, la colazione si raffredda."
Renato raccolse i suoi boxer dal pavimento e li indossò, il tessuto che si tendeva sulla sua pancia prominente. Poi prese la mano di Fabiola, intrecciando le sue dita callose con quelle di lei.
Mentre tornavano verso la cucina, Fabiola pensò a tutto quello che era successo nelle ultime ore. Dal suo risveglio con il russare di Renato nelle orecchie, ai ricordi della sera precedente al cinema, alla sua decisione di dimostrargli la sua gratitudine. Ogni momento era stato una conferma della sua scelta. Della sua libertà. Del suo potere.
Seduti al piccolo tavolo quadrato della cucina, mangiarono le uova e la pancetta che Fabiola aveva preparato. Il caffè era tiepido ormai, ma nessuno dei due se ne lamentò. Renato mangiava con appetito vorace, i suoi occhi che si alzavano occasionalmente su Fabiola con un'espressione di possessivo orgoglio.
"Dunque," disse tra un boccone e l'altro, "Ti ricordi il discorso del club di Marghera?"
Fabiola sentì il suo cuore accelerare. "Sì."
"È un posto particolare," continuò Renato, studiando la sua reazione. "Molto esclusivo. Molto... intimo."
"Intimo come?" chiese lei, anche se pensava di conoscere già la risposta.
Renato sorrise, un lento sorriso predatorio. "Diciamo che ti piacerà. Se ti è piaciuto il cinema, il club ti farà impazzire."
Fabiola sentì un brivido correrle lungo la schiena. Paura? Eccitazione? Probabilmente entrambe. Ma sotto tutto questo, c'era quella sensazione di libertà che aveva scoperto quella mattina. La libertà di scegliere. La libertà di volere. La libertà di essere chi era veramente.
"Bene," disse, sostenendo il suo sguardo. "Non vedo l'ora."
Renato si appoggiò allo schienale della sedia, studiandola con un'espressione che mescolava sorpresa e soddisfazione. "Cazzo," mormorò. "Sei davvero una porno star."
Fabiola sorrise, i suoi occhi azzurri che brillavano nella luce del mattino. Si sentiva libera. Si sentiva felice. E le sembrava fosse la prima volta in vita sua.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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