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Lui & Lei

Gli occhi di Guenda il vero Amador


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
04.06.2026    |    85    |    0 8.0
"E più tempo passavo con lei, più mi accorgevo di quanto fosse diversa dalle persone che avevo conosciuto fino a quel momento..."
Capitolo 2 – Il vero Amador

"Io Amador lo conosco."

Quando Guenda pronunciò quelle parole, ebbi immediatamente la sensazione che sapesse molte più cose di quante fosse disposta a raccontare.

Fino a quel momento aveva sempre evitato l'argomento.

Ogni volta che nominavo Amador, cambiava discorso.

Oppure rispondeva in modo vago.

Quella sera, invece, era diversa.

Più seria.

Più riflessiva.

Come se stesse cercando il modo giusto per dirmi qualcosa senza farmi male.

Restammo in silenzio per qualche secondo.

Poi fu lei a parlare.

Mi spiegò che Amador era una persona conosciuta sull'isola.

Non nel senso in cui lo intendeva mia madre.

Non perché fosse importante.

Non perché fosse influente.

Semplicemente perché era uno che tutti avevano già visto all'opera.

Non aggiunse molto altro.

Eppure bastò.

A volte non servono grandi rivelazioni.

Basta il tono con cui vengono dette le cose.

Da quel momento iniziai a osservare Amador con occhi diversi.

E più osservavo, più mi rendevo conto che qualcosa non mi convinceva.

Nel frattempo lui era ormai diventato una presenza fissa nella nostra vita.

Pranzava con noi.

Cenava con noi.

Passava interi pomeriggi a casa.

Aveva sempre un consiglio.

Sempre un'opinione.

Sempre una soluzione.

La cosa incredibile era che riusciva a far sembrare tutto naturale.

Come se stesse facendo un favore a noi.

Come se fosse lì soltanto per aiutarci.

Mia madre ne era completamente conquistata.

Del resto Amador rappresentava esattamente il tipo di persona che lei amava frequentare.

Uno che sembrava conoscere tutti.

Uno che aveva sempre una storia da raccontare.

Uno che dava l'impressione di avere accesso a un mondo speciale.

E mia madre adorava sentirsi parte di quel mondo.

La verità è che mia madre si sentiva una gran signora.

Lo era sempre stata.

Fin da quando ero bambino la ricordavo così.

Elegante.

Curata.

Orgogliosa dei risultati ottenuti.

Quando parlava della farmacia non lo faceva per vantarsi.

Lo faceva perché quella farmacia rappresentava una vita intera di sacrifici.

Il problema era che a Margarita quella sicurezza si trasformava in vulnerabilità.

Lei mostrava a tutti le sue carte.

I soldi.

Le proprietà.

I progetti.

Convinta di controllare la situazione.

Convinta di essere lei a guidare il gioco.

Io avevo un'impressione diversa.

Avevo la sensazione che fosse il gioco a guidare lei.

Nel frattempo continuava a comprare.

Prima la villetta.

Poi gli appartamenti.

Io continuavo a ripetere sempre la stessa cosa.

"Mamma, aspetta."

"Conosci meglio l'isola."

"Non avere fretta."

Ma era inutile.

Più cercavo di rallentarla e più lei accelerava.

La cosa curiosa è che, da un certo punto di vista, il suo ragionamento non era nemmeno assurdo.

Gli affitti rendevano bene.

I numeri, almeno all'inizio, sembravano funzionare.

Lei vedeva un futuro semplice.

Una casa dove vivere.

Alcuni appartamenti in affitto.

Una rendita sufficiente per stare tranquilla.

Sulla carta sembrava perfetto.

Il problema era che la vita non si svolge sulla carta.

E il Venezuela, soprattutto, non era un posto che permetteva previsioni facili.

Mentre tutto questo succedeva, io vivevo una realtà completamente diversa.

Passavo le giornate con Guenda.

E più tempo passavo con lei, più mi accorgevo di quanto fosse diversa dalle persone che avevo conosciuto fino a quel momento.

Mi stava insegnando il Venezuela.

Quello vero.

Non quello che vedevano i turisti.

Mi spiegava quali quartieri evitare.

Quali persone ascoltare.

Quali promesse non prendere troppo sul serio.

Mi raccontava storie della Colombia.

Della sua famiglia.

Delle difficoltà che l'avevano portata a lasciare il suo paese.

E più ascoltavo, più capivo che dietro il suo sorriso c'era una forza che all'inizio non avevo visto.

Passavamo insieme giornate intere.

Andavamo a El Valle.

Alle feste popolari.

Nei piccoli ristoranti frequentati dai venezuelani.

Nei posti dove nessuna guida turistica avrebbe portato un visitatore.

Era come avere una chiave segreta per entrare nell'isola.

E quella chiave era Guenda.

A volte, durante quei momenti, tornava il suo gioco preferito.

Mi faceva una domanda.

Oppure ero io a farla.

Poi improvvisamente taceva.

E mi guardava.

Con quegli occhi impossibili da definire.

Verdi.

Grigi.

Dorati.

Ancora oggi non saprei dire quale fosse il loro colore.

Ricordo soltanto l'effetto.

Mi lasciavano sospeso.

Come se mi trovassi davanti a una porta socchiusa.

Come se dietro ci fosse una risposta importante.

E come se quella risposta non dovesse arrivare mai.

Forse era quello che mi faceva impazzire.

Non lo sguardo.

Il mistero.

Perché più passavano le settimane e più cresceva una domanda che non mi avrebbe mai abbandonato.

Che cosa stava pensando quando mi guardava in quel modo?

E, senza saperlo, stavo già iniziando a capire che quella sarebbe stata l'unica domanda a
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