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Gay & Bisex

Andrea alla fine del tunnel


di allthom
30.07.2025    |    116    |    0 6.0
"Ci fu un momento di stasi quasi impercettibile, di sorpresa, sua e mia, di adeguarsi a vicenda alla nuova posizione, alla nuova situazione, fu un attimo, i nostri occhi si incrociarono, ci..."
[Disclaimer, racconto lungo, forse avrei potuto spezzarlo in due parti, ma dentro c'è un pezzo rilevante della mia vita, e alla fine ho preferito lasciarlo così]

Sono le quattro del pomeriggio di mercoledì 28 maggio e sono seduto alla scrivania di casa, sto scrivendo l’ennesima comparsa in giudizio, questa volta la causa è un po’ più complicata del solito, ho iniziato a scrivere ieri sera verso mezzanotte, un breve sonnellino e un caffè verso le sei del mattino e sto continuando a scrivere ininterrottamente da allora, ho completamente perso la cognizione del tempo quando il telefono squilla per un messaggio ricevuto.

“Ciao caro, venerdì e sabato sono solo a Roma, Laura accompagna i genitori a riaprire la casa al mare a Tortoreto, io non vado perchè domenica mattina sono di turno in ospedale, riusciamo a vederci? Cinemino, pizzetta e ciulatina? Come stai messo? 😘”

Questo suo atteggiamento mi fa incazzare come poche cose, sono tre mesi che non ci sentiamo, lui sa che non mi piace il triangolo e mi infastidisce oltremodo il suo atteggiamento da fedifrago, tuttavia non riesco neanche ad ignorarlo completamente, in fondo è anche grazie a lui se sono tornato a vivere dopo aver perso Guido.

Guido se n’è andato nel 2020 poco prima dello scoppio di quell’inferno chiamato pandemia, tre giorni prima che fosse dichiarato il primo lockdown, ci ho messo poi tre mesi a recuperare le sue ceneri per spargerle dove voleva lui.

Sedici anni di vita vissuta assieme, progetti ideati e realizzati, sogni vissuti, poi una malattia bastarda e nel giro di un anno era tutto finito.

Il lockdown è stato il colpo di grazia, ho avuto troppo tempo per stare con me stesso senza di lui, il rumore della gente era lontano, ma a capire cosa fosse successo, come affrontare da lì in poi la mia vita, strutturare la mia nuova esistenza senza quella persona che era stato il pilastro della precedente non ci riuscivo.

Arrivò l’estate ed in giro c’era una voglia di ricominciare a vivere che ancora stonava con il mio umore generale, io ero finito in un buco nero, in apnea.

Si gli amici e la famiglia c’erano intorno ma lui mi mancava come un arto, come un pezzo di me. Ogni angolo di casa nostra, ogni arredo, ogni pianta del giardino mi ricordava Guido e io non volevo perdere il pensiero di lui, non volevo lasciarlo andare e continuavo a scavare e ad affondare in un posto profondo e buio rinunciando a vivere.

Mi salvarono le telefonate quotidiane di mia sorella e di due cari amici, che lentamente riuscirono a farmi risalire dal pozzo in cui ero caduto.

Mia sorella mi portò a vivere a casa sua e mi affidò anche alle cure di un suo amico psicologo.

L’elaborazione del lutto si prese due anni, in cui passai dallo stato di larva a quello di automa e solo dopo molto, tornai ad essere una persona capace di sentire, di provare qualcosa. Di nuovo umano..

In una di quelle sedute, un pomeriggio invernale del 2021 Francesco, il mio psicologo, introdusse per la prima volta un tema che fino a quel momento avevamo evitato: la compagnia. I sentimenti. E, perché no? Il sesso.

Non era arrivato forse il tempo di tornare a frequentare altre persone al di fuori della cerchia familiare? Per quanto tempo potevo ancora rimanere da solo? Che paura avevo nel tornare ad aprirmi al resto del mondo?

La verità pura e semplice è che mi sentivo solo e stanco, solo un uomo bisex, più gay che altro, di mezza età, di quasi 50 anni, che aveva vissuto la storia d’amore della sua vita e che l’aveva perso l’amore e non sapeva neanche dove cominciare per rimettersi in pista.

C’erano gli amici, certo. E gli amici degli amici. Ogni tanto una cena, una festa. Ma non brillavo né per carisma né per presenza scenica. Le occasioni per scopare, se proprio le avessi cercate forse non sarebbero mancate. Ma la verità è che non ne avevo voglia.

Fu un ritorno alla vita lento, graduale. Francesco, con una pazienza quasi disarmante, continuava a ricordarmi che ricominciare a vivere non significava tradire il ricordo di Guido. Non si trattava di sostituirlo. Si trattava di dare spazio a me. A quello che ero diventato. A quello che avevo ancora da dare.

