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Gay & Bisex

Il Riscatto 11 - finale


di Porco86_Milano
07.11.2025    |    271    |    0 9.2
"Quello che ti incolla a chi ti sta usando anche se lo odierai per il resto della vita..."
(Dedicato a Youngpervert)



Non gli dissi dove andavamo.

«Fidati,» mormorai in macchina. Manuel annuì, come si annuisce quando si sa già che non è una buona idea.

Roma scivolava nei finestrini come un film d’archivio: addosso avevamo il presente, ma la città raccontava il nostro passato.

Sotto il portone, gli misi la benda. Pelle morbida, odore di borotalco.

«Perché?» chiese piano. «Perché così sentirai meglio.»

A me tremava la voce, ma non la mano.
Dentro avevo due animali: uno voleva scappare, l’altro chiedeva l’ordine d’inizio. Sapevo che era l’unica opportunità per essere libero. Sapevo che potevo perderlo. Ed ero, maledettamente, eccitato dalla precisione del piano, da quello che ci aspettava.

Aprii. Lui era già lì. Il nonno.

La casa pulita come un refettorio, le luci basse, niente musica. Solo stoviglie a scolare e l’orlo di un bicchiere che brillava.

«Ben arrivati,» disse, come si dice agli ospiti che non hanno scelta.
Mi legò con gesti esperti, senza fretta. Polsi dietro, caviglie bloccate, la schiena tesa contro la stoffa ruvida di una sedia. Mi posò una mano sulla spalla: «Guardi e impari.»

A Manuel sfiorò la guancia, poi le dita al centro del petto. «Respira.» Gli tolse la giacca, gli sistemò la camicia. Ogni gesto era una riga di verbale.


La stanza cambiò cadenza: da larga a strettissima. Il nonno dirigeva il tempo con la voce bassa, come un direttore d’orchestra sadico e paziente.

«Fermo.»
Diceva mentre glielo spingeva in gola.

«Adesso respira come dico io.» Quando Manuel aveva il suo cazzo tutto in gola e il naso che toccava i peli publici di mio nonno.

«Non scappare con la testa.» Diceva se Manuel provava a fare uscire quel grosso bastone dalla gola, per respirare.

«Prendilo tutto.»
Fu quello che gli disse, mentre lo infilava in culo, tutto in un colpo, senza altra lubrificazione che la saliva che aveva sul cazzo. Fu così violento da lacerarlo.

Ogni ordine che dava, ogni insulto che usciva dalla sua bocca, spostava l’aria, ridefiniva chi apparteneva a chi.
Il tappeto slittò di pochi centimetri alla volta, segnato da movimenti ripetuti e sempre più profondi. La sedia su cui ero seduto scricchiolò e sembrò gemere, lenta, come un lamento trattenuto. L’odore si fece denso: pelle, alcol, umori — e sotto, quella sensazione animale che fa avvampare di desiderio anche senza capire perché.

Manuel, bendato, imparava il buio con il corpo. All’inizio era tutto resistenza: spalle rigide, mascella serrata, fiato spezzato. Poi cominciò a cedere, e non nel senso di crollare: nel senso di adattarsi. Di lasciarsi usare. Di godere.

Il nonno lo maneggiava come un oggetto prezioso e già suo: lo girava, lo piegava, lo riallineava, gli imponeva un ritmo di andata e ritorno, dentro e fuori dal culo, che non prevedeva pausa. Nessuna gentilezza. Solo sfondamento. Non chiedeva «va bene?», diceva «così». E il corpo di Manuel, ormai adulto, reagiva


I comandi continuavano a cadere come monete:
«Stai dove ti metto.»
«Non ti tirare indietro adesso.»
«Apriti.»
«Tienimi dentro.»
«Pisciati addosso, cagna.»
Detti senza alzare il tono, con la freddezza di un revisore che controlla colonne di un bilancio.

Poi le richieste che non lasciavano spazio a fraintendimenti:

«Parla.», «Dimmi che ti piace.»,«Più forte.», «Ringrazia.», «Chiedimelo tu.»

Manuel obbediva. A bassa voce, spezzata, metà vergogna e metà fame di cazzo. Il nonno sorrideva appena. «Così voglio sentirti.»

Prima fu controllo fisico, poi sottomissione verbale, poi umiliazione deliberata. Gli teneva la testa dove voleva lui finché non otteneva il suono che voleva sentire. Lo costrinse a stare aperto e a restare aperto. A prendere senza negoziare ritmo né profondità, il suo enorme cazzo. Lo volle usato, poi umiliato, poi sfondato.

Quando Manuel cercava aria, il nonno non rallentava: «No. Lecca qui. Qui. Qui.» Ogni «qui» era un possesso. Non bastava usare: doveva marchiare. Gli pisciò addosso senza avvisare, come fosse ovvio che quel corpo fosse fatto per essere sporcato, e gli ordinò di prendersela tutta come qualcosa che gli spettava. «Bevi. Non sprechi niente di quello che ti viene dato.» Le parole, dette a bassa voce, quasi dolce, lo fecero tremare.

