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Lui & Lei

Gli occhi di Guenda 1


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
04.06.2026    |    165    |    0 8.0
"Mi spiegò il Venezuela visto attraverso gli occhi di una colombiana che era emigrata per lavorare..."
Gli occhi di Guenda

Se qualcuno mi avesse detto che accompagnando mia madre in Venezuela avrei incontrato una donna capace di lasciarmi un ricordo vivo per quasi trent'anni, gli avrei riso in faccia.

Eppure andò esattamente così.

Tutto cominciò quando mia madre decise di vendere la farmacia.

Aveva lavorato una vita per costruirla. Quando la cedette, incassò una cifra che all'epoca faceva impressione: oltre un miliardo di lire. Oggi sembra quasi una frase uscita da un'altra epoca, ma allora significava entrare in quello che mia madre considerava il club dei miliardari.

Era orgogliosa di sé. E, a dire il vero, ne aveva motivo.

Il problema era che mia madre aveva un carattere particolare. Quando si metteva una cosa in testa diventava impossibile farle cambiare idea.

Una maglietta non era bella.

Era eccezionale.

Una cena non era buona.

Era fantastica.

Una persona non era simpatica.

Era straordinaria.

Viveva tutto agli estremi.

Così, quando decise di trasferirsi ai Caraibi, nessuno riuscì a fermarla.

La destinazione era Isla Margarita, un'isola venezuelana nel Mar dei Caraibi.

Io avevo ventitré anni.

Lei cinquantacinque.

Partimmo da Roma, passammo per Caracas e arrivammo a Porlamar, la città principale dell'isola.

Affittammo un appartamento a Costa Azul, il quartiere più moderno di Porlamar. Era una zona piena di condomini con piscina, negozi, supermercati e servizi, costruita per la classe media e benestante venezuelana che trascorreva le vacanze sull'isola.

Affittammo anche una macchina e cominciammo a esplorare Margarita.

La mia idea era semplice: vivere lì qualche mese, capire come funzionava l'isola, conoscere le persone, osservare.

L'idea di mia madre era leggermente diversa.

Comprare subito.

Possibilmente entro ieri.

Fu in quel periodo che incontrammo Amador.

Lo conoscemmo quasi per caso. Parlava qualche parola di italiano e sembrò immediatamente molto disponibile.

Fin troppo disponibile.

Nel giro di pochi minuti mia madre gli raccontò tutta la sua vita.

La farmacia.

La vendita.

I soldi.

I progetti.

Io ascoltavo e avevo la sensazione che stessimo consegnando a uno sconosciuto il bilancio dettagliato della nostra situazione economica.

Lei invece era convinta di stare facendo una grande impressione.

Si sentiva una gran signora.

E, a modo suo, lo era davvero.

Vestiva bene, portava gioielli importanti, aveva viaggiato e aveva costruito una carriera di successo.

Il problema era che continuava a ragionare come se fosse ancora in Italia.

Poi arrivò il dettaglio che la conquistò definitivamente.

Amador era il figlio di uno dei più famosi presentatori della televisione venezuelana e portava lo stesso nome del padre.

Per un italiano era come incontrare il figlio di Pippo Baudo che si chiamava anch'egli Pippo Baudo.

Da quel momento, agli occhi di mia madre, Amador diventò una persona importante.

Uno che conosceva tutti.

Uno che aveva sempre la soluzione pronta.

Uno di cui fidarsi.

Io ero molto meno convinto.

Fu lui a mostrarci una villetta lungo la strada che portava a Playa El Agua, la spiaggia più famosa dell'isola.

La casa era bella.

Tre camere.

Tre bagni.

Una dependance.

Un grande patio.

Tre enormi alberi di mango.

Il problema non era la casa.

Il problema era il posto.

Era isolata.

Lontana da tutto.

Noi vivevamo a Costa Azul, nel quartiere più moderno e comodo dell'isola, e bastava uscire di casa per avere tutto a disposizione.

Per questo continuavo a ripetere a mia madre:

"Aspetta."

"Prenditi un anno."

"Conosci l'isola."

"Capisci come funziona."

Ma quando mia madre prendeva una decisione era inutile discutere.

Lei vedeva la casa.

Io vedevo tutto quello che c'era intorno.

Alla fine la comprò.

E quello fu soltanto l'inizio.

Nel frattempo Amador diventava sempre più presente.