La mia famiglia, dal canto suo, non mollava mai.

Mia sorella mi faceva sentire utile anche nei giorni in cui non riuscivo ad alzarmi dal letto.

Mio cognato mi coinvolgeva in cose pratiche come la spesa per il pranzo della domenica, il giardino da sistemare, piccole manutenzioni.

Come se avesse capito che tenere le mani occupate a volte serviva più di mille parole.

E poi c’era lei. Sofia. La figlia di mia sorella. Diciotto anni, occhi brillanti, voce che saltava di tono ogni tre frasi, e una leggerezza che sembrava arrivare da un pianeta diverso dal mio.

Un pomeriggio, subito dopo pranzo, la trovai seduta al tavolo della cucina con il mio telefono in mano.
— “Zio, scusa, ma il tuo profilo Instagram fa piangere. E anche WhatsApp, tra l’altro. Foto di panorami montani e marini e citazioni di canzoni sconosciute ai più? Ma ti vuoi far venire a cercare dalla tristezza?”
— “È che non ho molto da mostrare ultimamente…”
— “Appunto. Serve una svolta.”

E la svolta, secondo lei aveva il nome di una famosa app di incontri.
— “Aspetta. Mi stai creando un profilo?”
— “Ma sì, zio. Ti rilassi un po’, scambi due parole, magari ti fai offrire un caffè. E se proprio qualcuno ti ispira, beh… lo capisci da solo.”
— “Io non so nemmeno come funziona.”
— “Meglio. Così ti ci butti senza troppe aspettative.”

Mi fece una foto decente (al quinto o sesto scatto e con l’utilizzo di diversi filtri), aggiunse una bio semplice: “Quasi 50 anni, non ne dimostro troppi, bsx, single, ironico. Cerco compagnia vera. Se ci scappa un sorriso, meglio. Se ci scappa di più, lo valuteremo insieme. 😎❤️”

Quando finalmente ebbi di nuovo il telefono in mano, mi sentii come un adolescente spaesato. L’interfaccia era un susseguirsi di volti, torsoli, foto senza testa, e messaggi senza preamboli. Un caos colorato e diretto, che per uno abituato ai silenzi dell’elaborazione del lutto era un piccolo shock termico.

Ma… mi accorsi che non provavo rigetto. Solo sorpresa. Curiosità. E sì, anche un pizzico di voglia di esserci.

Forse era un buon segno.

Una mattina molto sul presto, leggevo la rassegna stampa sul tablet e arrivò un messaggio.

[05:16:03] Hey, buongiorno. Scusa l’ora, sono già in piedi per lavoro 🙈
Sei sveglio o ti ho svegliato?
[05:18:08] Sveglio da un po’. Cosa cerchi in chat a quest’ora?
[05:18:29] Qualcuno che valga la pena di conoscere e magari con cui divertirsi e rilassarsi assieme magari scopando oppure partendo soft.
[05:18:32] Anni tu? io 49. Sei gay o bsx? Single o impegnato?
[05:18:40] 36, bsx credo, fidanzato
[05:18:53] Tu esperto? Sei a o p o v?
[05:19:53] Abbastanza
[05:20:02] Versatile
[05:20:10] Mmmm
[05:20:23] Io 180, 77 moro pochi peli sportivo
[05:20:35] Culetto piccolo liscio strettissimo vergine
[05:20:46] Prime esperienze?
[05:20:55] No fatto preliminari pompe soft, lingua e baci
[05:21:00] Ok
[05:21:09] 181x78, fisico normale, barba e baffi, peloso, normodotato
[05:28:58] Vuoi vivere esperienza completa?
[05:29:16] Si
[05:29:27] Senza correre però non voglio solo sesso
[05:33:08] Ok, siamo in sintonia su questo
[05:37:07] Mi interessi sei tranquillo non corri
[05:37:23] Ami baciare?
[05:38:00] Si, adoro preliminari e baci. Esplorare con la lingua il mio partner
[05:38:09] Incularlo ovviamente
[05:38:15] Scemotto
[05:38:30] Eh beh
[05:39:15] E guarda che non sono dotato come mandingo
[05:39:31] C'è chi vuole solo misure XXXL
[05:39:36] Meglio
[05:39:47] Io cerco una persona
[05:39:57] Dolce e a modo
[05:40:03] Non importa grande
[05:40:06] Anzi
[05:40:15] Importante sappia coinvolgermi ed aiutarmi a capire
[05:41:49] Vuoi chiedermi qualcosa?
[05:42:07] Come mai questa scoperta tardiva?
[05:42:20] Successo per caso
[05:42:33] Cioè?
[05:42:34] Sinceramente succedeva che guardavo
[05:42:38] I maschi
[05:42:55] O film porno gay e diventava duro
[05:43:02] Però una sera
[05:43:08] In un locale
[05:43:21] Successo qualcosa, un incontro
[05:43:42] Che locale?
[05:44:05] Normale
[05:44:13] Bevevo birra stanco
[05:44:15] Solo
[05:44:27] Poi un signore
[05:44:36] Si è messo vicino
[05:44:43] Parlavamo
[05:44:57] Sinceramente non pensavo in quel momento
[05:45:04] al sesso
[05:45:19] Per lui mi ha invitato da lui
[05:45:34] Li con film porno altra birra
[05:45:41] Ci siamo pompati a vicenda
[05:45:56] E’ stato bello
[05:46:02] E hai capito che ti piace il cazzo
[05:46:09] Esatto
[05:46:16] Ero e sono fidanzato con donna
[05:46:21] Vorrei capire
[05:46:38] Beh almeno provi ad essere onesto
[05:46:43] Certo
[05:46:45] Dai
[05:47:05] Io mi chiamo Thomas cmq
[05:47:13] Io Andrea
[05:47:17] Bel.none
[05:47:24] Grazie, anche il tuo mi piace
[05:47:32] Come mai single tu
[05:47:46] Sono vedovo in realtà
[05:47:53] Ok scusami
[05:48:00] Nessun problema
[05:48:15] Vuoi sinceramente un amico
[05:48:21] È successo un po' di tempo fa oramai
[05:48:26] Senza problemi
[05:48:31] Ok
[05:48:35] Mi dispiace
[05:48:42] Grazie
[05:49:13] Eri già bsx
[05:49:19] Si
[05:49:23] Ok
[05:49:40] Io cerco uno serio che mi aiuti anche a comprendere
[05:49:44] Prima esperienza con una donna a 16 anni, con un uomo a 19
[05:49:52] Pulito riservato
[05:49:58] Dai
[05:50:11] Allora scusami sei navigato
[05:50:20] Solo durante il matrimonio sono stato monogamo
[05:50:25] Ok
[05:50:28] Bravo

