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Lui & Lei

FrankieLand | Non dirlo due volte


di Membro VIP di Annunci69.it Frankinash
20.08.2026    |    447    |    1 8.7
"Da una parte gli ulivi, dall’altra una siepe abbastanza alta da nasconderci dalla litoranea..."
La Puglia, per me, è una tradizione.
Ogni estate scendo con il mio migliore amico di Milano. Sua madre è pugliese, lui ha un appoggio giù e negli anni abbiamo costruito una specie di rituale che ormai non ha più bisogno di essere organizzato. Si parte, si scende e poi si vede cosa succede.
Quella sera eravamo appena tornati dal mare. Doccia, aria condizionata, telefono in mano. Apro Instagram e, scorrendo distrattamente le storie, compare lei. L’avevo conosciuta un paio di mesi prima durante un evento aziendale. Da allora non ci eravamo più incontrati, nonostante vivessimo nella stessa città. Qualche reazione alle storie, qualche commento: prevalentemente becero, va detto.
Anche quella sera parto nello stesso modo. Le rispondo con una cazzata. Lei risponde. Io ribatto e dal commento idiota finiamo a parlare delle vacanze.
«Tu dove sei?»
«Puglia.»
«Ma sei sempre in Puglia!»
«È tradizione.»
Le racconto velocemente del mio amico e delle nostre estati giù. Quell’anno, però, c’era una piccola variazione sul programma: la settimana successiva sarebbe arrivata sua moglie e loro sarebbero poi partiti per la Grecia. Io avevo deciso di restare, da solo.
«Quindi settimana prossima che fai?»
«Non ne ho idea. Resto in Puglia e improvviso.»
Mi dice che più o meno è nella stessa situazione: qualche giorno libero, nessun programma preciso. Allora, più per provocazione che per formulare un invito che pensavo potesse essere preso davvero sul serio, le scrivo: «Vieni in Puglia.»
Passano pochi secondi.
«Non chiedermelo due volte »
Rido.
Continuiamo a parlare ancora un po’, poi la conversazione finisce lì e nella mia testa anche l’invito.
Qualche giorno dopo, però, mi arriva un suo messaggio. Questa volta non sta rispondendo a una storia.
«Ma quell’invito è ancora valido?»
E subito dopo: «Perché se sì… verrei volentieri.»
Guardo lo schermo. Seguo l’istinto.
«Sì.»
Da lì succede tutto con una facilità quasi sospetta. Lei compra un volo. Io decido che passeremo Ferragosto a Monopoli. Per una coincidenza assurda, lei conosce un’amica il cui padre affitta appartamenti proprio lì e ne blocca uno nel centro storico. Fine dell’organizzazione.
Nei giorni successivi quasi non ci sentiamo, giusto qualche messaggio logistico, poco altro.
Poi arriva il giorno. La vado a prendere in aeroporto e forse è soltanto quando la vedo uscire con la valigia che realizzo davvero quello che abbiamo fatto.
È venuta davvero.
Recuperiamo la macchina a noleggio e partiamo verso Monopoli. Io guido, lei accanto. Parliamo del più e del meno. Milano, lavoro, amici, vacanze. Poi inevitabilmente arriviamo all’elefante nell’abitacolo.
«Comunque è abbastanza assurda questa cosa.»
«Cosa?»
«Che io sia qui.»
Sorrido.
«Sei tu che mi hai detto di non dirtelo due volte.»
«Infatti non dovevi.»
«Tecnicamente sei stata tu a riscrivermi.»
«Anche questo è vero.»
La verità è che non avevo particolari aspettative. Non avevo costruito film né deciso come dovesse andare quella vacanza. Mi ero semplicemente lasciato guidare dall’istinto e dalla curiosità di vivere una situazione completamente nuova. Vediamo dove cazzo ci porta.
Arriviamo a Monopoli nel primo pomeriggio, lasciamo le valigie nell’appartamento e andiamo al mare. Ed è probabilmente lì che qualcosa comincia lentamente a cambiare.
Fino a quella mattina eravamo stati soprattutto due persone che si scrivevano attraverso uno schermo. Adesso siamo in costume, sdraiati uno accanto all’altra sotto il sole pugliese.
Ogni tanto la guardo. Lei se ne accorge. Non succede niente, per ora.
La sera abbiamo un programma decisamente più ambizioso: cena tardi in un ristorante sul mare vicino al porto, fuochi di mezzanotte e poi un lido dove andare a ballare.
