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incesto

Da piccolina a Madame


di nonerocapace
17.11.2025    |    6.053    |    3 9.3
"Ti ho cavalcato, forte, ho mosso il bacino come se stessi danzando e manco a dirlo, mi sono lasciata andare e ti ho inondato fino al petto mentre saltellando con tutta la violenza possibile urlavo..."
Caro diario. Oggi è il giorno più importante della mia vita fino ad oggi. Oggi sono 18. Oggi finalmente lo rivedrò. Dopo quasi due anni rivedrò il mio amato papà e la stronza non potrà opporsi.
Stasera scriverò una lettera a lui raccontando emozioni. Ricordi. Stasera scriverò come è andata la mia festa scrivendo una lettera a mio papà. Non vedo l’ora.

Rientrata ora. È quasi l’alba.

Ciao paparino.
Ti ricordi quella sera? Era il mio compleanno. I miei diciotto anni.
Non ti vedevo da oltre un anno e mezzo. Quella “stronza” di mia madre ti aveva impedito in ogni modo di vedermi dopo la vostra burrascosa separazione. Ma ora, finalmente, dipendeva solo da me. Quella “stronza” non poteva più impedirmi di vederti, di incontrarti… Di parlarti.
Te. L’uomo che ho amato da sempre. Quello che ho sognato e pensato quando ho scoperto i piaceri nel toccarmi. Nello sfiorarmi. I piaceri del sesso. Tu. Quello che spiavo quando portava la sua “Madame” al piano di sotto per scoparla come un ossesso senza farsi sentire. Ma io vi sentivo e vi guardavo. Tu. Che anche stavolta eri è arrivato decisamente in ritardo. Sicuramente ti eri fermato in qualche locale ad annegare le tue emozioni nel gin. La mezzanotte era passata da quasi due ore in quel discopub di Bari dove avevo spento le mie 18 candeline. E sei apparso tu. Eri palesemente sfatto, trasandato, con la barba incolta e quell’aria da bastardo maledetto che tanto piace alle ragazzine della mia età in piena tempesta ormonale. Avevi indosso solo una camicia stropicciata e gli occhi rossi e spalancati.
Tutti i miei amici ridevano mentre ballavano nella musica alta e sotto le luci stroboscopiche. Non sapevano. Non potevano. Ti avevano scambiato per il classico “tristone” che viene al discopub per beccare la zitellona disperata o per sperare nel milfone di turno. Sembravi uno che più che rimorchiare era alla speranza di essere rimorchiato. La “stronza” mi aveva vietato di dire in giro che vi eravate separati e quindi tu eri semplicemente “lontano”. Nessuno ti aveva riconosciuto. Ma io si. Subito. È il richiamo del sangue. E non solo del sangue... Dio. Da quanto tempo …Centinaia di donne saltavano e ballavano mezze nude in balia dell’ alcool e ti guardavano come una facile preda. E forse lo eri. Forse anche troppo facile. Tu, però, appoggiato alla porta, mi guardavi come se fossi l'unica persona nella stanza. Ho capito subito eri ubriaco fraccico, stanco e disperato. Ma ho preso due flûte di prosecco -uno per me e uno per te- e mi sono avvicinata. “Ciao papà e grazie di essere venuto. Brindiamo? Oggi divento Donna”… Tu mi hai dato un bacio a stampo sulle labbra come quando avevo 3 anni e hai sussurrato : “È davvero impressionante quanto somigli a tua madre stasera. Sei anche più giovane e ancor più bella di quando l’ho conosciuta, ma sei identica”.
Io ho sentito qualcosa che non dovevo sentire. Forse non volevo sentire. Ricordo tutto quel che tu e la stronza dicevate scherzando sul vostro rapporto a letto e sul fatto di quanto lei da giovane ti faceva “sangue” e ti facesse eccitare col solo sguardo. Ti ho preso la mano. “Ti Porto via da qui. Fuori l'aria di Bari è calda, umida, buona.”
E tu barcollavi un po' ma mi stringevi al cinto abbracciandomi forte come se non volessi lasciarmi andare mai più. “Sembri lei anche quando ridi” , hai detto ancora. E io ho capito che non era solo il vino. Era il dolore. Hai svuotato entrambi i flûte in un attimo come chi non ha sete ma necessita di bere qualcosa di alcolico.