Andrea non era il mio tipo.

Non fisicamente, ma per ciò che rappresentava: un uomo in fase di scoperta, che non sapeva ancora da che parte stesse il cuore, il cazzo, il culo e la testa. Era un etero-curioso, categoria che avevo imparato a evitare: troppo complicata, troppo ambigua, troppo spesso portatrice di aspettative confuse e drammi in potenza.

Aveva quel modo di scrivere un po’ insicuro ma gentile di chi chiede il permesso anche per dire “buongiorno” e io non volevo essere il “primo esperimento” o la nave scuola di alcuno.

Così, dopo il primo scambio, glielo scrissi chiaramente.
[05:58:25] Ti ringrazio dell’interessamento, sei stato cortese. Ma cerco qualcosa di diverso
[06:00:00] Ok Capisco. Grazie comunque per la sincerità. Spero tu trovi quello che cerchi.

Pensavo fosse finita lì. E invece no.

Il giorno dopo, alle 6:00 in punto, mi arrivò un messaggio.
[06:00:00] Buongiorno. Non ti scrivo per insistere. Solo per augurarti una buona giornata. E perché, non so… mi fa piacere.
[11:58:25] Grazie, anche a te
il giorno dopo, un altro messaggio. Diverso.
[06:35:00] Sai che ho scoperto oggi che gufo reale non è solo un’espressione da cartone animato? Ne ho visto uno per caso, enorme. Bellissimo. Mi sembrava un segno.
[12:22:47] Un segno di cosa?
[12:22:58] Che bisogna iniziare a guardare le cose da più in alto, forse.

Iniziai a sorridere, mio malgrado

Ogni mattina arrivava un messaggio. Sempre verso la stessa ora.

Non era invadente. Non faceva avances. Non chiedeva foto, non proponeva sesso, non recitava il copione del maschio represso in cerca di carne. Scriveva cose assurde, piccole, a volte poetiche, a volte grottesche. Mi parlava dei suoi turni in pronto soccorso, del cane che aveva paura dell’aspirapolvere, un commento sulla partita della Roma, e scempiaggini del genere.

Mai insistente. Mai lamentoso. Solo… presente.

E io, giorno dopo giorno, iniziai a rispondere sempre più puntuale. Un po’ alla volta. Una battuta, una domanda, un pezzo in più di conversazione.

Dopo circa venti giorni, un lunedì si decise a scrivere:
[05:48:22] Ti va un caffè? Nessuna aspettativa. Solo io, tu, e due tazzine.
[06:15:23] Va bene
[06:15:49] Davvero?
[06:16:08] Si ma scelgo io il posto, vicino casa mia, almeno non devo stare appresso ai tuoi turni sballati, dopodomani alle nove e mezza al bar di Via Taranto di fronte alle poste.
[06:16:09] ok ma prima di venerdì non posso.
[06:16:12] Aggiudicato venerdì mattina, fatti un calendar.

