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Sorella puttanella scopre il fratello bull…


di nonerocapace
30.09.2025    |    6.511    |    5 9.7
"Le pulsazioni del tuo cazzo venoso nella mia bocca mi portavano vicina a un nuovo orgasmo, ma tu non cedevi..."
Era il 28 luglio. Un pomeriggio afoso nel sud della Puglia. Il sole, filtrando dalle persiane socchiuse, lasciava strisce di luce sulle piastrelle roventi. I nostri genitori erano in spiaggia da ore con amici, parenti, la zia e lo zio Marco, a fare lunghe immersioni, bere birra fresca e granite, lamentandosi del vento. Io ero rimasta in casa, dicendoti che avevo fatto troppo tardi e avevo bisogno di riposarmi. “Andate, arrivo per il pranzo,” avevo promesso. Ma in realtà avevo tutt’altra intenzione. Ero crollata fino alle due del pomeriggio, con la testa pesante e il culo dolorante.
Sì, la notte era stata molto movimentata. Dentro e fuori… di me. Aprii gli occhi: silenzio assoluto. Sono tutti ancora fuori, pensai. Potevo mettere in opera i miei piani. Mi alzai, completamente nuda, il corpo ancora umido di sudore. Presi il telefono e chiamai “zio” Marco, l’amico di famiglia che alloggiava due villette più in là. Era così intimo dei nostri che io e te, Joe, lo chiamavamo zio. Sua moglie, zia Gianna, era in spiaggia con gli altri.
Marco rispose al secondo squillo. “Sai che sono ancora distrutta?” gli dissi, sdraiandomi sul letto a gambe oscenamente spalancate. “Mi hai spaccato il culo ieri sera e mi hai fatto davvero male, te ne rendi conto? E 500 euro sono stati davvero troppo pochi, brutto zietto porco e bastardo. Se devo aspettarti qui adesso, me ne devi dare almeno 800.”
Lui rise mentre puntavo lo schermo del telefono sul mio sesso oscenamente aperto. Per stuzzicarlo, mi infilai una zucchina fredda presa dal frigorifero. La facevo entrare e uscire lentamente, gemendo maliziosamente. “Portami quei soldi e farai di me quel che vuoi,” continuai. “Altrimenti mi rivesto, raggiungo gli altri al mare e non saprai mai quanto sono meglio su un letto che in un parcheggio, tirchio bastardo.”
Nella stanza riecheggiava solo il nostro dialogo: io, che come una professionista giocavo con la zucchina per eccitare lo zietto, e lui che non parlava ma si masturbava golosamente. Non c’era nessun altro rumore, se non quello della mia figa che grondava intorno a quell’ortaggio. Solo silenzio. Non sentii i tuoi passi. Non sentii il tuo respiro fuori dalla porta.
Tu, mio fratello di 18 anni, con brufoli e occhi verdi troppo curiosi, eri tornato perché avevi dimenticato il cellulare. Entrasti piano, come un ladro, per non svegliarmi, ma i rumori molesti ti spinsero verso la mia stanza. Socchiudesti la porta, giusto lo spazio per infilarci un occhio. Quando sentii una notifica – un ping secco come un colpo di pistola – e vidi la luce del tuo telefono accendersi, era troppo tardi. Stavi riprendendo, chissà da quanto.
Zio Marco chiuse subito la telefonata. Io tirai via la zucchina, che cadde per terra inzuppando il pavimento dei miei fluidi. Tu non muovesti un muscolo. Alzasti il telefono, mostrandomi lo schermo mentre scrollavi: io spalancata, io che dicevo “500 euro”, io che gemevo, zio Marco, la zucchina che entrava e usciva lenta. Foto. Video. Audio. Tutto quello che serviva per compromettere me, la famiglia di Marco e farmi punire da papà per mesi.
La tua voce da ragazzino fu fin troppo bassa e roca, come un ultrasuono che mi stordì: “Racconterò tutto. A mamma. A papà. Alla moglie di zio Marco. A tutti.”
Mi alzai, nuda, con il cuore che mi martellava fra le tette. Mi avvicinai lentamente. “Non puoi,” dissi.
“Posso,” rispondesti. “A meno che…” lasciasti la frase sospesa.
Capii. Sapevo cosa volevi. E lo odiavo – odiavo che lo volessi anch’io. Ti feci un cenno. “Se ti faccio venire sulle mie tette, cancelli tutto, vero? Non dici niente? Non sei capace di farlo?”
Non ti muovesti. Ero quasi spaventata. Ti avevo sempre visto come il mio tenero fratellino verginello da coccolare e proteggere. Ora mi facevi paura. Sembravi un fottuto porco che si scoperebbe anche la sorella. E quella cosa mi faceva bagnare da morire. Sfiorandoti il braccio per provare a prenderti il telefono, ebbi una scossa e mi allagai davanti a te. Le gambe mi cedettero. Forse la zucchina era davvero troppo grande. O forse eri tu.
