Lui & Lei
VALERIA pt.2:Ossessione, provocazione e…lei!
08.09.2025 |
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"Mi avvicinai al suo tavolo con la scusa di portare un altro giro di spritz e le porsi il sacchettino con discrezione, sussurrando: “Ecco il tuo omaggio, Nocciolina..."
Nei giorni successivi ai messaggi che mi avevano sconvolto, Valeria assunse le sembianze di un’ossessione che lentamente mi consumava. Ogni vibrazione del telefono era come un colpo al cuore. Nei messaggi che mi mandava, trovavo foto di lei in pose provocanti, audio con la sua voce roca che sussurrava promesse oscene o video di lei che si muoveva con una sensualità che mi faceva perdere il controllo. Ero entrato in un loop infinito e la vedevo dovunque e in chiunque. Ero arrivato a dover nascondere le notifiche ma controllavo il telefono continuamente, anche di nascosto. Anche durante le cene a casa. Vivevo costantemente col cuore che batteva all’impazzata. E mentre il desiderio mi teneva in uno stato di eccitazione costante e perenne, vivevo la cosa in uno status misto a terrore.Valeria aveva acceso in me un fuoco che non riuscivo a spegnere e l’idea di ritrovarmela davanti, all’improvviso, mi tormentava e mi eccitava allo stesso tempo. Avevo costantemente il membro in tiro e questo status psico-fisico non era passato inosservato né a casa (dove era tornata super soddisfatta mia moglie, che apprezzava la mia tempesta ormonale), né al locale (specie ad una delle bariste), dove ero praticamente sempre presente, anche quando non era necessario o dopo il mio turno. Inventavo scuse con mia moglie, spaziando da un problema con le forniture a un cliente da incontrare, da un inventario da controllare a dover dare una mano alle bariste. La verità era che temevo ed allo stesso tempo speravo, di incrociare Valeria. Pur sapendo che ogni incontro con lei sarebbe stato una discesa negli inferi.
Lei, come se lo avesse percepito, aveva preso l’abitudine di passare al locale sempre più spesso, sia da sola che in compagnia, come se volesse giocare con la mia mente. Arrivava con un sorrisetto malizioso, gli occhietti color nocciola che mi trafiggevano e ordinava il suo solito spritz, lanciandomi battute che solo io capivo. “Amó oggi lo voglio speciale. Sei capace di stupirmi o no?”, mi diceva ridendo, mentre i suoi amici chiacchieravano ignari. Una sera, però, alzò il tiro.
Era un venerdì, con il locale mezzo pieno. L’aria era palesemente impregnata di gin e di caffè ma io sentivo un tremendo e meraviglioso odore di sesso. Valeria, spavalda e con passo da vera cagna in calore, entrò nel locale con una sua amica, una ragazza e un paio di tizi mai visti e si sedette al suo tavolo preferito. Poco dopo aver ordinato il solito giro, si alzò con fare sospettoso. Mi si avvicinò furtivamente e mi chiese se avessi potuto un attimo seguirla in un punto appartato nella zona antistante i bagni, dicendo che doveva chiedermi in privato. Pensando fosse qualcosa che non andava bene nei drink, la seguii nel retro, vicino alla porta del bagno. Avevo il cuore che mi martellava nel petto e un’altra cosa che martellava nei boxer. Avrei voluto dire di no ma non ne ebbi la forza.
Non ebbi nemmeno il tempo di dire che non potevo stare lì che me la ritrovai addosso, con il suo profumo dolce che mi avvolgeva come una droga. Mi infilò la lingua nell’orecchio. Il suo respiro caldo mi fece rabbrividire, mentre sussurrò: “Amó, mi sono toccata molto pensando a te. Sono un lago. Vuoi seguirmi nel bagno o… non sei capace?” Le sue parole erano un coltello che tagliava ogni mia resistenza. Cercai di balbettare qualcosa, ma lei, con un sorriso da predatrice e una maestria da esperta, si staccò e, sorridendo, sparì nel bagno delle donne, lasciandomi lì, paralizzato, con il desiderio che pulsava nei pantaloni.