Non me ne accorsi subito.

Fu qualcosa di graduale nel resto della giornata e dei giorni seguenti.

Come quando il corpo guarisce da una lunga malattia senza avvisare. Ti svegli e all’improvviso respiri meglio.

La sera prima dell’appuntamento, stavo scorrendo l’armadio per cercare una camicia stirata. Lo facevo con quel misto di fastidio e attenzione che si riserva alle cose importanti che si fingono banali. Ne provai tre. Una era troppo larga ed era di Guido, una mi tirava sul petto. La terza era di lino celeste, con le maniche appena risvoltate. Mi stava bene. Anzi, meglio di quanto ricordassi.

Mi guardai allo specchio. Niente di eccezionale, ma… mi ci vedevo dentro. Mi accorsi che sorridevo. Senza motivo apparente. Però…d’impulso, uscì. Erano quasi le sette di sera. Il negozio di barbiere sotto casa stava chiudendo.
— “Dai, sono solo dieci minuti,” dissi, con un tono che cercava di non implorare.
— “Ti do un’occhiata veloce, ma niente shampoo.”
— “Giuro che non mi lamento.”

Mi fece un taglio corto, pulito, con un accenno di ordine che mancava da mesi.

Mi guardai nel riflesso finale. Non ero ringiovanito, non ero trasformato.

Ma avevo fatto qualcosa per me. E questo, in sé, bastava.

Arrivò il venerdì mattina, mi svegliai prima della sveglia e mi trovai pronto per andare al bar, a 200 metri dal portone di casa mia, con mezz’ora di anticipo.

Lui invece arrivò con dieci minuti di ritardo. Lo vidi da lontano: camminava con passo pesante, spalle leggermente curve, zaino molle in spalla, i capelli spettinati da una notte lunga in pronto soccorso.

Aveva le occhiaie profonde e la camicia un po’ sgualcita sotto il giubbotto leggero.

Ma sorrideva.

E quando mi vide, alzò la mano e sorrise ancora di più.
— “Scusa il look da reduce. Turno di notte. Tre codici rossi e una rissa in astanteria. Ho dormito mezz’ora, forse. Ho avuto giusto il tempo di lavarmi ma non potevo non venire.”

Mi alzai in piedi per stringergli la mano, e lui me la prese con entrambe, come se temesse che potessi scappare.
— “Grazie per esserci allora” gli dissi, senza pensarci troppo.
— “No. Grazie a te per aver detto sì. È la cosa più bella che mi sia successa questa settimana.”

Ci sedemmo. Ordinammo i nostri caffè e cornetti e cominciammo a parlare. Andrea mi raccontò frammenti del suo turno, della donna anziana in codice rosso arrivata guidando da sola l’auto e della rissa che avevano a stento sedato.

Io gli parlai della giornata che mi attendeva, di una causa legale troppo lunga, di un cliente ossessivo e di come stessi quasi sempre in smart da casa.

Il tempo, tra un sorso e una battuta, iniziò a passare più velocemente, troppo. Non c’era tensione, né aspettativa. Solo due uomini, due amici, che chiacchierano piacevolmente con due caffè. E i rari momenti di silenzio non facevano paura, non creavano imbarazzo ma permettevano di assaporare meglio il momento.

Parlammo per quasi due ore. Il tempo si piegava, correva veloce, nei suoi racconti a metà e nelle mie risposte che prendevano coraggio man mano che le pronunciavo.

Andrea parlava come uno che ha imparato a trattenersi per educazione, ma che ora si sentiva libero di lasciarsi un po’ andare. Mi raccontò della fidanzata, di queste sue scoperte su se stesso, io gli parlai di Guido, non nei dettagli dolorosi, ma nel modo in cui si parla di una cosa che non è più presente, ma continua a esistere.

Il cameriere ci aveva già lanciato un paio di sguardi di sbieco, il bar si stava riempiendo per l’ora di pranzo, e noi eravamo lì, fermi, da troppo. Finché si avvicinò con un sorriso di circostanza e disse:
— “Ragazzi, se volete vi porto due spritz, così facciamo che passate direttamente all’aperitivo.”

Il tono era gentile, ma il messaggio era chiaro: avevamo occupato il tavolo troppo a lungo.

Sentii una fitta secca, quasi come una puntura di fastidio sotto la pelle, per chi interrompeva quel momento piacevole che stavo vivendo dopo tanto tempo. Andrea cercò di rispondere con un sorriso, ma io mi alzai prima che potesse dire qualcosa.
— “No grazie, stavamo andando via,” dissi, con tono piatto, cortese e perentorio.

Andrea si alzò subito dopo. Esitando mi guardò negli occhi, un attimo. Non disse nulla, ma si capiva che anche lui l’aveva percepito quello sgarbo sottile, quella sensazione di essere di troppo. In due, uomini, seduti a lungo a parlare. E però si dispiaceva che la mattina fosse finita così per colpa di un barista impiccione.

