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Lui & Lei

Le simpatiche sorprese degli incontri al buio


di Brigante23
02.12.2025    |    1.920    |    3 9.5
"E sapete una cosa? Mentre cammino, con le macchie che brillano sotto i lampioni, rido..."
Mi chiamo Patrizia, ho 38 anni, lavoro come commessa in un negozio di abbigliamento in centro e, fino a tre settimane fa, pensavo di avere una vita normale. Poi ho scoperto che mio marito da due anni si scopava la sua collega di ufficio (una trentenne con le extension e il cervello di un comodino). Ho pianto per due giorni, ho buttato le sue mutande nel cassonetto e ho giurato che non mi sarei più fatta fregare da nessuno.
E invece eccoci qua.
Una sera, sola sul divano con un calice di prosecco e la rabbia ancora calda, apro Tinder per la prima volta in vita mia. Profilo: “Patrizia, 38, separata in corso, odio le bugie e i calzini spaiati”. Dopo dieci minuti mi scrive uno che si chiama Vincenzo, foto profilo da urlo: mascella squadrata, occhi azzurri, torso scolpito in palestra. Autotrasportatore, dice, ma con la passione per i libri e i tramonti. Mi fa ridere, mi scrive poesie brutte ma scritte con il cuore, mi manda altre foto (sempre più belle) di questo Adone che devo dire non mi lascia per nulla indifferente.
Dopo due mesi di chat infuocate alternate a riflessioni profonde sulle nostre rispettive vite, accetto di uscire con lui. “Solo un aperitivo, poi vediamo”, gli scrivo. Lui: “Ti aspetto con il cuore in mano e il prosecco ghiacciato”.
Arrivo al bar con la mia giacca scamosciata Dior color cammello (700 euro di rate, l’ho comprata per sentirmi ancora una donna e non solo una cornuta). Lo vedo da lontano e il mondo mi crolla addosso.

Arrivo al tavolino, lui si alza di scatto e quasi inciampa nella sedia. La camicia a quadri ha una macchia di sugo grande come la Puglia proprio all’altezza del terzo bottone, e sotto le ascelle due mezzelune scure che si allargano in tempo reale.
«Patrizia… ciao… sei… sei bellissima.»
La voce gli trema, sembra un bambino che ha fatto la marachella.
Io rimango in piedi, borsa stretta al petto come uno scudo.
«Vincenzo, giusto? Quello delle foto con gli addominali a tartaruga?»
Lui abbassa lo sguardo, si gratta la nuca. «Quelle… erano di mio cugino Vito. Te l’ho detto in chat che…»
«In chat mi hai detto che eri timido, non che eri un altro!»
«Abbassa la voce, ti prego…» Si guarda intorno, mortificato. «Siediti, solo cinque minuti. Se poi vuoi andartene, ti giuro che non ti scrivo più.»
Mi siedo. Incrocio le braccia, la giacca Dior che mi costa ancora due rate ben in vista.
Lui si pulisce la mano sui jeans prima di stringermi la mia. È sudata. Ovvio.
Il cameriere arriva. «Cosa vi porto?»
«Un Aperol Spritz» dico io, secca.
«Per me una birra media… e un pacchetto di patatine, grazie» aggiunge Vincenzo, poi mi guarda implorante. «Offro io, eh.»
Silenzio imbarazzato. Lui si tormenta le dita.

Allora» comincio, «quanti anni ha tuo cugino Vito?»
«Ventotto.»
«E tu?»
«Quarantaquattro a ottobre.»
«Quindi hai sedici anni più di lui e zero dei suoi muscoli.»
«Esatto. Ma ho il cuore, Patrizia. E la fantasia. E… e le parole.»

Arrivano i drink. Lui alza il bicchiere, tremando un po’.
«A te che sei venuta lo stesso.»
Io non brindo. Bevo un sorso e lo fisso. «Dimmi la verità: quante donne hai fregato con le foto di Vito?»
Lui si fa piccolo piccolo. «Sei la terza che accetta di vedermi.»
«E le altre due?»
«Una mi ha tirato il bicchiere in faccia. L’altra mi ha fatto pagare la cena e poi è sparita.»
Rido, mio malgrado. Una risata secca, nervosa.
«Sei un disastro.»
«Lo so» sospira lui, «ma almeno sono onesto sui disastri.»
Bevo un altro sorso. «Raccontami una cosa vera di te. Niente cugini, niente filtri.»
Lui ci pensa, si passa la lingua sulle labbra.
«Ho un camion Scania del 2009 che si chiama Rosy. Ogni sera, quando parcheggio, le do un bacino sul cruscotto. Sono patetico, lo so.»
Mi scappa un sorriso vero, stavolta.
«Rosy ha almeno le ascelle pulite?»
«Lei sì. Io… beh, oggi ero agitato.» Si indica la macchia di sugo. «Ho mangiato spaghetti alle vongole nel parcheggio dell’autogrill. Mi è caduto il piatto.»
Scoppio a ridere. Forte. La gente si gira.
«Patrizia» dice lui, approfittando del momento, «so di averti presa in giro. Ma da quando chattiamo sogno di toccarti la mano. Solo la mano. Giuro.» Allunga la sua, grassoccia e calda, sul tavolo.
Io guardo quella mano. Penso a mio marito che si faceva la collega sulla scrivania del suo ufficio. Penso alla giacca Dior che ancora profuma di nuovo. Penso che forse, per una sera, posso anche essere pazza.
Il “disastro ambulante” Vincenzo continua a parlarmi delle sue disavventure giornaliere e devo dire che riesce a farmi sorridere e alla fine mi convince: “Andiamo a parlare in macchina, è più tranquillo”. Io penso: Patrizia, sei scema? Ma la rabbia per mio marito è ancora lì, e la curiosità di vedere cosa mi riserva ancora questa strana serata mi frega. Salgo sulla sua Panda del ’98 che puzza di fritto e sudore maschile. E si avvia verso il discount dove di solito fa la spesa.
Si ferma in un parcheggio buio dietro il supermercato. Mi guarda con quegli occhietti da cucciolo bastonato. “Ti prego, solo una carezza. Non chiedo di più. È da Natale che non… insomma…”.
Sbuffo, alzo gli occhi al cielo, ma gli abbasso la zip. Il coso salta fuori come un salame dimenticato in frigo: piccolo, grassottello, già duro come il marmo. Appena lo tocco (una, due carezze appena) Vincenzo emette un verso che sembra un trattore che non parte e… zac.
Parte il geyser.
Diretto, preciso, implacabile: una, due, tre schizzate potenti che atterrano dritte sulla mia giacca Dior. Sul camoscio immacolato della mia giacca Dior. Impregnandosi.
Silenzio.
Lui guarda la macchia, guarda me, diventa viola. “Oddio Patrizia… scusa… è che… sei troppo… io…”.
Io fisso la giacca. Settecento euro. Più trenta di lavanderia (perché lo scamosciato è delicato, lo so già). Sento il seme che si asciuga, appiccicoso, caldo, umiliante.
Scendo dalla macchina senza dire una parola, apro la portiera, mi giro.
“Vincenzo vaffanculo,se non parti subito giuro che ti prendo a calci. ”

Chiudo la portiera della macchina sbattendola e Vincenzo mortificato avvia la sua Panda del ‘98 verso l’ignoto. Mi avvio verso casa a piedi, con la giacca rovinata sul braccio come una bandiera di guerra persa.
E sapete una cosa? Mentre cammino, con le macchie che brillano sotto i lampioni, rido. Rido come una pazza.
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