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Prime Esperienze

Racconti dei Caraibi 3


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
02.06.2026    |    387    |    0 9.2
"Dal cancello principale entrarono una decina di ragazze del posto, vestite in modo estremamente appariscente, con colori sgargianti e un'energia contagiosa..."
Lei aveva la testa appoggiata sul mio petto e ascoltava il battito del mio cuore. Io le accarezzavo distrattamente il seno, osservando la luce del sole che filtrava dalle tende. Fu in quel momento che trovai il coraggio di dire:

— Perché non resti con me fino alla fine della vacanza?

Cindy sollevò gli occhi e mi guardò come se non si aspettasse una proposta del genere. Sul suo viso comparve subito un sorriso spontaneo, ma dopo qualche secondo tornò seria.

— Mi piacerebbe. Però devo passare da casa. Mia madre deve saperlo e devo prendere qualche vestito.

Tirai un sospiro di sollievo e annuii.

Poco dopo eravamo già pronti. Scendemmo nella hall dell'albergo e, mentre attraversavamo l'ingresso, notai una giovane coppia italiana intenta a parlare con il receptionist. Sembravano felici, di quella felicità semplice e pulita che hanno le persone all'inizio di un grande viaggio.

— Ciao — dissi avvicinandomi per fare gruppo. — Io sono Lorenzo.

— Piacere, Marco. Lei è Giulia, siamo di Milano — rispose il ragazzo stringendomi la mano. — Siamo arrivati stamattina. Viaggio di nozze.

Scambiammo qualche parola veloce, dando loro qualche consiglio sull'isola e sul caldo tropicale, poi ci salutammo. Non potevo immaginare che sarebbero diventati i protagonisti di una storia pazzesca qualche giorno più tardi.

Io e Cindy uscimmo sulla strada e fermammo un taxi. Durante il tragitto ripensai a ciò che mi aveva raccontato della sua famiglia e delle loro difficoltà. Quando vidi un grande supermercato lungo la strada, chiesi all'autista di accostare.

— Che succede? — mi domandò lei, stupita.

— Andiamo, vieni con me — le dissi.

Entrammo insieme e iniziai a riempire il carrello senza badare a spese: pane, riso, zucchero, caffè, farina e tutto quello che mi sembrava potesse essere utile per una famiglia numerosa. Caricammo le buste nel bagagliaio e ripartimmo. Dopo pochi minuti arrivammo nel quartiere dove viveva Cindy. Le strade erano strette, sterrate e polverose; le case erano baracche semplici, costruite alla meglio con quello che le persone erano riuscite a procurarsi negli anni.

Quando il taxi si fermò davanti alla sua abitazione, che era una delle più umili della zona, mi venne un nodo allo stomaco. Le pareti erano di foratini grezzi, il tetto di lamiera ondulata e il pavimento all'interno era in terra battuta. La porta d'ingresso era fatta da quattro assi di legno inchiodate alla buona. Da una fessura si intravedeva la zona adibita a cucina, dove una donna sui trent'anni stava tagliando delle patate. Immaginai subito fosse la madre, rimasta incinta quando era poco più che una bambina.

Scesi dal taxi insieme a Cindy, le passai le pesanti buste della spesa e le dissi di portarle dentro. Lei mi guardò con gli occhi lucidi, mi sorrise ed entrò. Per non essere troppo invadente, dissi al tassista di spostarci di un paio di isolati per andare a comprare delle Red Stripe. Lì vicino c'era una piccola bodega di quartiere; il taxi si accostò e io ordinai due birre alla signora dietro il bancone. Ne passai una all'autista e ci sedemmo su due sedie di plastica scassate, mentre un cane spelacchiato dormiva beatamente sotto di noi.

Da lontano vidi Cindy che era uscita in strada e si guardava intorno un po' preoccupata, non vedendomi più. Noi finimmo la birra in un sorso e la raggiungemmo. Aveva in mano un piccolo zainetto logoro, dove immaginai avesse infilato i suoi pochi vestiti.