Uscimmo dal locale. Fuori l’aria era tiepida, la strada quasi vuota. Ci fermammo sotto casa mia. E mi venne spontaneo:
— “Ti va di salire? Solo per continuare a chiacchierare. Tranquilli. Non farti strane idee, eh.”

Lo dissi quasi in fretta, con un tono di voce strozzato dall’emozione, in fondo mi rendevo conto di avere voglia di prolungare quella presenza, di non chiudere ancora la parentesi di quella bella mattinata.

Andrea mi guardò con gli occhi un po’ lucidi, forse per la stanchezza.
— “Accetto. Ma giuro che mi siedo composto. E niente mani lunghe.”

Sorrisi. E salimmo.

Entrammo in casa, Andrea guardava in giro con attenzione, ma senza invadenza. Il soggiorno era ordinato, pieno di libri, piante e dischi e cd.
— “Posso?” chiese, indicando i dischi.
— “Certo. Guarda pure.”

Li sfogliò lentamente, poi sorrise quando tirò fuori un vecchio album dei REM: Document.
— “Questo lo ascoltava mio fratello quando io avevo ancora le ginocchia sbucciate.”
— “Pensa quel disco lo comprai con Guido quando eravamo ancora ragazzi e non sapevamo nulla di quel che saremmo diventati” dissi piano.

Andrea annuì, come se capisse che quelle parole non erano da commentare, solo da accogliere.

Parlammo così per un po’. Di musica, di film dimenticati, dei nostri gusti contrastanti, lui era appassionato di San Remo, io non lo guardavo dai tempi del trio Morandi-Ruggeri-Tozzi, non lo sopportavo.

Poi, senza accorgercene, il discorso scivolò su terreni più privati. Parlammo di corpi. Di intimità.

Non in modo volgare, ma sincero. Con quella curiosità adulta che nasce solo quando smetti di voler piacere a tutti i costi.

Eravamo entrambi bisessuali, versatili, ma soprattutto stanchi di etichette e aspettative. Andrea mi confessò di sentirsi come se per anni fosse vissuto come se metà di sé non avesse diritto di esistere. Io gli risposi che dopo la morte di Guido, quella metà l’avevo dimenticata del tutto. E solo da poco stavo iniziando a risvegliarla, con cautela.

Quando il silenzio tornò, mi accorsi che era quasi l’una.
— “Sono un pessimo padrone di casa, dovrei offrirti da bere almeno. O anche da mangiare, se ti va.” dissi, alzandomi.

Andrea fece una smorfia affettuosa.
— “No, dai. Ho rotto abbastanza. E poi sembro un reduce, davvero.”
— “E allora? È casa mia. E tu non mi stai rompendo. Mi fa piacere.”

Tentennò ancora qualche secondo, poi sospirò.
— “Ok. Ma niente piatti complicati. Niente prove da MasterChef.”
— “Insalata e una pasta veloce. Giuro.”

Ci spostammo in cucina. L’ambiente era luminoso, cominciai a lavare l’insalata, poi mi misi a condirla. Andrea parlava ancora, qualcosa sul cibo della mensa dell’ospedale che sapeva di plastica e disperazione.

Avevo le mani bagnate, stavo versando l’olio a filo nella ciotola, quando sentii le sue mani posarsi con leggerezza sui miei fianchi.

Mi irrigidii un attimo. Non per paura, ma per sorpresa pura. Poi sentii il suo respiro avvicinarsi, e le sue labbra appoggiarsi piano sul mio collo. Un bacio. Lento. Caldo. Disarmante.

Non disse nulla. Non chiese il permesso. Fece un gesto semplice, istintivo. Come se in quel momento non volesse fare altro lì con me.

Rimasi così, con le mani ancora a mezz’aria, il cuore che batteva forte e una strana voglia di non dire nulla. Forse, per me, in quel momento era questo il vero miracolo: non avere voglia di scappare.

Il primo istinto fu quello di irrigidirmi. Ma non per disagio bensì per meraviglia. Quel gesto, semplice e improvviso mi aveva colto di sorpresa, mi trovò nudo dentro, anche se ero ancora completamente vestito.

Le sue mani si muovevano con una dolcezza attenta, esattamente dove glielo avevo raccontato. Tra le scapole, sui fianchi. Il tocco sui miei capezzoli, leggero ma deciso, mi strappò un brivido e un gemito.

Poi le sue mani scesero a stringere i glutei, a massaggiarli con una fermezza che parlava di desiderio contenuto, ma presente. Vero.

Mi avvicinai, spingendo lentamente indietro il bacino, cercando un contatto più pieno.

Sentii la sua risposta, la spinta dei sui fianchi sui miei, la tensione del suo corpo attaccato al mio.