All'inizio passava per parlare dei documenti.

Poi per un caffè.

Poi per pranzo.

Poi per cena.

Alla fine era sempre lì.

Aprivo la porta e trovavo Amador.

Tornavo dalla spiaggia e trovavo Amador.

Mi svegliavo e trovavo Amador.

La cosa curiosa era che non dava mai l'impressione di essersi piazzato.

Sembrava sempre un ospite.

Sempre educato.

Sempre disponibile.

Eppure era lì, tutti i santi giorni.

Mia madre gli cucinava.

Pranzavano insieme.

Cenavano insieme.

La loro confidenza cresceva ogni giorno.

Io, invece, avevo ventitré anni e problemi completamente diversi.

Fu così che iniziai a frequentare le taskas.

Le taskas erano locali dove si beveva, si ascoltava musica e alcune ragazze facevano compagnia ai clienti.

Fu in uno di quei locali che incontrai Guenda.

Era colombiana.

Bellissima.

Ma se oggi qualcuno mi chiedesse cosa ricordo davvero di lei, non parlerei della bellezza.

Parlerei degli occhi.

Li notai subito.

Ma li vidi davvero soltanto più tardi.

Quando cominciò a farmi quella cosa assurda di non rispondermi.

Le facevo una domanda.

Lei mi guardava.

E basta.

Nessuna risposta.

Solo quello sguardo.

Da vicino i suoi occhi erano impossibili da definire.

Verdi.

Grigi.

Dorati.

A chiazze.

Come gli occhi di un felino.

Più li osservavo e meno riuscivo a capire di che colore fossero.

E più cercavo una risposta, più mi perdevo dentro quello sguardo.

La cosa strana era che non c'era cattiveria.

Non c'era arroganza.

C'era dolcezza.

Sorrideva con gli occhi prima ancora che con la bocca.

E proprio per questo mi disarmava.

Non era il fatto che non mi rispondesse.

Era il modo in cui non mi rispondeva.

Mi lasciava sospeso.

Quella sera tornai a casa pensando a lei.

Il giorno dopo tornai nel locale.

E il giorno dopo ancora.

Dopo alcune sere le chiesi di uscire.

Mi spiegò che, per portarla fuori, avrei dovuto pagare la "salida", una somma che compensava la sua assenza dal lavoro per quella sera.

Pagai senza pensarci troppo.

Andammo a cena al Rancho de Pablo.

Un posto che ricordo ancora oggi con affetto.

Tetto di palme.

Tronchi di legno.

Pollo alla brace.

Birra ghiacciata.

Musica llanera dal vivo.

Parlammo per ore.

Fu quella sera che qualcosa cambiò.

Da quel momento iniziammo a vederci sempre più spesso.

La andavo a prendere la mattina.

Giravamo l'isola.

Andavamo in spiaggia.

Mangiavamo nei posti che conosceva lei.

Mi fece conoscere Margarita molto meglio di qualunque guida turistica.

Mi portò a El Valle.

Mi fece conoscere la festa della Virgen del Valle.

Mi spiegò il Venezuela visto attraverso gli occhi di una colombiana che era emigrata per lavorare.

Più tempo passavo con lei, più avevo la sensazione che l'isola stesse cambiando.

Non perché fosse diversa.

Perché la guardavo attraverso i suoi occhi.

Tra noi c'era una forte attrazione.

Ma col tempo diventò qualcosa di più.

Diventammo una coppia.

Passavamo insieme quasi tutto il nostro tempo.

Eppure, nonostante quella vicinanza, continuavo a non capire cosa pensasse quando mi guardava in quel modo.

Era come se mi stesse dicendo qualcosa.

Qualcosa di importante.

Ma senza usare parole.

E io non sono mai riuscito a capire cosa fosse.

Nel frattempo continuavo a raccontarle di mia madre.

Della casa.

Degli appartamenti che voleva comprare.

Di Amador che ormai sembrava vivere con noi.

All'inizio, quando nominavo Amador, lei cambiava discorso.

Poi una sera insistetti.

"Tu lo conosci, vero?"

Rimase in silenzio.

Non era il suo solito silenzio.

Era diverso.

Più serio.

Più pesante.

Poi mi guardò.

Questa volta senza sorridere.

"Sì."

Aspettai.

"Io Amador lo conosco."

E in quel momento capii che le due storie che stavo vivendo a Margarita stavano per diventare una sola.
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