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Gli occhi di Guenda L'isola attraverso i suoi


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
04.06.2026    |    199    |    0 8.0
"E in quei momenti avevo l'impressione che fosse felice semplicemente di avermi accanto..."
Capitolo 3 – L'isola attraverso i suoi occhi

Se c'è una cosa che ricordo di quel periodo è la sensazione che il tempo avesse smesso di scorrere normalmente.

Le giornate non erano più divise in mattina, pomeriggio e sera.

Erano semplicemente giornate passate con Guenda.

La mattina andavo a prenderla.

A volte passava dalla stanza che aveva in affitto soltanto per cambiarsi o prendere qualche vestito.

Altre volte si fermava al locale per avvisare che non avrebbe lavorato.

Poi partivamo.

Non avevamo quasi mai un programma preciso.

Una spiaggia.

Un ristorante.

Un paese dell'interno.

Una festa popolare.

Qualunque cosa andava bene.

L'importante era stare insieme.

Con il passare delle settimane smisi di vedere Guenda come la ragazza che avevo conosciuto in una taska.

Cominciai a conoscere la persona.

La donna.

La colombiana che aveva lasciato la sua terra per cercare un futuro migliore.

Mi parlava della famiglia.

Delle responsabilità che si portava dietro.

Delle difficoltà affrontate per arrivare fino a Margarita.

Eppure, quando eravamo insieme, sembrava che tutti quei problemi rimanessero fuori dalla porta.

Una cosa mi colpiva particolarmente.

Quando l'avevo conosciuta, il lavoro era al centro della sua vita.

Doveva esserlo.

Era andata in Venezuela per guadagnare e aiutare la famiglia.

Ma con il passare del tempo ebbi l'impressione che qualcosa fosse cambiato.

Sempre più spesso sceglieva di passare il tempo con me.

Non mi chiedeva nulla.

Non pretendeva nulla.

Anzi, quando cercavo di aiutarla, minimizzava.

Diceva di avere i suoi risparmi.

Che non era necessario.

Era una cosa che mi trasmetteva una grande sincerità.

Nel frattempo continuava a farmi conoscere il Venezuela.

Quello vero.

Non quello delle cartoline.

Mi portò a El Valle del Espíritu Santo.

Mi fece conoscere la festa della Virgen del Valle.

Andammo insieme a feste popolari, mercati, piccoli ristoranti frequentati quasi esclusivamente da venezuelani.

Mi spiegava le abitudini delle persone.

Le differenze tra i quartieri.

Le cose da fare e quelle da evitare.

A volte rideva delle mie ingenuità da europeo.

Altre volte mi metteva in guardia.

Conosceva bene il paese e ne conosceva anche i lati meno piacevoli.

Per la prima volta ebbi la sensazione di vedere davvero il Venezuela.

E lo vedevo attraverso i suoi occhi.

Fu probabilmente in quel periodo che iniziai a innamorarmi sul serio.

Non accadde in un giorno preciso.

Non ci fu una scena particolare.

Semplicemente, a poco a poco, ogni esperienza sembrava avere più valore se vissuta insieme a lei.

C'era un'altra cosa che rendeva speciale il nostro rapporto.

Guenda aveva qualche anno più di me.

Era più sicura.

Più libera.

Più esperta.

Io avevo ventitré anni e, pur credendomi adulto, mi rendevo conto di avere ancora molto da imparare.

Non aveva paura di dire quello che pensava.

Non aveva paura di spiegare ciò che desiderava.

A volte rideva delle mie insicurezze.

Altre volte mi correggeva con pazienza.

Mi insegnò che ogni donna è diversa.

Che il desiderio non segue regole uguali per tutti.

Che capire una persona è più importante che seguire qualunque teoria.

Guardandola oggi, credo che una parte importante del legame che si creò tra noi nascesse proprio da questo.

Non era soltanto attrazione.

Non era soltanto passione.

Era fiducia.

La fiducia di due persone che imparavano a conoscersi senza fingere.

A volte la sorprendevo a guardarmi.

Non era il suo solito sguardo enigmatico.

Era qualcosa di diverso.

Più dolce.

Più spontaneo.

Mi capitava di accorgermene nei momenti di tranquillità, quando eravamo sdraiati a parlare senza fretta.

Lei pensava che non me ne accorgessi.

Invece la vedevo.

Seguiva con gli occhi il profilo del mio viso, delle spalle, del corpo.

E in quei momenti avevo l'impressione che fosse felice semplicemente di avermi accanto.

Non me lo disse mai.

Ma era la sensazione che provavo.

Poi, all'improvviso, tornava la Guenda che mi faceva impazzire.

Le facevo una domanda.

Lei mi guardava.

E non rispondeva.

Niente.

Solo quello sguardo.

All'inizio cercavo una spiegazione.

Poi smisi.

Perché capii che non sarebbe arrivata.

Ma non smisi mai di chiedermi cosa stesse pensando.

Era come se mi parlasse senza usare parole.

Come se stesse dicendo qualcosa che soltanto lei conosceva.

E forse era proprio quello il suo potere.

Lasciarmi sospeso.

Disarmarmi.

Costringermi a guardarla negli occhi.

Da vicino.

Così vicino da vedere che non erano davvero verdi.

Non erano davvero grigi.

Non erano davvero dorati.

Erano tutte quelle cose insieme.

Una sera glielo chiesi.

«Perché lo fai?»

Lei sorrise.

Non rispose.

Naturalmente.

Mi guardò.

E basta.

Ancora oggi penso che sapesse perfettamente l'effetto che mi faceva.

Forse era la sua arma segreta.

O forse era semplicemente il suo modo di essere.

In quel momento, però, non cercavo una risposta.

Ero troppo occupato a vivere.

Troppo occupato a essere felice.

E troppo innamorato per accorgermi che il tempo, lentamente, stava cominciando a correre più veloce di noi.
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