Claudia e il Consulente - parte 3
Bernardo si menò l’uccello per qualche istante per indurirlo a sufficienza e poi Claudia se lo infilò a occhi chiusi. Iniziò con un movimento rotatorio, sempre ad occhi chiusi. Piegò la testa da un lato e leggermente all’indietro. Le mani sulle cosce.
Bernardo sollevò le braccia per massaggiarle i seni e giocò un po’ con i capezzoli.
«Sì, bravo. Ottima iniziativa.» sussurrò Claudia continuando a muoversi. Poi si infilò il medio della mano destra in bocca e si stimolò il clitoride aumentando il suo piacere.
Anche Bernardo iniziò a godere dello sfregamento.
Poi Claudia venne gorgheggiando il suo orgasmo. Si piegò in avanti e bisbigliò all’orecchio del suo amante «E adesso chiavami, chiavami fino a venire!»
Prima lentamente poi aumentando sempre più il ritmo, Bernardo iniziò il movimento sussultorio del bacino.
«Cazzo, cazzo…cazzo, come godo!» disse lui. «Vai così, che vai bene, porco!» rispose lei.
Il turpiloquio contribuì all’esplosione finale di Bernardo «Vengo, sborro, ti riempio. Che goduria!»
Poi l’uomo si rilassò e chiuse gli occhi. «Stammi ancora sopra. Non te ne andare.» disse con un filo di voce. Per tutta risposta lei lo baciò sulla bocca. Bacio che lui ricambiò.
Dopo una porzione di tempo indefinita lei si staccò e gli si distese di fianco poggiando la testa sul petto di lui.
«Siamo stati bene, vero?»
Lei annuì con la testa e lui gliela accarezzò.
Passò dell’altro tempo e lui si girò per guardare la sveglia sul comò. Erano le cinque passate.
«A che ora hai l’appuntamento col tuo giovane amante?»
«Alle sette. Che ore sono?»
Bernardo glielo disse.
«C’è tempo.»
«Sì.» convenne lui.
Tre quarti d’ora più tardi si erano docciati e rivestiti. Claudia gli diede il numero di telefono della sua amica. «La chiamerò dopo l’orario di lavoro, che dici? Può andare?»
«Sì.»
«Mi fai un favore?»
«Dimmi.»
«Mandale intanto un messaggio anticipando la mia telefonata. Ti spiace?»
«Anzi. Mi sembra una proposta ragionevole. Le lascerò un vocale.»
«Andiamo a berci qualcosa prima del tuo rendez-vous?»
«Niente di alcolico, però.»
«Meglio di no. Non vorremmo giocarci il tuo nuovo lavoro! Berrai poi al ristorante con lui!»
Risero e uscirono.
Dopo aver trascorso del tempo in un bar scambiando ancora qualche chiacchiera, si separarono.
Claudia arrivò al portone della Oreste Gasmo cinque minuti prima delle diciannove.
Esitò qualche istante, prima di suonare il citofono ma poi risolse e premette il pulsante.
Ci volle qualche tempo perché una voce d’uomo rispondesse «Sì?»
«Buonasera!» si limitò a dire la ragazza.
La voce ebbe una breve risata e l’apertura elettrica scattò.
Claudia trovò la porta di vetro aperta e si incamminò lungo il breve corridoio. Si affacciò alla porta del General Manager. Matteo Aiale era al telefono e stava ridacchiando inserendo qui e là qualche parola di inglese. Quando si accorse della ragazza le fece cenno di prendere posto.
Mezzo minuto più tardi chiuse la telefonata.
«Eccoci!» esordì lui piegandosi leggermente in avanti.
«Giornata proficua?» chiese Claudia.
«Sì. Ho trovato cinque nuovi clienti e domani dovrebbero inviare gli ordini assieme alle caparre.»
«Motivo in più per festeggiare, allora.» commentò lei con un sorriso.
«Sì. E la festa potremmo iniziarla già da ora.» Matteo si alzò, passò dietro a Claudia e andò alla finestra dove oscurò le veneziane e tirò la tenda.
«Cosa sta facendo?» Claudia assunse un’aria di finta sorpresa e lo raggiunse.
Lui le si mise dietro e le slacciò il bottone dei pantaloni. Le aprì la zip ma lei si divincolò e lo spinse via facendolo quasi cadere.
Tornò a sedersi sulla poltrona dove si sfilò i pantaloni. Matteo, che si stava tirando su aggrappandosi allo stretto davanzale, non era riuscito a seguirla con lo sguardo.
«Ah, sei una gatta selvatica!» disse con un ruggito.
«Addomesticami, se ne sei capace, uomo!» rispose lei ruotando la sedia fino ad averlo di fronte.
Aiale le si avvicinò allentandosi la cravatta.
Claudia chiuse le cosce e aprì i polpacci formando una “X”. Poi si portò l’indice della mano destra all’angolo della bocca. «Che vuoi fare, Matteo?»
«Indovina! Mi voglio prendere l’antipasto.» rispose lui e si abbassò avvicinando il suo viso a quello di lei. Si scambiarono un primo, veloce bacio sulle labbra. Poi lei afferrò la cravatta e lo tirò a sé e si ribaciarono, questa volta con la lingua.
«Dimmi che ti piaccio!» sussurrò Matteo.
«Cazzo, se mi piaci!»
«E allora apri le gambe.» Matteo posò le sua mani sulle ginocchia della ragazza tentando di spostarle ma lei oppose resistenza. «Fai la difficile, eh?»
«Sì! Voglio vedere se hai davvero voglia di me!»
Matteo aumentò la forza e Claudia cedette spalancando le cosce.
Lui cadde in ginocchio e le si buttò tra le gambe «E non porti le mutandine!» disse a bassa voce.
«Perché perdere tempo?» rispose lei e si godette la lingua che le stava stuzzicando il clitoride. «Uhhh, come sei bravo, General Manager!»
Matteo accompagnò le leccate a due dita che fece andare avanti e indietro nella bernarda lavata di fresco di Claudia.
La ragazza sorrise a occhi chiusi, non vista da Matteo, al pensiero che poco prima dalla sua figa era colata la sborra di Bernardo.
Ma quel pensiero si interruppe quando Matteo la tirò su in piedi e la fece piegare col busto in avanti sulla scrivania.
Tirò fuori l’uccello dalla cappella lucida e lo poggiò all’ingresso della bernarda.
«Cosa aspetti?» disse lei.
«Zitta, troia! È il tuo padrone a decidere quando chiavarti, scrofa da monta!»
Claudia rise di gola. «Dai, chiavami!»
Matteo spinse e la penetrò.
«Cazzo!» esclamò la ragazza. E Matteo iniziò a pomparla. Una penna e una matita rotolarono fino a terra a causa dei colpi assestati con decisione. La scrivania si spostò di dieci, poi di venti, poi di trenta fino a mezzo metro finendo contro la poltrona di Matteo.
«Sborrooooo!» urlò quest’ultimo dopo essere uscito all’ultimo. Aveva pressato la cappella contro una chiappa di Claudia in modo da limitare la gettata dello schizzo.
«Ti ho pensata tutto il pomeriggio!» disse Matteo ansimando. Si era appoggiato a Claudia che era ancora piegata sulla scrivania.
«Anch’io.» mentì Claudia sussurrando.
«Non è vero.»
«Sì, invece. Lo sapevo che sarebbe finita così, volevo che finisse così. L’unica differenza è che io pensavo che sarebbe stato il dopocena.»
«E invece abbiamo fatto l’Happy Hour!»
Risero.
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