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Sorella puttana scopre il fratello bull. Pt.2


di nonerocapace
02.12.2025    |    9.292    |    6 9.8
"(Ovviamente non c’era stata nessuna conversazione con Marco in merito a questa cosa..."
Parte 2 – Il Vestito di zia Gianna

Il caldo di agosto mi aveva fottuto il cervello. Ma era stato Joe a tenermi incatenata alla mia perversione.
Quel piccolo stronzo brufoloso, con il suo cazzo che sembrava scolpito per distruggermi, mi aveva incastrata.
Il video che aveva girato – io nuda, la zucchina, le parole oscene a zio Marco – erano un coltello alla gola.
La frase con cui mi aveva minacciata «1000 euro al mese, puttana, o lo dico a tutti» che mi aveva ringhiato, sputandomi in faccia, aveva sortito in me un effetto stranissimo. Ed io, invece di spezzargli il collo mi ero bagnata come una cagna ogni volta che ci pensavo. Avevo sognato il suo cazzo che mi sfondava la figa, che mi riempiva la gola, che mi lasciava lividi e mi spaccava il culo urlante. Ma Joe mi respingeva, mi aveva umiliata, mi aveva chiamata troia. E quella crudeltà mi aveva fatto desiderarlo ancora di più.
Per sfogarmi, scopavo Marco ogni volta che potevo. Nella rimessa, in macchina, sul tavolo della cucina quando la casa era stata vuota. «Spingi, porco. Fammi godere. Fammi male.» gli avevo urlato. Ma nella mia testa era stato Joe a sbattermi, Joe a grugnire, Joe a pagarmi centinaia di euro a botta. Marco era un ripiego, un cazzo floscio rispetto al mostro di mio fratello.
Ma i suoi soldi mi avevano tenuta a galla sperando di poter pagare Joe. Intanto, zia Gianna sembrava avesse captato qualcosa anche solo per le semplici “coincidenze” di orari in cui né io né suo marito eravamo stati presenti. Ormai mi guardava come se avesse voluto strapparmi la pelle. L’avevo vista bisbigliare con mamma, controllare il telefono di Marco, seguirmi con occhi che bruciavano. L’estate stava finendo e a breve saremmo tornati alla vita di sempre: non solo sarebbe stato più difficile far coincidere le scopate con Marco, sarebbe diventato complicato ottenere la bestia che il fratellino portava nei pantaloni.
«Annina, vedo che il tuo rapporto con mio marito Marco è molto intenso ed è incredibile. Ma tu non sei più una bambina, la sua piccola nipotina: lui è un depravato ed io non sono sciocca. Devo preoccuparmi?» mi aveva sibilato zia Gianna una volta, afferrandomi il polso. «Non sono cieca.» Io sorrisi nervosamente, sfacciata: «Rilassati, zia, è solo un amico di famiglia, il mio zietto preferito.» Ma lei non ci era cascata.
Dovevo salvarmi.
Avevo cominciato a pensare a qualcosa che potesse aiutarmi con Joe. Se avessi avuto la sua bestia tutta per me, avrei mollato Marco per dedicarmi al fratellino.
Ora avrei dovuto però combinare qualcosa. Appena rimanevo sola in casa, cominciavo a frugare nella stanza del fratellino per trovare qualcosa.
Ed il fato anche stavolta mi aveva assistito.
Avevo trovato un vero e proprio tesoro frugando nella sua stanza: un completino intimo di pizzo rosso molto raffinato, una foto di zia Gianna con quello stesso completino intimo indosso, -scattata chissà quando- nascoste sotto il suo materasso insieme a decine di foto di lei in posizioni ambigue. Una scattata da una porta del bagno socchiusa, in cui lei era sotto la doccia completamente nuda con una mano sulle tettone – forse per insaponarsi – appiccicosa e sporca di qualche liquido che l’aveva opacizzata. Un attimo! Forse era imbrattata di…
Avevo portato al naso prima la foto e poi il tanga rosso che avevo trovato.
L’ odore acre della sborra di Joe, che avevo conosciuto qualche giorno prima, era stato una vera e propria scossa di adrenalina. Un teaser puntato sul mio clitoride che iniziava nuovamente a torturarmi. Avevo iniziato a gocciolare umori e in meno che non si dica avevo avuto le mutande sporche di zia Gianna (e degli umori di Joe) in bocca e mi sfondavo la figa con tutta la mano. Ero venuta copiosamente e in pochi minuti. Avevo strusciato a lungo il tanga sul mio monte di Venere imbrattandolo completamente. Poi alcuni rumori mi avevano costretta a chiudere tutto e uscire eccitata.
Sulla foto avevo notato evidenti macchie di decine di sborrate.