Ti ho portato verso il lungomare mentre la musica dietro di noi si spegneva lentamente e le luci dei lampioni prendevano il posto di quelle del pub. Tu mi guardavi con gli occhi lucidi, quasi emozionati, come se mi vedessi per la prima volta. E lì capii che per alcuni versi lo era. Non mi vedevi più come una bambina, come la ragazzina sedicenne e capricciosa che avevi lasciato mesi addietro ma come una donna. I tuoi occhi mi entravano dovunque. Nella scollatura, negli spacchi, tra le cosce. Ovunque. Ed io ti ho lasciato guardare. Perché pensavo volessi apprezzare quanto fossi cresciuta, quanto mi fossi “riempita” dove serve, quanto il Krav Maga mi avesse scolpito e definito. Poi abbiamo iniziato a camminare. E lì ho avuto il dubbio che forse non avevo capito. Li è iniziato a tutto.
Io avevo un vestitino nero molto corto e un cappottino di pelle troppo piccolo che mi lasciava le cosce nude. Volevo passeggiare con te per farti prendere aria e portarti alla festa. Ma qualcosa mi diceva che non saremmo tornati subito. Al primo food truck hai preso due birre “forte e ghiacciata” -come hai detto al paninaro- e una la hai scolata in tre secondi, prima ancora di pagarla. Eravamo ambigui: tu con la camicia sbottonata fino al terzo bottone io con i capelli sciolti che mi sbattevano sul collo. Finite le birre ti ho preso per braccio e abbiamo iniziato a passeggiare, come due fidanzatini. Le tue dita erano fredde per la birra e quando mi hai poggiato la mano sul fianco nudo, un brivido mi è corso lungo tutta la schiena. Da li avevamo camminato un bel po. In silenzio. Eppure avevo migliaia di domande da farti ma non riuscivo a parlare. Camminavamo piano e io avevo la testa poggiata sul tuo braccio. Poi guardandoti di lato, istintivamente ti ho detto “Mi piaci. Ti trovo bene fisicamente.”
Tu hai riso senza dire una parola e mi hai stretto la mano più forte. Poi passeggiando mi avevi portato in un angolo buio un po’ più in là, sotto alcuni pini marittimi. Mi hai solo guardata e mi sono sciolta. Non avevo ben capito. Non ho avuto modo né tempo di capire, che la tua lingua esplorava già il mio palato. Il primo bacio è stato lento, sentivo le tue labbra calde contro il freddo della mia bocca. La lingua che entrava piano come se avessimo avuto tutto il tempo del mondo. Mi avevi premuta contro l'albero e la corteccia mi graffiava le spalle, ma non mi importava. Poi… Le tue mani sono entrate sotto il cappotto, poi sul mio seno e poi dentro le mutandine a esplorare il mio culo. Mi avevi alzato una gamba, appoggiandola al tuo fianco, e mi ha infilato due dita dentro ed io ero già parecchio bagnata. Qui ho provato a chiederti ansimando :” non andiamo oltre, ok?” E tu mi avevi risposto “certamente cara. andiamo”. Anche se non era quello che volevo e non lo volevi nemmeno tu. Il tempo trascorso mentre mi hai portato fino alla tua macchina, parcheggiata dietro il lungomare era infinito. Io ero palesemente imbarazzata ma ancor più ero eccitata. Tu non hai detto una parola ma nei tuoi occhi leggevo solo lussuria e il tuo cazzo che entrava dovunque nel mio corpicino, mi stavi decisamente scopando con gli occhi. E mi hai fatta bagnare senza toccarmi. Senza dire una parola. “Aaaaaahhhh” mi è sfuggito mentre il nostro passo accelerava. Mi hai aperto la portiera invitandomi a entrare: “madame, prego”. Allora forse ho capito qualcosa. Madame era la “parola segreta”, il messaggio in codice con cui invitavi la stronza a sbrigare le sue cose e a mandarmi a letto perché dovevate scopare come dannati. Volevo arrabbiarmi ma mi sono bagnata di nuovo. Quel “madame” era stato un colpo di fucile. E mi sono accomodata in silenzio chiudendo la portiera. Ti sei girato di lato e hai tirato fuori un’opera degna di un’artista. Un bigolo di marmo da cui uscivano litri e litri di pioggia dorata. A un metro da me, chiusa in macchina come se stessi guardando il mio film preferito dal televisore. “AaaaaaAAAAAhhhhhhh”…. Ho sentito contrarre la figa ancora e stavolta sentivo chiaramente le sue pulsazioni. Meno di un minuto -il tempo che tu entrassi in macchina- e il retrovisore e tutti i vetri erano già appannati.
Sedendo al lato guida ti sei guardato intorno e hai riso di gusto. Poi la tua mano rapida ha catapultato il sedile e me contro il sedile posteriore e prima che mi rendessi conto di cosa fosse successo eri sopra di me che con due dita mi scopavi la figa. Dio. Guardarti così eccitato da due centimetri, era una sensazione irresistibile, mai provato nulla di più eccitante. Non riuscivo a chiederti di smettere. Dovevo. Ma non ce la facevo. Non volevo. Gemiti e strani versi erano l’unica cosa che faceva da contrasto al “ciak ciak” della mia figa sempre più allagata.