Passarono cinque minuti che a me sembrarono un’eternità. Non ero più in me, e al locale se ne erano accorti. Se ne era accorta soprattutto la responsabile di turno, Marisól. Quando Valeria si avviò verso il tavolo, aveva un’aria trionfante, come se avesse vinto una sfida, un premio ambito. Passando, mi si avvicinò e, sfiorandomi il braccio con una mano, con voce bassa disse: “Ho lasciato un regalino per te. Il mio perizoma di pizzo, tutto impregnato di me. È sul tavolino là dentro. Sei capace di andare a prenderlo o no?”
Ero spacciato. Sapevo che era una trappola. Era un altro dei suoi giochi per spingermi oltre il confine. Ma l’idea di quel perizoma, intriso di lei, mi mandava in tilt. Feci per muovermi verso il bagno, ma Marisól mi richiamò al bancone, spezzando l’incantesimo. Valeria rise, un suono basso e provocante, mentre io servivo il cliente con un sorriso forzato, cercando di fingere che non fosse successo nulla. Ma il mio cuore batteva forte e la mia mente era invasa da immagini di quel pizzo, del suo profumo, del suo corpo. “Scusami, Gino, ma stasera non sono capace di intendere e di volere,” borbottai, tentando di scherzarci sopra, ma non era uno scherzo. Lei sapeva esattamente come premere i miei tasti, ed io stavo perdendo il controllo.
Aspettai che la folla si diradasse, forse dieci minuti, prima di trovare il coraggio. Per fortuna c’era Marisól (la storica barista con cui per cinque anni avevo condiviso un meraviglioso rapporto di scopamicizia, di attimi fugaci, scopate rubate e complicità assoluta, ma che era rallentato da quando, per mio volere e per il suo nuovo fidanzamento, ci scopavamo pochissimo), che mi sostituì a preparare un cocktail, avendo percepito la mia ansia di andare a capire cosa fosse successo. Così mi infilai nel bagno delle donne con il cuore in gola. La porta si chiuse alle mie spalle con un clic che sembrava un colpo di pistola.
Sul tavolino accanto al lavandino c’era il perizoma: nero, di pizzo trasparente, ancora completamente grondante di un probabile squirt di lei. Il suo profumo mi travolse come un’onda. Lo presi con le dita tremanti. Sentivo il tessuto scivoloso sotto il mio tocco, e in quel momento l’eccitazione mi colpì come un pugno. Ero duro, scomodamente duro. Il cazzo premeva contro i pantaloni in modo quasi doloroso.
Non potevo resistere. Furtivamente uscii con la refurtiva e mi chiusi nel bagno degli uomini lì accanto. Mi abbassai i pantaloni e cominciai a toccarmi, mentre adoravo quell’oggetto del demonio, con la mente e il naso pieni di lei, del suo umore che impregnava il pizzo. Strofinai il perizoma contro l’asta, sentendo quasi immediatamente il suo umore mischiarsi al mio pre-cum. Forse un minuto e venni in un’esplosione violenta, scaricando una quantità esagerata di sperma su quel pezzo di stoffa, caldo e denso, come se volessi marchiarla a mia volta. Strofinai forte, gemendo piano, mentre il piacere mi scuoteva, le gambe cedevano e il corpo era in fiamme. Era come se Valeria fosse lì con me, con la sua essenza che si mescolava alla mia in quel gesto proibito e intimo.
Rinsavii a fatica, mi ripulii alla meglio e infilai il perizoma, ora intriso anche di me, in un sacchettino di plastica che tenevo nel cassetto del retro. Tornato al bancone, aspettai il momento giusto per compiere la mia mossa. Valeria era ancora lì, chiacchierando con i suoi amici, ma i suoi occhi saettavano verso di me. Mi avvicinai al suo tavolo con la scusa di portare un altro giro di spritz e le porsi il sacchettino con discrezione, sussurrando: “Ecco il tuo omaggio, Nocciolina. Uno spuntino dolce prima di andare a letto. Assaggialo e dimmi se sono capace.” Lei lo prese, lo infilò in borsa e i suoi occhi si illuminarono di una luce maliziosa, mordendosi il labbro mentre annuiva, come se sapesse esattamente cosa ci fosse dentro. Il suo tocco sulla mia mano fu elettrico, una promessa di ciò che sarebbe venuto dopo.