Fu come un interruttore.

Mi voltai, senza dire una parola, e le nostre bocche si cercarono. Il bacio fu caldo, aperto, pieno di fame e sollievo insieme.

Lo strinsi forte a me abbracciandolo.

Andrea mi abbracciò forte, le nostre lingue si intrecciavano, le sue mani scesero di nuovo, decise, stavolta sotto la cintura, si intrufolavano nell’elastico delle mutande a stringere, esplorare, reclamare. Sentivo le sue dita che si muovevano sul solco del mio sedere.

Il mio respiro si fece corto, spezzato. I ruoli non li avevamo discussi, non li avevamo nemmeno nominati. Ma in quel momento, non c’era più bisogno di dire nulla. Si capiva chi sarebbe stato di noi il passivo almeno al primo giro, chi sarebbe stato la femmina della coppia per la prima volta.

I corpi parlavano da soli. C'era un’intesa che andava oltre la dinamica fisica, una resa consapevole, accettata, forse anche desiderata.

Non c’era solo desiderio. C’era anche fiducia nel lasciarsi toccare dove si è più fragili, e scoprire che l’altro, lì, ci resta con delicatezza e intenzione.

Fu allora che gli presi la mano.
— “Andiamo di là,” gli dissi, la voce bassa, appena spezzata.

In camera mi tolsi la camicia e gli tolsi la sua, continuando a baciarlo iniziai ad esplorare con la lingua il suo di collo, e poi le spalle ed il petto, gli leccai e succhiai i capezzoli e questa volta fu il suo di turno di gemere, continuando a scendere senza staccarmi mai dal suo corpo con la lingua mi sedetti sul letto, lo avvicinai a me, baciavo e leccavo il suo ombelico mentre gli slacciavo la cintura e sbottonavo i pantaloni, glieli calai assieme alle mutande liberando il suo pene che svettava fiero verso di me, simile al mio nelle dimensioni, non esitai, iniziai a baciarlo, leccarlo, lo bagnai bene con la mia saliva ed infine lo scappellai con le labbra mentre lo accoglievo nella mia bocca.

Lo abbracciai, mentre gli baciavo e succhiavo il cazzo, continuavo ad accarezzarlo, a sentire tutto il suo corpo con le mie mani ed il suo membro con la mia bocca, gli portai le mani sulla mia testa, volevo mi guidasse nel ritmo con cui pomparlo, nel frattempo le mie mani giocavano con le sue palle, massaggiavano il perineo e le mie dita trovavano il suo buco del culo.

Io però continuavo ad amare con la bocca il suo cazzo, succhiavo quelle belle palle gonfie, baciavo e leccavo quella cappella piacevolmente odorosa di sapone.

Mi fermò quando stava per venire, mi fece alzare per finire di spogliarmi e spogliarsi lui, mi sdraiai sul letto, apriì le gambe e lui si sdraio sopra di me, in mezzo a me, con le cosce stringevo i suoi fianchi e riprese a baciarmi, occhi, guance, bocca, collo, le mani mi accarezzavano dai capelli ai fianchi, era un risveglio emotivo, il ritorno di sensazioni che non provavo da tanto, troppo tempo.

Si staccò di me, mi fece salire verso la testiera del letto e si mise a baciarmi, le cosce prima, poi sempre più vicino con la lingua fino al mio di cazzo, era la sua di volta di mostrarmi come sapeva amare e giocare e stimolare con la lingua e le mani, e mentre mi leccava e succhiava, un dito della sua mano si faceva strada lungo il solco del mio culo fino al mio di buco, si bagnò il dito con la saliva e cominciò a massaggiare l’ano.

Mentre mi ciucciava il cazzo come fosse una caramella, sentivo il suo dito farsi strada lentamente dentro di me, massaggiare, toccare, allargare. Ogni tanto lo toglieva, lo inumidiva nuovamente e lo rimetteva dentro, in quei momenti non so come riusciva a dare dei colpi sulla mia cappella con la sua lingua.

In un momento di pausa mi staccai da lui presi dal comodino preservativo e gel, lui dritto in ginocchio sul letto, tolsi il cappuccio dalla confezione me lo misi tra labbra e denti e glielo srotolai sul cazzo con la bocca, gli passai la boccetta del lubrificante, mi misi nuovamente supino sul letto, allargai nuovamente le gambe e sollevai il bacino offrendogli nuovamente il mio culo, lui prese una bella dose di gel, la mise su due dita le avvicino al mio buco e cominciò nuovamente a massaggiarlo, prima lentamente poi sempre più velocemente spingendo dentro e fuori le sue dita, alla fine lo presi lo tirai a me, presi il suo cazzo e lo guidai dentro il mio culo.