“Allora togliti il costume,” dissi. “E puntami quella telecamera in faccia. Voglio guardarmi mentre lo faccio.”
La tua risposta mi lasciò basita. Uno sputo pieno, tra l’occhio e la guancia. La tua saliva, che sapeva di sale, mi gocciolava in faccia. “Non scopo con le puttane,” dicesti. Un altro sputo, vicino al primo. Non mi pulii. Avevo sette anni più di te, sbarbatello, e avrei potuto distruggerti, ma la mia figa era in fiamme. Uscii la lingua e leccai tutta la tua saliva che riuscii a raccogliere. Poi, con un dito, presi il resto e me lo infilai in bocca.
“Mi fai schifo, puttana,” rincarasti. Uno schiaffo secco risuonò quando il tuo palmo caldo si avventò sulla mia guancia umida. Non vidi il gesto, speranzosa e curiosa di vedere se il tuo membro provasse qualcosa a tre centimetri da me. Appena sentii il dolore di quello schiaffo violento, tornai in me e ti guardai con occhi infuocati. Ma anche quella violenza mi aveva provocato brividi.
“Vuoi fare il violento con tua sorella?” dissi, provocatoria. “Se vuoi schiaffeggiare una donna, dovresti provare sulle chiappe, pivello.”
Forse perché ti rendesti conto di avermi lasciato un segno, o di avermi colpita troppo forte, cercasti di scusarti in modo maldestro. Ma quando mi girai di spalle, offrendo il mio culo nudo e ribadendo che avresti potuto schiaffeggiarmi lì, tornasti a fare il moralista. “Tanti miei amici dicevano che avevo una sorella troia, ma non gli ho mai creduto. Con uno mi sono anche azzuffato,” dicesti. “Che fossi troia, potevo accettarlo. Ma che non avessi un’etica, non l’avrei mai immaginato.”
Le tue parole accusatorie non mi fecero effetto. Sapevo di essere una troia. Amavo farmi scopare e, soprattutto, farmi pagare. La mia prima macchina, i vestiti firmati, i prodotti costosi per la cura del corpo: tutto frutto di meravigliose scopate. Più alto era il rischio di rovinare rapporti e famiglie, più alta era l’eccitazione. E la tariffa. A un cugino grasso e brutto avevo chiesto 50 euro per un semplice pompino. Non era solo per i soldi. Amavo usare e abusare del cazzo, non importava di chi fosse. L’importante era che fosse mio.
In quel momento, le tue parole non mi scalfirono. Ero ancora a novanta gradi, col culo puntato verso di te, che chiedeva di essere schiaffeggiato e posseduto. Solo un trillo del telefono mi riportò alla realtà. Tu fosti più veloce, afferrasti il cellulare e apristi il messaggio di Marco, che chiedeva se fosse tutto ok. Ero paralizzata, preoccupata, spaventata, ma soprattutto eccitatissima. Stava per cominciare un gioco perverso che mi faceva perdere le staffe.
“Guarda anche i video e i messaggi audio che ci mandiamo,” ti dissi. “Mi piace scopare, essere presa e trattata come una puttana. E come una puttana di lusso mi faccio pagare. Tanto. Credi che raccontare tutto e sfasciare due famiglie mi farà smettere? Dimmi cosa vuoi per cancellare il video e finiamola qui, brutto stronzo.”
La tua mancanza di reazione mi dava la pelle d’oca. Mi inturgidiva i capezzoli e mi lasciava perplessa. Decisi di affrontarti da vicino. Con aria seducente, mi avvicinai minacciosa, ti tolsi il telefono di mano e ti feci arretrare fino al bordo del letto. Provai a spingerti, senza successo. Mi afferrasti il polso con la tua mano piccola ma possente e mi colpisti di nuovo in viso. Poi sputasti ancora. “Sei una troia perversa. I miei amici hanno ragione. Mi pagherai 1000 euro al mese, o i video finiranno sui social. Non solo gli interessati, ma tutto il mondo vedrà quanto sei puttana. E nessuno ti darà più un euro.”
Mi sentivo strana. Ricattata. Privata della libertà di essere ciò che ero. Ma mi sentivo ancora più puttana. Prima scopavo per piacere e soldi; ora quel piccolo bastardo mi costringeva a farlo per lavoro. 1000 euro non erano pochi. Significava farsi il culo, in tutti i sensi. Giocai l’ultima carta. “Solo se sarai anche tu un cliente. Senza sconto. Tariffe uguali agli altri e pagamento anticipato.”
Il tuo sguardo cambiò improvvisamente. “Ho una sorella sgualdrina e devo pagare per scoparmela? Devo pagare per stare zitto? Non so nemmeno se mi piaci…”
“Solo questa volta sarà omaggio,” risposi. “A patto che registri tutto col mio telefono. Così, se fai lo stronzo, ti denuncio per stupro. Ma sono certa che spenderai più di quel che ti darò.”