Dissi al tassista di andare dritti verso la zona commerciale di Negril, un piccolo agglomerato di negozi dove si trovavano la banca, la liquoreria e un paio di negozi di abbigliamento. Durante il tragitto, l'atmosfera in auto si fece subito calda: ci accarezzavamo e ci baciavamo senza sosta, e il cazzo mi faceva quasi male per via di un'erezione costante che non accennava a scendere. Arrivati a destinazione, dissi al tassista di aspettarci e spinsi Cindy dentro un negozio. Lei mi guardava sorpresa, quasi timorosa.

— Prendi tutto quello che vuoi — le dissi, stringendole i fianchi.

Non le sembrava vero. Mi gettò le braccia al collo, saltando per la gioia come una bambina. Aiutata dalla commessa scelse una decina di capi, poi mi prese per mano e mi tirò dentro il camerino insieme a lei, chiudendo la porta a chiave. Erano vestiti semplici e non costosi, ma per i suoi standard erano alta moda. Con quel fisico pazzesco le stava bene qualsiasi cosa. Alla fine, dopo averli provati tutti, prendemmo due vestitini cortissimi e leggeri, due shorts che le mettevano in risalto un culo da Oscar e altre due magliettine che a stento contenevano i suoi seni antigravità. Le avrei comprato l'intero negozio se me lo avesse chiesto, invece notai che era bloccata da una forma di timidezza e non si sarebbe mai approfittata della situazione; anzi, quasi si vergognava.

Prima di uscire dal camerino, mi guardò dritto negli occhi con una malizia pazzesca. Si inginocchiò sul pavimento, mi tirò giù gli shorts e iniziò un pompino sontuoso. Il mio cazzo, che forse sospettava quel gesto di riconoscenza, era già pronto e duro da un pezzo. Si impegnò talmente tanto, muovendo la bocca con un'esperienza incredibile, che venni dopo due minuti scarsi, un attimo prima che la commessa venisse a bussare alla porta sospettando qualcosa dal silenzio prolungato.

Davanti alla cassa c'era un espositore di costumi e uno di infradito. Senza dire niente, afferrai due bikini molto semplici, uno bianco e uno nero, e le dissi di scegliersi un paio di scarpe della sua misura. L'espressione di pura felicità dipinta sul suo volto mi ripagò in un secondo della modesta spesa che stavo sostenendo.

A quel punto tornammo in albergo e lasciammo le buste in camera. Cindy si infilò subito il nuovo bikini bianco, calzò le infradito e, dopo avermi tolto il respiro con uno dei suoi soliti baci umidi, mi sussurrò maliziosa:

— Tonight I have a special gift for you.

Scendemmo in spiaggia e ritrovai la comitiva degli italiani conosciuti nei giorni precedenti. C'erano i tre ragazzi di Roma, sempre pronti a cazzeggiare tra il mare e qualche canna; i tre toscani di Arezzo, simpaticissimi e con un'ossessione fissa per il sesso, e due ragazzi di Monza che sembravano pensare soltanto a fumare erba e bere birra. Oltre al nostro gruppo, il resto della spiaggia era popolato da donne nordeuropee over 40 in forte sovrappeso. Molte di loro erano già accompagnate da ragazzi di colore giovanissimi, con fisici da atleti olimpionici; altre erano in evidente attesa di scegliere il fortunato per la notte, dato che c'erano numerosi uomini del posto che passeggiavano sul bagnasciuga in caccia di turiste disposte a pagarli per la loro compagnia.