“Madame. Mi accorda il permesso di farla venire ripetutamente? Mi atterrò a tutte le sue istruzioni”…
Ancora quel “Madame” mi ha distrutto e prima che potessi muovere qualsiasi muscolo o dire qualcosa, le dita in figa erano tre, il pollice sul clitoride e il mignolo stuzzicava il buco del mio culo ormai oscenamente allagato da me stessa. “AAAAAAAAAAHHHHHHHHHH” ho quasi urlato mentre le pulsazioni spingevano altri umori fuori di me e avevo l’ennesimo orgasmo. “Ma non è che dovremmo fermarci?” Riuscii a sussurrare cercando invano di far ragionare sia te che me. “Madame ma cosa le prende? La bambina è sù che dorme e non ci siamo mai fermati a questo punto. Non è più possibile ormai. Forse le sono mancato così tanto che non si ricorda come si fa?”
La situazione si faceva più chiara e iniziavo a capire. Stavo per chiamarti “papà” ma le dita grondanti della mia figa e dei miei umori, ora esploravano la mia bocca in ogni millimetro. Volevo urlare ma ho preferito succhiare. Volevo morderle e rianimarti ma ho preferito farmi scopare la bocca con la tua mano. Poi la mano è nuovamente sparita dalla mia bocca lasciando il posto alla tua lingua golosa. Due dita ora sono nel mio culo e vanno dentro e fuori velocissime. Sto impazzendo. Non posso venire ancora… “UUuuuuuuuuuuuuh…”. Ho pensato non fosse possibile andare oltre ma senza che me ne rendessi conto, il tuo enorme cazzo è rientrato dentro di me piano piano, poi più forte, poi ancora, mentre tu baciandomi il collo e mordendomi la spalla, ti muovevi con un ritmo che non pensavo di poter reggere. E mentre io ti stringevo i capelli tra le dita, tu andavi fino in fondo. Aprendomi la carne che scottava fino a toccarmi l’utero. Poi ti fermavi mentre io inarcavo la schiena e gonfiavi la cappella dentro di me dandomi l’impressione che stessi sborrando e facendomi aumentare l’adrenalina. Poi uscivi quasi del tutto e ti fermavi qualche istante con dentro solo la cappella pulsante. Poi pian piano entravi fino a metà e poi fuori di nuovo. Solo la cappella. Poi piano di nuovo fino a metà. Poi fuori. Poi un colpo secco e profondo che sembrava strapparmi la figa infiammata in due, fino a urtare ancora sull’utero. “SIiiiiiiiiiiiiii. Vengoooooooo”. Finalmente mi sentivo libera di dirlo e ho avuto l’impressione di pisciarmi addosso e non riuscivo a fermarmi imbarazzatissima. “Mmmmmmhhhh” hai detto con espressione lussuriosa. “Sei carica stanotte Madame”. Era il mio primo squirt ed era stato pazzesco. Stavo godendo ripetutamente con mio padre e a questo punto la ragione aveva lasciato il posto alla lussuria. Avevo 18 anni da poche ore e se la nottata doveva essere ricordata per tutta la vita, ormai il danno era fatto. E allora… “Ora tocca a me se non le dispiace” ti ho detto è in due secondi ci siamo trovati capovolti. Sono scesa stretta tra i sedili e ti ho ingoiato tutto il cazzo. Ti mordicchiavo la cappella, lo succhiavo avidamente. Facevo tutto quello che tra amiche diciottenni ci si può raccontare ma dopo il mio primo squirt stavo facendo il mio primo pompino e non ci credevo ancora. E lo stavo facendo a te. “Madame cosa le prende stasera? Capisco che le sono mancato tanto e anche lei mi è mancata da morire, ma un pompino dopo anni ed anni non me lo aspettavo proprio…”. Mi hai sollevato di peso e mi hai impalato sul tuo cazzo che sembrava ancora più grande. Facevo fatica a tenerlo tutto. Ti ho cavalcato, forte, ho mosso il bacino come se stessi danzando e manco a dirlo, mi sono lasciata andare e ti ho inondato fino al petto mentre saltellando con tutta la violenza possibile urlavo “SIIIII GODO. GODO SIIIII”… e sfinita sono caduta su di te che invece non accennavi a mollare. Sono andata sul sedile di fianco sfatta. Appagata e distrutta. Il vestitino era completamente fradicio di sudore e umore e l’ho tirato via per dargli una sistemata. Ma anche qui, avrai travisato e dopo pochi secondi ero con la schiena poggiata sulla parte bassa del sedile lato guida e le gambe che toccavano il tetto mentre tu affogavi la testa tra le mie cosce e leccandomi mi infilavi dita e mani dovunque. Due ancora nel mio culo che ora, rilassato, le accoglieva meglio e allora sono diventate tre. “Sei davvero un porco schifoso” mi è uscito senza che lo volessi. “Lei dice Madame?”.