Ci fu un momento di stasi quasi impercettibile, di sorpresa, sua e mia, di adeguarsi a vicenda alla nuova posizione, alla nuova situazione, fu un attimo, i nostri occhi si incrociarono, ci baciammo, le nostre lingue si intrecciavano e lentamente il suo bacino torno spingere contro il mio, spingeva e si ritirava, sempre più forte, con un ritmo in crescendo, sempre con più godimento, suo e mio fino a quando non lo sentì tirarsi su sulle braccia, irrigidirsi tutto e venire dentro di me con un gemito strozzato e poi accasciarsi su di me.

Lo tenni stretto tra le mie cosce finchè i muscoli non iniziarono a farmi male, gli baciavo gli occhi, le tempie, le labbra. Furono minuti lunghissimi, quando sentì il suo pene ammosciarsi e ritirarsi da me anche io mi arresi e abbassai le gambe, liberandolo dalla mia stretta. Mi alzai per andare in bagno per ripulirmi da quel fastidioso mix di gel e umori che stava nel mio culo.

Tornando in camera trovai Andrea prono sul letto, completamente abbandonato e rilassato, avevo il suo culo diretto verso la mia faccia, mi avvicinai, cominciai a carezzargli la schiena, sovrastandolo lo leccavo dal dal collo a scendere con la lingua lungo la colonna vertebrale fino all’osso sacro e poi presi i suoi glutei con le mani, li allargai e ficcai la mia faccia in mezzo al suo culo, iniziai a leccargli piano il suo di buchetto.

Andrea gemeva e godeva, con le mani cerco le mie e le strinse, mi liberai e tornai a giocare con il suo ano, con il perineo, lui capì e si mise a quattro zampe, offrendomi liberamente accesso a tutta la zona, stavolta era il mio di turno di prendere il lubrificante e continuando a leccare e bagnare iniziai un massaggio, dal perineo all’ano e poi dentro, prima la lingua, poi le dita lubrificate, prima il medio, poi l’indice ed il medio assieme, quando mi sembrò pronto mi sollevai, indossai il profilattico e lo penetrai a pecorina.

Non fu un amplesso lungo, avevo anni di arretrato, ma la sensazione di essere vivo e presente era impagabile.

Dopo un po’ quando stavo per venire si staccò da me, si rigirò mi sfilò il preservativo e prese il mio cazzo in bocca, continuò a pompare finché non gli venni copiosamente in bocca.

Non inghiottì il mio sperma, ma mi attirò a sé tornando a baciarci, con le lingue, mischiando i nostri umori, le nostre salive, la mia sborra.

Alla fine ci staccammo, sdraiati sul letto e abbracciati, le mani continuavano ad esplorare i rispettivi corpi, eravamo stanchi ma godevamo l’uno dell’altro in silenzio.

Un silenzio diverso da tutti quelli che avevo vissuto negli ultimi anni. Non era un vuoto. C’era un pieno di un respiro condiviso, di due corpi distesi, nudi, caldi. Era un silenzio che non pesava. Anzi, mi alleggeriva.

Sentivo il cuore ancora battere forte, ma non per lo sforzo. Era l’adrenalina.

Mi voltai leggermente, la testa ancora sul cuscino, e vidi Andrea accanto a me. Aveva gli occhi chiusi, un'espressione serena, quasi fanciullesca. La barba incolta, qualche ruga agli angoli degli occhi. Si stava addormentando.

Io non ci riuscivo ad addormentarmi. E non pensavo nemmeno. Stavo semplicemente sentendo il mio corpo, dolente in certi punti, mi muovevo con una lentezza diversa come se ogni fibra avesse ricominciato a parlarmi dopo anni di silenzio.

Non pensai a come sarei sembrato da fuori, non mi chiesi se avevo fatto bene, se avevo esagerato, se Guido avrebbe approvato.

No. In quel letto, con il profumo del corpo di un altro uomo ancora sulla pelle, mi sentii vivo.

Non perfetto. Non risolto. Ma presente.

Era questo che avevo dimenticato. Che non si ama solo con il cuore.
Si ama anche con i fianchi, i glutei, il culo, con la bocca, con le mani.
Si ama respirando insieme.
Si ama lasciandosi guardare senza difese.

Andrea si voltò verso di me, aprì gli occhi piano.
— “Tutto ok?” mi chiese, con una voce roca strana.
— “Sì,” dissi. Poi aggiunsi, senza pensarci troppo:
— “È da una vita che non mi sentivo… così.”

Lui annuì, non servivano troppe parole.

Era iniziata come una semplice mattina. E invece era stata una rinascita silenziosa, fatta di carne, memoria, e nuove possibilità.

E ce ne furono molte altre in seguito di mattine così, e pomeriggi e sere e notti, anche se poche di queste in realtà.

Finchè un tardo pomeriggio di tre mesi dopo, stesi sul divano dopo aver fatto l’amore e ascoltando insieme un disco, capii con chiarezza una cosa che forse avevo già intuito da giorni: Andrea non avrebbe mai lasciato la sua fidanzata.

