La collega 3
Valeria aveva trentadue anni ed era la zoccola più sfacciata che avessi mai visto fuori da un porno. Non era magra, non era “fit”, non era quella tipa che si mette in posa su Instagram. Era abbondante. Forme pesanti, carnose, da donna adulta che mangia, che ha le tette grosse e morbide, i fianchi larghi e un culo enorme, pieno, che si muoveva ad ogni passo come se avesse una vita propria. Non era grassoccia in modo soft: era una porca in carne, con la carne al posto giusto e soprattutto al posto sbagliato. Quella carne che quando la scopi ti fa sentire di avere tra le mani qualcosa di vero, di pesante, di sudato.
Il seno era una cosa a parte. Due tette enormi, pesanti, cadenti quanto basta per essere reali. Non erano quelle di silicone dure da pornostar economica: erano morbide, piene, con i capezzoli grossi e scuri che si indurivano appena li sfioravi. Quando camminava senza reggiseno, e lo faceva spesso, si muovevano con un’oscillazione lenta e pesante che faceva venire voglia di prenderle a schiaffi. Le aveva usate con tutto, si vedeva. I solchi tra le tette erano sempre un po’ umidi di sudore, e più di una volta mi aveva detto che le piaceva quando le si sborrava in mezzo e poi doveva camminare con la sborra che le scendeva fino alla pancia.
Il suo culo… Gesù. Non era un culo “bello”. Era un culo sfondato. Lo sapevo perché una sera, dopo un aperitivo, lei si era ubriacata e mi aveva mostrato le foto. Aveva il buco del culo allargato, rosa scuro, le labbra anali un po’ aperte anche a riposo, segno che ci aveva passato di tutto. Dita, cazzi, dildo, forse anche pugni. Mi aveva detto ridendo: «Questo è la mia seconda figa. Quando non ce la fa più la figa, uso quello». E si era messa a ridere.
Valeria non si nascondeva. Veniva con gonne strette che le segnavano la camicia delle mutande, top che lasciavano uscire metà delle tette, e ogni tanto, quando si chinava, si vedeva il bordo del perizoma scomparire tra le chiappe. Parlava di sesso come se parlasse del tempo. Una volta mi aveva scritto: «Ho la figa così bagnata che se mi alzo lascio una macchia sulla sedia. Vuoi leccarla dopo?»
Quella sera capitò.
Erano quasi le 18 e l’ufficio era ormai vuoto. Io stavo chiudendo i file quando lei passò vicino alla mia postazione, si fermò, e senza dire niente si sedette sul bordo della scrivania. Si alzò la gonna. Non aveva mutande. La figa era già aperta, le labbra gonfie, lucide, con i peli curati solo ai lati. Il clitoride sporgeva. E sotto, tra le chiappe pesanti che si aprivano quando si spostò un po’, si vedeva il buco del culo, scuro, un po’ aperto, ancora umido di qualcosa.
«Chiudi la porta», disse soltanto.
Lo feci. Quando mi voltai lei era già in ginocchio sulla sedia, il culo verso di me, le mani che si aprivano le chiappe. «Guardalo bene», mormorò. «È il mio culo da puttana. L’ho fatto allargare apposta. Mi piace quando mi fanno male.»
Mi avvicinai. Le passai due dita sulla figa e le trovai già zuppe. Poi salii più sù e premetti il pollice contro il buco del culo. Entrò senza quasi resistenza. Lei gemette basso, come una cagna.
«Mettilo dentro. Non prepararmi. Voglio sentirlo che mi spacca.»
Mi sbottonai i pantaloni. Il cazzo era già duro da mezz’ora. Le sputai sulla figa, poi sul buco, e le appoggiai la punta contro l’ano. Spinsi. Il primo centimetro entrò con un po’ di resistenza, poi il resto scivolò dentro come se il suo culo fosse fatto per essere usato. Lei emise un suono gutturale, mezzo gemito e mezzo risata.
«Cazzo… sì… spingi tutto. Voglio sentirlo fino in fondo.»
Cominciai a scoparla. All’inizio piano, poi sempre più forte. Il suo culo faceva un suono umido e osceno a ogni spinta, carne contro carne. Le chiappe si muovevano, si aprivano, si richiudevano intorno al mio cazzo. Ogni tanto le davo uno schiaffo secco su una chiappa e lei gemava più forte.