Riuscii a spingerti sul letto. Quel che si intravedeva nel costume gonfio sembrava un mostro. La punta della cappella spuntava dall’elastico. Ti infilai due dita in bocca, come se volessi scopargliela, e scesero giù. La tua saliva, che prima mi aveva umiliata, ora era un fluido d’amore potentissimo. Con la tua stessa saliva grondante, ti aprii il prepuzio e iniziai a massaggiare sotto il glande, pizzicando e scorrendo. Sentii due scossoni sotto le dita: sembrava dovesse esplodere.
Chiudesti gli occhi, in estasi. Con un colpo secco ti abbassai il costume. Apparve un cazzo mai visto: enorme, lungo, bitorzoluto, di diametro impressionante. “Non voglio,” provasti ad accennare. Ma la mia figa in fiamme non mi lasciava scampo. Come un’acrobata, mi rigirai, sparandoti la figa a un centimetro dalla bocca, senza reazione da parte tua.
Io, con quel tubo di carne davanti agli occhi, spalancai la bocca e provai a farlo sparire. Era impressionante. Riuscivo a malapena ad arrivare a metà, e sentivo le sue pulsazioni, come se fosse un corpo vivo estraneo a te. Mi piaceva troppo. La bocca era in fiamme, la foga pure. Volevo farmelo arrivare alle tonsille, volevo che mi sparasse litri di sborra fino allo stomaco. Accelerai, andando sempre più a fondo, sempre più veloce.
“Mmmmhhh, brutta troia bastarda, noooo!” urlasti, sputandomi e centrando il mio buco del culo. La tua saliva scese verso la figa, e quella sensazione di caldo e bagnato mi stese. Ebbi un orgasmo pazzesco quando mi spalancasti e mordicchiasti il clitoride.
Stavo impazzendo. La tua lingua era un vortice. Quel piccolo stronzo brufoloso si era informato o aveva avuto maestri. Non mi avevano mai leccata così. Girava intorno al clitoride, lo pizzicava, infilava prima due, poi tre dita, spingendo sul punto G. Stavo per venire di nuovo, ma ti fermasti.
In una frazione di secondo, ti alzasti in piedi. Io mi ritrovai a testa in giù, col tuo mostro in gola e le ginocchia sulle tue spalle. Iniziasti a fare versi e mugolii strani, come posseduto da un demone della lussuria. Mi tenevi abbracciata e sospesa con una mano, e il tuo bacino si muoveva violentemente. Mi stavi deflagrando la bocca. Respiravo a fatica, la tua nerchia spingeva sulle tonsille. Avevo paura di vomitare, sbrodolavo dappertutto, e quel demonio mi scopava la bocca come nelle mie fantasie più recondite.
Provai invano a farti capire che non ce la facevo più, ma faticavo a trovare equilibrio. Posai una mano per terra, ma sentii un violentissimo schiaffo sulla chiappa. “Non ti permettere di fermarti, puttana,” dicesti. Ero in un’estasi mai provata. Volevo fermarmi, ma non ci riuscivo. Continuavi a schiaffeggiare lo stesso punto, a chiamarmi puttana, a offendermi. E mi piaceva, oltre ogni immaginazione.
Dovevo farti venire. Era il premio per te e per me, che me lo stavo guadagnando. Ma non mollavi. Le pulsazioni del tuo cazzo venoso nella mia bocca mi portavano vicina a un nuovo orgasmo, ma tu non cedevi. Poi, l’apoteosi. La tua mano smise di picchiarmi, i gemiti cambiarono, e la tua voce roca esclamò: “Ora godi, sgualdrina!”
Non mi resi conto subito di cosa stesse succedendo, perché il primo squirt della mia vita mi travolse. Ma un secondo dopo sentii un misto di piacere e dolore dal mio culo. La zucchina che avevo usato prima con Marco era abbondantemente dentro di me. Riempii la tua faccia del mio squirt, che ricadde su di me. Ero stravolta, esausta.
Mi lasciai andare sul pavimento, succhiando quel bastone di carne. Cercai una posizione meno scomoda. Non feci in tempo a raddrizzarmi che una quantità infinita di sborra bollente cadde a pioggia su di me. Faccia, bocca, capelli: la sentivo dappertutto. Una mano minuta ma potentissima mi prese dai capelli, sollevandomi all’altezza del tuo cazzo, che forzò di nuovo la mia bocca. “Ingoia, puttana, e pulisci fino all’ultima goccia,” ordinasti.
Due o tre fiotti scesero lungo il mio esofago. Mi faceva male la mascella, il culo, la chiappa. Lacrimavo. Ero fradicia di un altro sputo in faccia, coperta di sborra e del mio squirt. Mi sentivo abusata, violentata, depravata… puttana.
“Fratellino,” sussurrai. “Ti prego. Scopami.”
Fine Parte 1 – Cosa succederà ora? Commentate se volete la Parte 2!
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