Non per mancanza di rispetto o di affetto nei miei confronti. Ma perché non poteva. O non voleva. O non sapeva come.

E in fondo non era nemmeno questo il punto. Il punto ero io.

Io che avevo accettato di aprire di nuovo il cuore, il corpo, le porte della mia casa.

Io che avevo scelto di rispondere a un messaggio, di prendere un caffè, di indossare la camicia buona.

Io che avevo permesso a me stesso di sperare ancora, di sentirmi desiderato, vivo, parte di qualcosa.

E ora, proprio perché sapevo di poterlo fare di nuovo, non potevo più accontentarmi di un amore a metà. Non più.

Andrea si girò su un fianco e mi guardò con dolcezza.
— “Che pensi?” chiese.

Lo guardai. Il suo viso segnato dalla stanchezza, ma bello, vero.
— “Penso che ti sono grato,” dissi.
— “Per cosa?”
— “Per avermi ricordato che posso ancora sentirmi così. Che non sono finito.”

Sorrisi, amaramente ma con tenerezza.
— “Ma ora voglio vivere alla luce del giorno, pienamente e completamente. Non voglio essere il segreto di nessuno. Ho già rinunciato abbastanza a me, a vivere, per troppo tempo.”

Andrea abbassò lo sguardo.
— “Tu vuoi qualcuno che possa camminare con te per strada, mano nella mano, e io non mi sento pronto a fare questo passo e onestamente non so se sarò mai in grado di farlo” disse piano.

Ci fu un silenzio carico di rispetto. Nessuno cercò di convincere l’altro.

Sapevamo entrambi che il tempo condiviso era stato reale, importante, ma non doveva diventare una catena. Era stato un passaggio. Un nodo che si scioglieva. Per entrambi.

Andrea si alzò per vestirsi. Io lo seguii con lo sguardo. Nessuna rabbia. Nessun rimpianto.

Quando uscì, mi diede un bacio sulla guancia. E chiuse piano la porta.

Rimasi lì, solo, nella mia casa, con il sole del pomeriggio che filtrava attraverso le tende. Il corpo ancora caldo e il cuore un po’ più leggero. E la certezza che, da quel momento in poi, guarito, potevo tornare a camminare a testa alta, verso qualcosa che non fosse più una cura o una consolazione ma una nuova possibilità.

Sono le cinque del pomeriggio di mercoledì 28 maggio e sono seduto alla scrivania di casa, di nuovo. Un altro pomeriggio di lavoro, un’altra comparsa in giudizio da scrivere. Il tempo scorre indistinto, da stamattina non ho praticamente staccato. Il caffè è freddo nella tazza, la schiena urla, la testa frulla.

E poi, di nuovo ad interrompere la concentrazione il suono del telefono e un altro messaggio.

Lo schermo si accende. È ancora lui. Andrea.

“Ciao bell’uomo. Allora? Dai, questo weekend sono di nuovo solo a Roma e avrei tanta voglia di vederti. Ho pensato a te stamattina in reparto. Mi manchi. Che dici? Passo venerdì sera? Cinemino, pizza, chiacchiere e… quello che capita? 😘”

Resto a fissare le parole sullo schermo.

Una parte di me sbuffa, infastidita dalla dinamica, ormai rodata: il messaggio quando lui è solo, l’occasione rubata tra un’assenza e l’altra, il tono ammiccante, le mezze frasi.

L’altra parte… sorride. Maledettamente. Perché so già che sarà difficile dire di no.

Mi alzo, giro per casa come se potessi sfuggire alla decisione. Non è amore, questo è chiaro. E non è nemmeno più illusione.

È qualcosa di più… pratico. Funzionale. Andrea sa come toccarmi, come ascoltarmi, come farmi sentire desiderato.

È diventato il mio trombamico irregolare, l’amante segreto con cui condivido briciole di passione e sprazzi di tenerezza. Nulla di più. Nulla di meno.

E allora perché ogni volta ci penso così tanto?

Forse perché non voglio più tradire me stesso, perché ho giurato a me stesso tanto tempo fa, che avrei vissuto alla luce del sole.

Ma forse anche perché ho imparato che non tutto deve essere assoluto, che c’è anche uno spazio per il piacere semplice, il corpo, la presenza di qualcuno che mi guarda con desiderio, anche solo per una sera.

Rileggo il messaggio, e quello precedente.

Poi rispondo.

“Cinema no, ho il saggio di Sofia. Cena va bene ma sul tardi, non prima delle nove e mezza/dieci e ho voglia di bistecca. Chiacchiere e coccole dopo con riserva. Il resto si vedrà. 😉”

Invio. E poi comicio a chiedermi quale camicia indosserò stavolta.

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