A un certo punto la tirai indietro per i capelli, la costrinsi a raddrizzarsi e le afferrai le tette con entrambe le mani. Erano pesanti, calde, e i capezzoli già duri. Le strinsi forte, quasi fino a farle male, e cominciai a scuoterle mentre continuavo a inculcarla. Le tette oscillavano sotto i miei palmi, la carne si deformava, e ogni tanto le davo uno schiaffo secco su una di esse, lasciando una macchia rossa.
Contemporaneamente continuavo a prenderle a schiaffi il culo. Prima uno, poi un altro, sempre più forti. Le chiappe abbondanti tremavano a ogni colpo, e pian piano si arrossarono, diventando dello stesso colore acceso delle tette. Lei ansimava e spingeva il culo contro di me, come se chiedesse ancora di più.
«Queste tette da vacca…», le dissi contro l’orecchio mentre le pizzicavo i capezzoli fino a farla gemere. «Le devo usare di più. Un giorno te le legherò e te le riempirò di morsi.»
Lei annuì con la testa gettata all’indietro, ansimando. «Usale. Strizzale. Sono tue. Fai quello che vuoi. E continua a prendermi a schiaffi il culo… voglio sentirlo bruciare.»
Le presi una tetta in bocca da dietro, quanto riuscivo, e la succhiai forte mentre continuavo a spingere il cazzo nel suo culo allargato. Con l’altra mano le strinsi l’altra tetta fino a farle uscire un piccolo grido. Continuai a scoparla così, usando le tette come maniglie, tirandole, scuotendole, schiaffeggiandole ogni tanto. Allo stesso tempo non smettevo di prenderle a schiaffi le chiappe, ormai rosse e calde. La saliva mi colava sulla schiena di lei e si mescolava al sudore.
«Più forte. Usami come una troia. Sono una troia. Sono la tua zoccola.»
La presi di nuovo per i capelli e le piegai la testa all’indietro. Continuai a inculcarla con violenza, sentendo il culo che si allargava ancora di più. A un certo punto le infilai due dita nella figa e le muovevo insieme al cazzo. Lei tremava. Le tette, liberate, penzolavano pesanti e rosse per gli schiaffi, i capezzoli gonfi e lucidi di saliva. Il culo era dello stesso colore acceso, segnato e caldo.
«Voglio che mi vieni nel culo», ansimò. «Riempimelo. Voglio sentirlo caldo mentre cammino.»
Non ci volle molto. Le diedi ancora qualche spinta profonda e mi sparai dentro, a fiotti. Lei strinse il culo intorno al cazzo mentre veniva, gemendo a denti stretti. Le tette le tremavano a ogni scarica.
Quando uscii, dal buco le colò una striscia di sborra bianca che le scendeva sulla figa. Lei si voltò, mi guardò con gli occhi lucidi e si leccò le labbra. Poi si toccò una tetta ancora rossa quasi viola e una chiappa altrettanto arrossata, e disse con voce rauca:
«Domani mattina voglio che mi scopi di nuovo. Prima che arrivi qualcuno. E questa volta voglio che mi metti anche le dita in gola mentre mi inculi… e che mi usi le tette e il culo come vuoi. Schiaffi, morsi, tutto.»
Si fermò un attimo, come se stesse pensando a qualcosa di ancora più sporco. Poi aggiunse, quasi sussurrando:
«E se un giorno ti va… puoi provarci col pugno. Il culo è già abituato a cose grosse. Magari ce lo metti piano, ma ce lo metti. Voglio vedere fino a dove riesco ad arrivarci.»
Si sistemò la gonna, si asciugò frettolosamente tra le gambe con un fazzoletto e uscì come se niente fosse, le tette e il culo ancora segnati e rossi. Io restai lì, ancora col cazzo fuori, a guardare la sedia dove si era seduta. C’era una macchia umida.
Da quel giorno Valeria diventò la mia porca personale. La scopavo in bagno, nel ripostiglio, dopo le sei quando restavamo soli. Le piaceva essere usata. Le piaceva che le sputassi in faccia, che le tirassi i capelli, che le chiamassi puttana mentre le riempivo il culo e le maltrattavo le tette e le chiappe fino a lasciarle rosse.
Valeria non era una ragazza “sensuale”. Era una zoccola abbondante, carnosa, con il culo già rovinato e la voglia di rovinarselo ancora di più. E io ero quello fortunato che poteva usarla come una pornostar navigata, senza filtri, senza romanticismo, solo carne, sborra e sporcizia.
E ogni volta che la vedevo camminare con quel culo che si muoveva e quelle tette pesanti che oscillavano, sapevo già che entro sera glielo avrei riempito di nuovo… e che, prima o poi, avrei provato a vedere se quel buco sfondato riusciva davvero a prendersi anche il pugno.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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