Prima, però, aperitivo. La porto in uno dei miei baretti preferiti del centro.
«Cosa bevi?»
«Cosmopolitan.»
«Seria.»
«Tu?»
«Paloma.»
«E sarei io quella seria?»
Primo giro, poi un altro. Infine tequila.
«Questa era necessaria?»
«Assolutamente sì.»
«Siamo ancora prima di cena.»
«Appunto.»
È lì che comincio a sentirla davvero. Non soltanto l’alcol, lei.
Ridiamo, ci prendiamo per il culo e la confidenza cresce velocemente. Gli sguardi iniziano a durare un po’ più del necessario.
Poi ci sono i suoi occhi. Azzurri. Di quell’azzurro che mentre qualcuno ti parla finisci per fissare qualche secondo di troppo, dimenticandoti quasi cosa ti stesse dicendo.
«Che cazzo guardi?»
Sorrido.
«Niente.»
«Bugiardo.»
Forse.
Usciamo dal bar e attraversiamo il centro storico diretti verso il porto. A cena continuiamo sulla stessa traiettoria, tra pesce, vino bianco, risate e provocazioni. E quegli sguardi che ormai nessuno dei due fa più finta di non vedere.
A mezzanotte siamo fuori. I fuochi esplodono sopra Monopoli e per qualche minuto restiamo in mezzo alla gente sul lungomare con il naso all’insù.
Poi torniamo al programma. Andare a ballare. Guidare, viste le condizioni, non è neanche lontanamente un’opzione. Chiamiamo un Uber e ci facciamo portare al lido.
Dentro fa caldo. Musica alta, gente ovunque, quell’aria appiccicosa delle notti d’estate in cui dopo dieci minuti hai già rinunciato all’idea di rimanere presentabile.
Balliamo. All’inizio normalmente, poi in modo sempre più spinto. Ci avviciniamo. Una mano sulla schiena. Il suo corpo contro il mio. Siamo caldi, sudati, sempre più vicini.
Finché a un certo punto smettiamo semplicemente di aspettare. Ci baciamo e da lì diventa tutto molto più semplice.
Balliamo, limoniamo, ci separiamo per ridere di qualcosa e trenta secondi dopo siamo di nuovo attaccati. Quando finalmente guardiamo l’ora sono quasi le quattro.
«Forse dovremmo andare.»
«Forse.»
Usciamo. Telefono. Niente Uber. Aggiorniamo. Niente, naturalmente.
Per una volta, però, avevamo avuto un’intuizione brillante: prima di uscire ci eravamo fatti preparare due cocktail da asporto, immaginando esattamente quello scenario. Quindi iniziamo a camminare lungo la litoranea. Sono le quattro del mattino, siamo ancora caldi per aver ballato, decisamente allegri e con due bicchieri in mano. Il mare è alla nostra destra, la strada quasi vuota. Ogni tanto ci fermiamo per baciarci. Poi ripartiamo.
Dopo qualche centinaio di metri lei rallenta davanti all’ingresso di un lido ormai chiuso. Guarda oltre la sbarra e poi guarda me. Mi porge il bicchiere.
«Reggi un attimo.»
«Perché?»
Non risponde.
Prendo il suo cocktail e lei, con la naturalezza di chi evidentemente aveva già preso una decisione, scavalca la sbarra del parcheggio. Rimango dall’altra parte a guardarla.
«Ma che cazzo fai?»
Si gira verso di me. Sorride.
Quegli occhi azzurri, anche al buio, hanno esattamente l’espressione di qualcuno che sta per metterti nei guai.
«Vieni.»
Diciamo che non ci ho pensato molto. Scavalco.
Entriamo nel parcheggio, è completamente buio. Da una parte gli ulivi, dall’altra una siepe abbastanza alta da nasconderci dalla litoranea. Poco più avanti troviamo una specie di staccionata rinforzata, riparata dalla vegetazione e dalla strada.
Lei si ferma lì. La guardo.
«Era questo il piano?»
Sorride. Non credo servisse una risposta.
La appoggio alla staccionata e ricominciamo a limonare. Solo che adesso è diverso. Non c’è più la musica, non c’è più la gente del locale. Ci sono il rumore lontano del mare, qualche macchina che passa oltre la siepe e il buio.
Le sue mani scendono immediatamente sui miei pantaloni. Le mie fanno lo stesso con lei. Le bacio il collo. Scendo con le mani sul seno e le accarezzo i capezzoli, sentendoli diventare duri sotto le dita. Lei intanto mi slaccia i pantaloni. Io continuo a scendere. Fianchi, cosce, interno coscia, sempre più lentamente.