Mi fermai in camera mia a riflettere. A pensarci bene, anni prima mamma e Gianna avevano raccontato quando lui, ancora un moccioso sedicenne, le aveva viste e spiate palparsi in camera da letto perché si controllavano eventuali problemi al seno e zia Gianna lo aveva beccato con la mano che si muoveva lesta e furtiva nel pantalone. Ma anziché sgridarlo, aveva fatto finta di nulla e aveva mosso le mani come una sapiente troia sul seno della mamma. Poi avevano riso di gusto di questa cosa.
A lui non avevano detto nulla, ma tra loro ne avevano riparlato anche in mia presenza e ora era tutto più chiaro.
Ora avevo capito. Quel ricordo lo aveva cresciuto, trasformandolo nel porco che era diventato.
Joe aveva un segreto: una passione maniacale per zia Gianna. Ed io avevo appena trovato tutto quel che era necessario per controminacciarlo e finalmente farmi sfondare ogni pertugio dal suo cazzo meraviglioso.
Una sera che erano usciti tutti, feci in modo di rimanere sola in modo da poter chiamare Joe per la resa dei conti. Ma dopo due minuti si era ripresentata alla porta zia Gianna che, entrando, lasció la porta chiusa dietro di sé con aria minacciosa.
Così, quando mi trascinó in camera per parlarmi, mentre la villa era avvolta in un silenzio spettrale, cercai di difendermi creando una versione della storia di Joe che poteva avere un duplice effetto. «Gianna, io e Marco siamo vicini perché… be’, è imbarazzante» avevo iniziato, fingendo un rossore. «Non so né se dirtelo né come dirtelo. Vedi… io… in realtà… Io… Ho beccato Joe a masturbarsi chiuso in camera sua!»
Alla sua risata arrabbiata e incredula avevo continuato: «E lo stava facendo pensando a te mentre bisbigliava il tuo nome. Su decine di tue foto. Foto rubate, scattate di nascosto, che lui tiene custodite da qualche parte in camera sua. È ossessionato da te. E io… sono rimasta un po’ scioccata. Perché ho visto te nelle foto, ma poi… beh… non so come dire… per le dimensioni di quel… coso. Abnorme. Un tronco. Beh. Ho sentito dei fremiti e non so se è una cosa buona. Poi… Non sapevo se dirtelo e come dirtelo ma ho provato a parlarne con Marco, per capire cosa fare con Joe.»
Avevo abbassato lo sguardo, come una verginella pentita. «Siamo solo preoccupati per lui. Ha solo 18 anni…» avevo aggiunto.
Gianna era sbiancata ma i suoi occhi brillavano di qualcosa che non era stato solo shock. «Foto di me?» aveva mormorato con la voce tremula.
«E… dimmi. Che vuol dire abnorme esattamente? E sei rimasta… turbata in che senso?»…
Avevo capito subito: non era solo stranita, era davvero molto eccitata. Avevo rincarato la dose descrivendo il cazzo di Joe con dettagli osceni – lungo, venoso e duro come un tronco – e lei si era morsa il labbro mentre le guance le diventavano rosse.
Poi aveva ritrovato austerità e lucidità: «Voglio vedere se mi dici la verità. Mostrami quelle foto» aveva detto, decisa. «Voglio vedere se non hai inventato una storia per coprire le tue scopate con mio marito e poi parlerò io con Joe. E lo farò da sola.» Ma il suo respiro pesante diceva altro: secondo me stava sognando quel cazzo, lo voleva dentro di sé.


Ed il pensiero che Marco non la toccasse da mesi (grazie al fatto che si era dedicato a me, ovvio) la stava mandando fuori di testa.
(Ovviamente non c’era stata nessuna conversazione con Marco in merito a questa cosa. In merito alla sera in cui ci aveva sgamato, a Marco avevo raccontato che lo avevo gestito e gli avevo promesso di dargli dei soldi ogni volta che ci vedevamo per scopare e non potevamo nasconderlo a lui. In quel modo ero riuscita anche a ottenere qualcosa in più da Marco.)
Così, facendomi promettere dalla cara zia Gianna che non ne avrebbe parlato da sola con Joe, ero andata in camera sua, avevo chiuso la porta, avevo preso solo una delle foto – quella completamente ricoperta di sborra – e gliel’avevo presentata.
La sua faccia era stata tutto dire. Joe le era entrato nella testa, ma nella sua testa Joe le stava entrando… altrove…
Con una mano aveva sfiorato lentamente quegli aloni giallastri che ricoprivano gocciolanti la foto. «Ma questa è…» aveva sussurrato, avvicinando la foto al naso, inebriandosi dell’odore di Joe.
Era entrata in trance. Era paonazza e farfugliava. L’odore acre della sborra di Joe l’aveva stravolta.
«Lui è ancora un bambino… Io… io… ma… cosa… mh… io…»
Non ero riuscita a capire cosa pensasse, ma secondo me stava collegando decine di momenti in cui gli abbracci e gli strusciamenti vari con Joe avevano assunto un altro senso: quello che aveva appena visto.