A pochi passi da noi, una signora biondissima e molto grassa, seduta su una sdraio, accarezzava con una manona sfacciata il cazzo del suo accompagnatore, un adone nero di due metri con i muscoli scolpiti e le treccine legate a coda di cavallo. La cappella di quel ragazzo sbucava fuori dal pantaloncino da mare arrivando a pochi centimetri dal ginocchio. Rimasi pietrificato: non avrei mai immaginato che un membro umano potesse raggiungere quelle dimensioni mostruose. La signora lo guardava completamente infoiata, pregustando il momento in cui lo avrebbe preso e pensando, probabilmente, che quelli erano i 100 dollari spesi meglio in vita sua.

Presentai Cindy a tutti e, dopo pochi minuti di chiacchiere, uno dei toscani le chiese scherzando:

— Oh bimba, ma non è che c'hai qualche amica da presentarci? Qua stiamo a secco!

Lei rise, mi guardò e rispose ammiccando:

— Non vi preoccupate. Stasera vi porto io in un posto giusto.

La giornata passò veloce tra bagni, risate e aragoste giganti mangiate in riva al mare, il tutto accompagnato da diverse bottiglie di Red Stripe ghiacciata. Nel primo pomeriggio arrivò il solito acquazzone tropicale: in pochi minuti il cielo diventò nero e una quantità incredibile d'acqua si abbatté sulla spiaggia. Come ogni giorno, però, la tempesta durò meno di mezz'ora; poi tornò un sole spaccapietre e tutto riprese come se nulla fosse successo.

Verso sera rientrammo tutti nei rispettivi bungalow, ci cambiammo e ci ritrovammo per cena. Cindy ci guidò in un piccolo locale tipico dove servivano il piatto più famoso della Giamaica: il jerk chicken, un pollo marinato in un mix di spezie piccantissimo e cotto lentamente alla griglia dentro vecchi barili di ferro modificati a barbecue.

Dopo cena, carichi e leggermente brilli, prendemmo un pulmino taxi collettivo e partimmo verso il locale scelto da Cindy per la serata.

Il posto era in realtà una casa privata situata in una zona povera e decisamente popolare. Nel giardino sul retro i proprietari avevano sistemato alcune casse acustiche enormi, qualche fila di luci colorate appese ai rami degli alberi e un semplice bancone di legno improvvisato dove venivano serviti rum, birre e bibite. Niente insegne luminose, niente buttafuori all'ingresso, niente tavoli eleganti. Solo musica pesante, corpi e voglia di divertirsi.

All'inizio l'atmosfera era rilassata. L’odore della marijuana era fortissimo, una nebbia densa; la gente del posto fumava senza sosta, chiacchierava e rideva mentre il sound system pompava ritmi reggae e dancehall a volume moderato. Alcuni bambini giocavano ancora poco distante e gli anziani del quartiere osservavano la scena dalle verande delle case vicine. Io e Cindy stavamo appoggiati a una staccionata di legno con una birra in mano; non riuscivo a smettere di baciarla e toccarla ovunque. Il vestitino nuovo che le avevo preso metteva in risalto ogni sua forma: era veramente "tanta", solida, formosa, senza avere un solo grammo di grasso sul corpo.

Poi, improvvisamente, la serata cambiò ritmo.

Dal cancello principale entrarono una decina di ragazze del posto, vestite in modo estremamente appariscente, con colori sgargianti e un'energia contagiosa. Non appena il DJ aumentò i decibel e fece partire una base dancehall decisamente più incalzante e ritmata, le nuove arrivate si riversarono al centro dello spazio adibito a pista da ballo.

Quello che seguì fu uno spettacolo che nessuno di noi italiani aveva mai visto dal vivo in vita sua.

Le ragazze iniziarono a ballare seguendo il ritmo con una naturalezza sconvolgente. Non sembrava affatto una coreografia studiata, ma qualcosa di viscerale, inciso nel loro DNA. Ogni singolo battito dei bassi sembrava attraversare i loro corpi. Muovevano i fianchi e il bacino con una fluidità impressionante e, quando la musica accelerava, si piegavano in avanti e iniziavano a twerkare. Le natiche si muovevano in modo rapido, violento e coordinato, quasi indipendentemente dal resto del corpo. Una tecnica incredibile: sembrava che ogni chiappa avesse vita propria, una coordinazione muscolare da fantascienza.