Poco dopo, Valeria sparì di nuovo nel bagno, lasciando i suoi amici al tavolo. Passarono pochi minuti, e quando uscì, il locale era ormai quasi vuoto, pronto per la chiusura. Mentre si avvicinava alla porta per uscire, con quel passo lento e provocante, si fermò e mi lanciò un’occhiata, gli occhi nocciola che scintillavano sotto le luci fioche. “Non so ancora se sei capace, amó,” disse con un sorriso che era metà sfida e metà invito, prima di sparire nella notte con i suoi amici. Le sue parole mi bruciarono, accendendo di nuovo quel fuoco che non si era mai spento.
Ma non ero solo in quel gioco. Marisól mi aveva osservato per tutta la sera. I suoi occhi attenti avevano catturato ogni movimento: il mio rossore quando Valeria mi aveva sussurrato all’orecchio, la mia scomparsa nel bagno, il sacchettino che le avevo passato, il suo ritorno con quel sorrisetto compiaciuto. Lei sapeva, forse di tutto. Da cinque anni eravamo complici in un legame di passione pura, senza drammi, solo piacere condiviso. Ma ora, il suo sguardo era diverso: un misto di curiosità, gelosia e un’ombra di eccitazione. Da quando, pochi mesi prima, si era nuovamente fidanzata, ci eravamo cercati molto poco, e questo mi aveva dato il là per smettere di mettermi in situazioni difficili. Ma ora…
Mentre chiudevamo il locale, Marisól si avvicinò. Il suo corpo familiare sfiorava il mio. In un istante, chiuse l’ingresso principale con un gesto deciso. Nel silenzio assordante, un trillo sembrò un colpo di cannone. Io ero distante dal telefono, ma lei, col suo solito fare felino, afferrò il mio cellulare. Poi, con il telefono in mano, disse con un tono che oscillava tra il rimprovero e la provocazione: “C’è un WhatsApp di Valeria, capo. Da quanto? Quante volte avete già scopato? In nome del nostro rapporto, ora, aprilo e leggi.” Il suo sguardo era tagliente, ma c’era qualcosa di più, un’intensità che mi fece rabbrividire.
Con le mani che tremavano, sbloccai il telefono. C’erano un video e un audio. Nel video, Valeria era in bagno, quello del locale, con il perizoma nero tra le sue dita. Lo portava lentamente alla bocca, leccandolo con una lentezza agonizzante. La lingua bollente che scivolava sul pizzo intriso di noi due. “Amó, quanto sei buono,” mormorava con la voce carica di goduria, mentre i suoi occhi guardavano dritto nella telecamera, come se stesse parlando direttamente a me. Ingoiava con un gesto deliberato e osceno, e il suo sguardo mi inchiodava attraverso lo schermo. Poi l’audio: “Amó, ascoltami,” diceva, la voce spezzata da gemiti, mentre il suono inconfondibile di lei che si masturbava violentemente riempiva il silenzio sordo del locale. I suoi respiri affannati e il rumore umido mi fecero quasi crollare. Ero di nuovo duro, il cazzo che premeva dolorosamente contro i pantaloni ed il desiderio mi travolgeva come un’onda.
Marisól, accanto a me, mi guardava basita, e il suo respiro era pesante. “Capo, dovresti nascondere meglio certe notifiche,” disse infine, con la voce che era un misto di rabbia, eccitazione e preoccupazione. Si avvicinò ancora di più, adagiando il suo corpo ben premuto contro il mio. In quel momento, il suo profumo familiare mi portò alla testa decine di momenti vissuti con lei, ricordi di scopate epiche e una grande mancanza di lei.
Passarono pochi istanti ma sembrò non una breve attesa: ecco un fuoco che divampa.
Ero in trappola, sospeso tra due fuochi. Valeria mi aveva trascinato in un gioco pericoloso, un vortice di provocazioni che mi aveva mandato il cervello in corto circuito. Ma Marisól, con il suo sguardo che vedeva tutto e il suo corpo che conoscevo a memoria, stava per prendere il controllo. Il suo tocco, la sua voce, il suo profumo: tutto di lei urlava una sfida, una rivendicazione. Sapevo che ciò che stava per accadere avrebbe cambiato ogni cosa. Il locale, ormai vuoto, era il nostro palcoscenico, e il desiderio, represso per mesi, stava per esplodere in un crescendo di passione che non potevo più contenere. Cosa sarebbe successo quando Marisól avrebbe deciso di reclamarmi tutto per sé? Ero pronto a scoprire fino a che punto mi avrebbe portato la sua furia, la sua gelosia, la sua fame di me. E lo scoprii ben presto…
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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