«Zia» avevo urlato, riportandola in vita. «Fidati di me e aspetta che ci parli io in un modo più intimo prima. Poi, quando sarà pronto, ti avviserò e, se sarà necessario, lo affronteremo insieme. Potrebbe essere traumatico per lui scoprire che sai tutto e potremmo avere conseguenze gravi. Fidati di me.»
Lei aveva annuito e, con la testa ancora fra le nuvole (chissà quale posizione immaginava), mi aveva chiesto il da farsi.
Il mio piano diabolico ora poteva entrare in scena.
Eravamo entrate in camera di Joe e io avevo rubato le foto, tutte. Gli avevo mandato un messaggio: «Vieni a casa subito fratellino mio o queste foto finiscono in mano a lei.»
Sapevo che sarebbe venuto, non per me, ma per proteggere il suo sporco segreto.
Mi ero preparata come una regina.
Avevo indossato il completino rosso di zia Gianna che teneva nascosto e l’abitino che stava indossando in quel momento, quello di seta blu che Joe amava. A lei avevo chiesto di nascondersi nell’ombra dell’armadio: tanto sapevo che il pivellino non avrebbe mai pensato a un tranello. Il vestitino stretto lasciava i capezzoli duri come chiodi.
Poi avevo chiesto a zia Gianna di registrare tutto, ma lei si era rifiutata; così, prima di andare ad aprire la porta all’accorrente Joe, avevo sistemato un telefono che riprendeva perfettamente il suo letto, pronto a registrare ogni parola ed ogni gemito.
Gianna era nell’armadio, convinta di ascoltare “la verità” su Joe, dopo che le avevo mostrato il suo segreto. Ma io volevo di più: volevo Joe disperatamente, volevo il suo cazzo e volevo che Gianna lo vedesse crollare.
Avevo aperto al citofono e mi ero andata a sdraiare sul suo letto con l’abitino sollevato e il pizzo rosso che brillava sotto la luce fioca.
Joe era entrato con il volto rosso, il fiatone e, appena mi aveva vista, gli si era asciugata la bocca ma il costume era già teso all’inguine.
Poi, incazzato nero, «Dammi le foto, puttana» aveva sibilato, ma i suoi occhi si erano incollati al completino, al mio corpo avvolto nei vestiti della sua ossessione. «Non le avrai mai» avevo detto, spalancando le gambe. «A meno che non mi scopi. O vuoi che le dia a Gianna?»
Lui aveva tirato fuori il telefono, minacciando di mandare il video a zia Gianna, ma quando mi ero morsa le labbra e gli avevo detto «Ti piaccio con questo vestitino? E con questo completino… impregnato?» aveva avuto un momento di esitazione e aveva farfugliato qualcosa di incomprensibile. «Ormai hai perso, Joe. Sfondami. So che lo vuoi. Scopa la tua sorellona pensando a zia Gianna!»
Allora mi si era avvicinato furioso e mi aveva sputato in faccia come al solito. La sua saliva mi era colata sulla guancia, calda, salata. «Non nominare Gianna» aveva ringhiato. «Io La amo, schifosa troia.»
Leccando lo sputo e gemendo, mi ero inginocchiata davanti a lui. «Allora scopami come se fossi lei» avevo sussurrato, tirandogli giù il costume. Il suo cazzo era saltato fuori, un tronco di carne venoso, la cappella rossa e bagnata, così grande che mi aveva fatto tremare.
Avevo spalancato la bocca e l’avevo preso, lento, profondo. Finalmente stavo per avere la mia vendetta. La mia vittoria. Il mio cazzo tanto bramato.
La lingua scivolava sotto il glande, succhiando con una fame che mi bruciava. Joe grugniva, mi insultava. «Puttana, lurida cagna» diceva, sputandomi sui capelli, sul viso, mentre mi teneva la testa e spingeva. Io succhiavo più forte tenendogli le mani sulle cosce mentre la mia figa gocciolava sul pavimento. Era troppo: il suo cazzo che mi riempiva la gola, i suoi insulti, il pizzo di Gianna che mi sfregava. Avevo sentito un’onda montarmi dentro e ero venuta, uno squirt violento che aveva allagato il pavimento con il mio corpo che tremava mentre continuavo a succhiare. Ma Joe però era rimasto impassibile, il volto duro. «Non vali niente» aveva detto, spingendomi via.
Poi…Un rumore secco. Gianna era uscita dall’armadio con il volto rosso, il respiro corto, il costume da bagno sgualcito. «Basta, Joe» aveva detto, ma i suoi occhi erano fissi sul suo cazzo, ancora duro, lucido della mia saliva. «Vieni da me, piccolo mio.» Si era tolta il costume restando completamente nuda. Caspita. Bella come una dea. Il suo corpo poco usato era degno di una top model: tettona quarta piena con i capezzoli duri e la figa già bagnata.
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