bdsm
Politicamente scorretto
02.12.2025 |
937 |
4
"Donaldo veniva con un grugnito porcino, riempiendola fino a farla traboccare, poi si lasciava cadere sul divano, ansimando, la pancia che si alzava e abbassava come un mantice..."
Nel piccolo bar-tabacchi di Poggio Cocomero, alle sette di sera, Giorgia entrava sempre con il passo lento di chi sa di essere guardata. Tailleur nero stretto, camicetta bianca sbottonata quel tanto che bastava a far intravedere il crocifisso d’oro tra i seni, capelli raccolti in una crocchia severa. Si sedeva al bancone, ordinava un caffè corretto sambuca e, senza che nessuno glielo chiedesse, cominciava il suo spettacolo.«Sapete che Donaldo mi ama da morire?» diceva alzando la voce perché la sentissero anche quelli che giocavano a carte in fondo. «Un uomo così, ottant’anni e ancora un toro. Mi rispetta, mi venera. Mi chiama “la mia regina cristiana”.»
Le donne del paese alzavano gli occhi al cielo, gli uomini sogghignavano nei bicchieri. Tutti sapevano che Donaldo Strunz, l’americano ciccione con il parrucchino color carota che si era comprato la villa sopra la collina, non era esattamente il tipo da fiori e poesie.
Due ore prima, in quella stessa villa, la scena era molto diversa.
Giorgia era in ginocchio sul tappeto persiano del salotto, nuda eccetto il collare di pelle nera e il crocifisso che le oscillava tra i seni. Donaldo, pantaloni calati fino alle caviglie, pancia enorme che tremolava a ogni respiro, le teneva la testa con entrambe le mani.
«Say it, bitch» grugniva in quel suo inglese sporco di accento brooklyn.
«Sono la tua schiava, padrone» rispondeva lei in italiano, la voce rotta dal piacere e dalla vergogna.
Donaldo rideva, un suono grasso e soddisfatto, poi la faceva girare, le abbassava la testa sul divano e le spalancava le natiche con le mani tozze. Entrava senza preavviso, lento e inesorabile, nel suo culo già lubrificato e pronto. Giorgia si lasciava sfuggire un gemito lungo, animalesco, le dita che artigliavano i cuscini.
«Ti piace, eh, madre Cristiana?» le ringhiava nell’orecchio mentre spingeva, il parrucchino che si spostava pericolosamente a ogni colpo di reni.
«S-sì… solo così… solo quando mi usi…» singhiozzava lei, il corpo che tremava per l’orgasmo che le montava dentro solo grazie a quella penetrazione brutale e umiliante.
Donaldo veniva con un grugnito porcino, riempiendola fino a farla traboccare, poi si lasciava cadere sul divano, ansimando, la pancia che si alzava e abbassava come un mantice.
Giorgia rimaneva lì, a quattro zampe, il culo arrossato, il seme che le colava lungo le cosce, il respiro corto. Aspettava il permesso di alzarsi. Quando lui glielo dava con un buffetto sulla guancia («Good little slut»), lei si rimetteva in piedi, si puliva con un fazzoletto, si rivestiva con cura e gli baciava la mano grassoccia.
«Grazie, padrone.»
«Prego, signora» rispondeva lui ridendo, già cercando il telecomando tra i cuscini.
Alle sette in punto era al bar.
«Donaldo dice che sono la donna più importante della sua vita» annunciava al bancone, sorseggiando il caffè corretto. «Mi rispetta come una regina. È un gentiluomo, sapete? Un vero cristiano.»
E mentre le comari scuotevano la testa e i vecchi ridacchiavano nei baffi, Giorgia sorrideva serafica, le cosce ancora doloranti, il culo che pulsava a ogni movimento sullo sgabello.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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