La Vacanza
Avevo scelto una piccola località sul mare della Sardegna, lontana dai posti troppo affollati. Una casa in affitto a due passi dalla spiaggia, raggiungibile solo da una stradina di terra battuta. Eravamo arrivati nel primo pomeriggio, ci eravamo sistemati in fretta, avevamo fatto una doccia rapida e verso sera eravamo già in spiaggia. Lei indossava un vestitino corto bianco, di cotone leggero, che contrastava meravigliosamente con la sua pelle scura e che il vento sollevava di tanto in tanto scoprendo le cosce. Sotto non aveva niente. Me l’aveva confidato sorridendo mentre uscivamo dalla casa, quasi fosse un gioco, e da quel momento non riuscivo a pensare ad altro. Ogni passo che faceva mi faceva immaginare il suo culo nudo e la figa già calda sotto quel tessuto sottile.
Il sole stava calando lentamente. La spiaggia si era quasi svuotata: restavano solo due o tre coppie distanti e un gruppetto di ragazzi che chiacchierava vicino agli scogli più lontani. Noi camminavamo a piedi nudi sull’acqua bassa, tenendoci per mano. L’acqua era ancora tiepida. Ogni tanto mi fermavo, la attiravo contro di me e la baciavo a lungo, facendole scivolare una mano sotto il vestito. Le accarezzavo il culo nudo, le dita che scendevano tra le chiappe, poi più avanti fino a sfiorarle la figa. Era già un po’ umida. Lei rideva piano contro le mie labbra, mi guardava con quegli occhi nerissimi già lucidi di voglia, ma non mi fermava.
Quando facemmo il giro degli scogli arrivammo in una piccola insenatura nascosta. Lì non c’era più nessuno. Solo sabbia fine e chiara, rocce scure e il rumore costante delle onde che si spezzavano. Il cielo stava diventando arancione e viola, il mare aveva riflessi dorati. Lei si voltò verso di me, mi prese il viso tra le mani e mi baciò con una fame improvvisa. La lingua calda, le labbra già un po’ salate dal vento. Io le sollevai il vestito fino alla vita, le massaggiai il culo con entrambe le mani e poi scesi con le dita tra le cosce. Era bagnata, le labbra gonfie e scivolose.
«Qui?» chiese sottovoce, ma stava già sbottonandomi i pantaloni con le dita un po’ tremanti.
Ci mettemmo in ginocchio sulla sabbia ancora calda del giorno. Lei mi estrasse il cazzo, già completamente duro, e lo prese in bocca senza esitazione. La lingua girava lentamente intorno alla testa, poi scese lungo tutto il tronco mentre una mano mi stringeva la base e l’altra mi accarezzava le palle. Io le tenevo i capelli ricci raccolti in un pugno leggero, guardandola mentre mi prendeva sempre più in gola. Ogni tanto alzavo lo sguardo verso l’ingresso dell’insenatura, controllando che nessuno arrivasse. Il solo rischio di essere visti mi faceva diventare ancora più duro, e lei se ne accorse. Iniziò a succhiarmi più forte, più a fondo, emettendo quei suoni umidi e gutturali che mi facevano perdere la testa. La saliva le colava un po’ sul mento, quegli occhi nerissimi alzati verso di me.
Dopo diversi minuti la sollevai delicatamente, la feci sdraiare sulla schiena e le divaricai le gambe. Il vestito era ormai arrotolato sotto il seno, lasciandole scoperto tutto il resto: i seni pieni che si muovevano leggermente a ogni respiro, la pancia piatta, il triangolo scuro tra le cosce. Con le dita le aprii delicatamente le labbra della figa, scoprendo l’interno rosa vivo, contrastante con la pelle scura intorno, già lucido e bagnato. Mi chinai e le leccai lentamente, assaporando il sapore salato della pelle e quello dolce e caldo del suo umore. Due dita dentro di lei, la lingua che lavorava sul clitoride con movimenti circolari e precisi. Lei si torceva, una mano affondata nella sabbia, l’altra nei miei capelli, spingendomi contro di sé. A un certo punto sentimmo delle voci lontane: qualcuno stava passando dall’altra parte degli scogli, ridendo. Lei non si fermò. Anzi, mi premette di più la testa tra le cosce e gemette più forte, quasi volesse essere sentita. Il cuore mi batteva forte per l’eccitazione e per la paura di essere scoperti.
Quando fu abbastanza bagnata e tremante mi misi sopra di lei. Entrai piano, centimetro dopo centimetro, fino in fondo, e rimasi fermo un secondo a guardarla negli occhi nerissimi. Poi iniziai a muovermi. Spinte lunghe e profonde, la sabbia che ci entrava un po’ ovunque, l’odore del mare mescolato a quello della sua pelle calda. Lei mi avvolgeva le gambe intorno alla schiena, mi graffiava le spalle sotto la maglietta, mi diceva all’orecchio di scoparla più forte, di non fermarmi. Ogni tanto giravo la testa verso l’ingresso dell’insenatura. Non c’era nessuno, ma il solo pensiero che qualcuno potesse spuntare da un momento all’altro mi faceva accelerare il ritmo.
La girai a pancia in giù. Si alzò un poco sul gomito e sul ginocchio, il culo alto e offerto, rotondo e sodo come sempre, la pelle scura lucida di sudore. La presi da dietro, tenendola saldamente per i fianchi. Il vestito bianco le cadeva sulle spalle, le chiappe nude che sbattevano contro di me a ogni spinta. Il suono era umido, carnale, mescolato al rumore delle onde che arrivavano sempre più vicine. Lei spingeva indietro con forza, chiedendo di più, di andare più a fondo. A un certo punto allungai una mano sotto di lei e le massaggiai il clitoride mentre continuavo a scoparla con colpi regolari e profondi. Venne tremando, stringendosi forte intorno al mio cazzo, mormorando il mio nome a voce bassa ma roca. Le gambe le tremavano, la schiena inarcata.
Non mi fermai. Continuai a muovermi dentro di lei finché non sentii di essere vicino al limite. La tirai fuori, le feci voltare il viso verso di me e sborrai sulla sua bocca e sulla lingua. Getti caldi e densi. Lei aprì le labbra e raccolse tutto, poi mi leccò lentamente, con cura, fino a pulirmi completamente. Ci restammo così per diversi minuti, nudi sulla sabbia, il cuore che batteva ancora forte, il respiro pesante. Il cielo era ormai quasi scuro, solo una striscia di luce violetta all’orizzonte. In lontananza si sentivano ancora delle voci e qualche risata, ma nessuno era entrato nella nostra insenatura.
Lei si sistemò il vestito, si sedette accanto a me e sorrise, quegli occhi nerissimi ancora lucidi.
«Domani sera torniamo qui. E magari restiamo ancora più a lungo.»
Io la guardai, ancora a torace nudo, la sabbia attaccata alla pelle, il sapore di lei ancora in bocca, e annuii. Quella vacanza era solo all’inizio, e sapevo già che non avremmo perso un solo tramonto.
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