“Sì. Scopami, porco!” Mi è venuto ancora fuori.
Le tue mani sui fianchi mi tiravano verso di te e mi sono ritrovata con le mie ginocchia accanto alle orecchie, incastrata tra il sedile ed il tetto dell’auto. Aperta. Disponibile. Oscena. Ed era troppo tardi per evitare che sentire il mio culo vergine si aprisse come un tronchetto sotto un colpo d’ascia sotto la tua spinta, lenta ma incessante. Mi sentivo enormemente piena, come se il tuo cazzo mi arrivasse fino al collo passando dal culo. Spaccata, sporca, perversa, lurida, depravata. Ma soprattutto appagata ed eccitata. “Tutto qui, brutto porco? Mi stai facendo il solletico.” Ti ho detto in preda a una folle goduria e tu mi hai risposto decisamente meravigliato: “madame questo linguaggio non le appartiene. Cosa le è successo in questi anni? Non è che ha conosciuto altre persone e ha concesso il suo corpo ad altri?”
Sembravi davvero preoccupato ed arrabbiato e soprattutto deciso a vendicarti. “Madame questa non gliela posso proprio perdonare. Madame lei è una troia!”
Squirt. Ancora. “SIiiiiiiiiiiIIIIIIIUU. Uuuuuuuuuuuuurgh. Aaaaaaaahhhh. Brutto porco bastardo perverso, spaccami il culo. Spacca il culo a questa troia.”
La foga e la forza con cui mi prendevi non si può raccontare ma sembravi un avversario sul ring che in preda a un raptus di rabbia volesse più farmi male che vincere il duello. Le tue palle sbattevano violentemente sul mio coccige, le gambe erano sempre più spalancate e io sempre più piegata in due. Stavo provando una quantità è una qualità di piacere che non avrei mai nemmeno immaginato di poter provare. E la stavo provando con te. Che incessantemente mi sfondavi. E la carne mi bruciava Mi lasciai andare completamente alla lussuria. “Dai paparino. Godo. Scopa questa troietta. La TUA troia. Fammi godere ancora. Su paparino.”
Somigliavo a te in quel momento, con gli occhi strabuzzati e la voce roca e lussuriosa. Solo che io non ero brilla. Ero vogliosa. Perversa. Il mio amato papà mi stava piegando in due e affondando dei colpi di cazzo nel mio culo come è peggio di un film porno. Mi stavi scopando come una delle peggiori troie del lungomare buio di Bari, quelle dove andavi quando la “stronza” aveva deciso di mandarti via di casa. E mi piaceva. Tanto. E urlavo ancora. “Chiamami troia paparino. Ti piace quanto sono troia?”
E tu non perdevi un colpo. Mentre mi schiacciavi su me stessa, uscisti di colpo dal mio culo regalandomi l’ennesimo orgasmo. Ormai non li contavo più. Sentii solo che con un colpo secco affondasti nella mia figa mentre ero aperta e disponibile in modo osceno. Sentivo ogni vena di quel cazzo enorme gonfiarsi dentro di me. Poi, forse la posizione, forse la stanchezza, forse la goduria, mi avranno tolto i sensi e tu non te ne sei accorto. Pompavi. Forte. A fondo. Ricordo solo la sensazione. Il calore che mi pervadeva tutto il ventre. Tu che mi hai mollato le gambe e forse l’ossigeno mi ha ridato i sensi. Una soddisfazione mai sentita. Appagata. Piena. Ancora. Alzandomi ti guardai in faccia e notai che era stravolta. Eri un’altra persona. E io sentivo gocciolarmi tra le gambe ma stavolta non ero stata io. Non solo io per lo meno. Ti sei portato una mano alle labbra disperato mentre io cercavo di mettermi comoda. Eri completamente nudo e un rivolo di sborra gocciolava dal tuo cazzone.
“Che cazzo ho combinato porca troia…???” Hai detto quasi piangendo.
E io ti ho detto per la prima volta “Si papà. Porca e troia. La tua troia. Da oggi e per sempre. Ti amo”.
E abbassandomi con la bocca a pulire il tuo glorioso membro, ti ho passato una mano sulla guancia accarezzandoti.
“Ti amo paparino….”
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