I miei amici italiani continuavano a guardare la pista con le mascelle spalancate, completamente increduli.

— Ma cazzo, come fanno a muoversi così? Questa è fisica applicata! — disse uno di loro ridendo e scuotendo la testa.

Le giamaicane continuavano a danzare al centro, mentre attorno a loro si formava un cerchio di persone che le incitava. Alcune si sfidavano amichevolmente mostrando passi sempre più elaborati e acrobatici, altre improvvisavano seguendo le vibrazioni dei bassi. L'energia era magnetica e ogni volta che una di loro eseguiva un movimento particolarmente spettacolare, il pubblico reagiva con applausi, urla e risate. L'atmosfera si era trasformata in una vera e propria festa di strada, calda e selvaggia.

Restammo per qualche minuto semplicemente ad osservare, paralizzati da tutta quella carne in movimento, quando Cindy si girò verso di me e mi disse di riferire ai ragazzi di buttarsi: dovevano scegliere quella che preferivano, avvicinarsi senza fare i timidi, prenderla per i fianchi, appiccicare la patta alle chiappe e iniziare a muoversi.

I ragazzi mi guardarono con evidente sospetto.

— Oh Lorenzo, guarda che qua se andiamo di rincorsa ci gonfiano come zampogne, questi ci ammazzano — disse qualcuno intimorito.

Ma Cindy, vedendoli indecisi, fece un cenno deciso con la testa verso la pista, rassicurandoli. A quel punto partirono in sei, capeggiati da Mauro, un bidello di scuola elementare arrivato da Scandicci. Avanzarono ancheggiando, sfoggiando una specie di passo da mandrilli in calore; scelsero le loro prede e, non appena furono a tiro, si aggrapparono ai loro fianchi appoggiandosi con decisione alle loro chiappe. Si vedeva chiaramente dalle espressioni dei loro pantaloni che erano tutti duri come il marmo.

Per le ragazze del posto quel contatto fu come accendere una miccia. Non appena avvertirono la pressione sul sedere, iniziarono a muoversi in maniera ancora più frenetica, spingendo il bacino il più possibile all'indietro e facendo una specie di "spagnola" violenta con le chiappe contro i loro pacchi. Sembrava che tutte adorassero sentire un palo rigido incastrato tra le natiche. I ragazzi erano in estasi, anche perché il pubblico locale, invece di arrabbiarsi, li incitava e applaudiva divertito.

Presa sicurezza, gli italiani si sciolsero completamente, iniziando a ballare e simulando una superpecora a ritmo di musica. Dopo una decina di minuti di quel trattamento d'urto erano tutti letteralmente stremati, ragazze incluse, che avevano le chiappe che fumavano per via dello sfregamento continuo sui jeans. Cindy indicò il bar con un sorriso complice; i ragazzi presero per mano le loro rispettive compagne di ballo e si diressero in blocco verso il bancone.

Era fatta, le avevano conquistate. Ordinarono una bottiglia di rum locale e la finirono in un solo giro di bicchieri; anche la seconda bottiglia ebbe vita brevissima. Sia i ragazzi che le giamaicane erano ormai completamente su di giri, complici anche un paio di canne colossali tirate fuori dal nulla da una delle ragazze, che completarono l'opera, azzerando ogni freno inibitorio.

Visto il livello di eccitazione generale, mi girai verso il gruppo e dissi, prima in inglese e poi in italiano:

— Sfruttiamo il momento. Perché non andiamo tutti a bere nel giardino del nostro hotel? C'è anche la piscina aperta.

Le giamaicane, davanti alla prospettiva di un bagno notturno condito da fiumi di rum e cazzo in quantità, si guardarono per un solo secondo, capendosi al volo. Sorrisero, mostrarono i denti bianchi e gridarono in coro:

— Let's go!
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