Sposto le mutandine e quando finalmente la tocco è già completamente bagnata. Lei ha ormai aperto i miei pantaloni. Mi prende il cazzo in mano e comincia a segarmi lentamente, mentre con l’altra mano mi prende per le palle. Per qualche secondo restiamo così. Attaccati, a toccarci contemporaneamente, a guardarci.
E in quel momento mi attraversa per un istante l’assurdità della sequenza che ci ha portati fin lì. Un commento idiota su Instagram: vieni in Puglia. Un volo. Monopoli. Qualche cocktail di troppo e adesso lei che mi sega dietro una siepe alle quattro del mattino.
Poi smetto decisamente di pensarci. Scendo davanti a lei. La lascio appoggiata alla staccionata, le sfilo le mutandine e comincio a leccarla.
La sua reazione è immediata. Si irrigidisce. Una mano finisce tra i miei capelli, l’altra cerca qualcosa a cui aggrapparsi. Continuo.
I primi gemiti sono bassi, quasi controllati. Poi sempre meno. La sento muoversi contro la mia bocca, il respiro diventare più corto, le gambe tendersi. Finché un gemito le esce decisamente troppo forte.
«Shhh…»
Alza la testa quasi di scatto. Dall’altra parte della siepe arrivano delle voci. Lei prova a trattenersi, ma io continuo e a quel punto deve mettersi una mano sulla bocca per non farsi sentire.
Quella scena mi manda completamente fuori di testa. Lei appoggiata alla staccionata, una mano sulla mia testa e l’altra sulla bocca per soffocare i gemiti, mentre a pochi metri da noi qualcuno continua tranquillamente la propria notte di Ferragosto senza avere la minima idea di quello che sta succedendo dall’altra parte della siepe.
Mi rialzo. Ci baciamo ancora. Poi la scopo lì contro la staccionata. All’inizio davanti, guardandola in faccia.
Poi lei si gira e appoggia entrambe le mani al legno. Io mi metto dietro di lei e riprendo. Il ritmo cresce, i colpi diventano più forti e a ogni spinta vedo le sue dita stringere sempre di più la staccionata.
Lei cerca ancora di non fare rumore. Ogni tanto gira la testa verso di me. Ogni tanto un gemito le scappa comunque. Io aumento ancora finché sento che sto per venire.
«Sto per venire.»
Lei non dice niente. Si sfila, si gira e si abbassa davanti a me.
Mi prende il cazzo in bocca. All’inizio lentamente. Profondo. Poi comincia ad aumentare il ritmo. Una mano accompagna la bocca, sempre più veloce.
Ogni tanto tira fuori la lingua e si sbatte il mio cazzo contro. Mi guarda. Riprende. Labbra e mano insieme. Finché esplodo quasi tutto nella sua bocca. Qualche goccia le finisce sul mento e sulla guancia. Lei ingoia.
Rimaniamo qualche secondo così. Io ancora con il fiatone, lei davanti a me. Passo un dito sul suo mento e sulla guancia per raccogliere quello che è rimasto. Lei mi guarda. e poi prende anche il mio dito in bocca e lo ripulisce. Infine torna sul mio cazzo e ripulisce anche quello.
Silenzio. Da qualche parte, oltre la siepe, passa una macchina. Ci guardiamo e inevitabilmente iniziamo a ridere.
Lei si rialza e si sistema, recuperando con una velocità sorprendente un’aria quasi normale. Poi si guarda intorno.
«Okay.»
Pausa.
«Dov’è il mio cocktail?»
La fisso.
«Sei seria?»
«Serissima.»
Scoppio di nuovo a ridere. Recupero il bicchiere e glielo passo. Lei prende un sorso come se fosse la conclusione più naturale possibile di quello che era appena successo.
Ci rivestiamo, torniamo verso l’ingresso del parcheggio e scavalchiamo nuovamente la sbarra. Riprendiamo a camminare lungo la litoranea, cocktail in mano, come due persone assolutamente normali. O almeno fingendo di esserlo.
Ripensandoci, tutta questa storia era iniziata con un commento e un invito che non pensavo sarebbe mai stato preso sul serio.
La lezione? Non ne ho idea.
Ma da oggi, quando una ragazza mi dice "non dirmelo due volte", ho imparato a crederle.

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