Poi, peggio: lo aprì come si apre qualcosa che si vuole controllare dall’interno. Il nonno infilò una mano nel suo culo. Con violenza cieca, con possesso. Con intenzione. Con tecnica vecchia e consumata. Al limite della sopportazione, e poi un passo oltre, solo per dimostrargli che il suo limite non contava. «Questo buco è mio» disse piano. «Resta largo, fammi entrare più fondo. Fatti spazio per me.»

Manuel gemette, ma non si tirò via. Il corpo tremava, sì, ma rimaneva dove veniva tenuto.
Gli insulti erano asciutti, contabili, e cadevano a martello:«Sei nato per questo.», «Guarda come torni alla tua natura.»

E l’ultima, affilata: «Cagna senza dignità, venduta dal ragazzo che dice di amarti

Io, legato, contavo i costi di quello che stavo facendo vivere a Manuel. Non i movimenti — quelli li conoscevo — ma i passaggi invisibili: quando la schiena da difensiva diventava offerta; quando la tensione delle spalle crollava in disponibilità; quando la voce da «basta» diventava «ancora»; quando la vergogna diventava piacere; quando la parola «cagna» smetteva di ferire e cominciava a scaldare.

Mi accorsi che stavo piangendo dal sale sulle labbra. Non per gelosia: quella l’avevo consumata anni fa. Piangevo perché riconoscevo, in tempo reale, l’esatto punto in cui Manuel godeva del suo essere annullato, dell’essere di proprietà di un uomo violento.

Una volta che ti prendono così, ti restano dentro anche quando non li vuoi più. E io lo stavo lasciando succedere. Di nuovo.

Il ritmo cambiò ancora. Il nonno diventò ancora più crudele e forse pienamente soddisfatto: più presa, più controllo, nessuna pietà, nessuna pausa regalata.
Il buco del culo di Manuel era oscenamente largo. Dalla sua bocca colava bava, per le spinte in gola del grande cazzo del nonno.

E Manuel… Manuel crollò. Lo sentii nel suono che gli uscì dalla gola: non era urlo né pianto. Era quel rumore basso, rotto, incontrollabile, in cui piacere e umiliazione diventano la stessa cosa. Quello che conosci solo se l’hai fatto tu, e se l’hai subito tu. Quello che ti incolla a chi ti sta usando anche se lo odierai per il resto della vita.

Il nonno esplose in un urlo taurino, inondando Manuel del suo seme, mentre lui aveva il culo sfondato dalle mani e il corpo sporco di urina.

Dopo, il nonno non disse «bravo». Disse soltanto: «Adesso sei pieno. Così ti voglio ricordare te e quel ricchione inutile di mio nipote.» E gli passò una mano lenta dietro la nuca, come si calma un animale prezioso appena domato.

La stanza trattenne per un istante tutto il fiato, poi lo lasciò andare d’un colpo. Il tappeto non aveva più forma. Mi avvicinai a Manuel e bevvi dal suo culo il seme di mio nonno, che guardava soddisfatto come per dire “Per voi non c’è speranza”.

La notte, in quel momento, smise di fingere di essere morale.
Fu allora che la benda cadde, Manuel mi vide. Si bloccò come si blocca un metronomo. Poi guardò lui. Riconobbe mio nonno. Poi tornò su di me.

«Perché?» sussurrò, senza voce. «Perché?»

«Per essere liberi,» dissi. «Perché ti amo.»


Qualcosa in Manuel cambiò pendenza. Il volto si indurì, lo sguardo si fece lucido e duro insieme, come acciaio bagnato. Tirò fuori parole vecchie di anni eppure vive:«Sei un mezzo uomo, Paolo. Incapace di amarmi senza vendermi. Mi hai distrutto la vita tirando fuori la mia fame per la sottomissione e poi lasciandomi con il piatto vuoto, senza dignità, senza padroni, senza amore.»

Non mi difesi. Il nonno sorrise con gli occhi e questo aumentò la pressione invisibile della stanza. Ricominciò a fottere Manuel con una violenza e un odio che non avevo mai visto prima in nessuna delle nostre sessioni.
Manuel pianse, e nel pianto c’era anche il piacere del corpo: la contraddizione perfetta che ci teneva in piedi da anni.


Quando finì, finì secco. Gli riempì il culo per la seconda volta, fecondandolo di quello sperma che aveva generato chi mi aveva generato.

Dopo aver tremato nel culo di Manuel, rimase fermo dentro. Fin quando con un getto unico, svuotò la sua vescica nel culo sì Manuel che colava in modo orrendo.

Stavo per avvicinarmi per pulirlo con la bocca, pazzo di lussuria, amore e senso di colpa. Ma non ne ebbi il tempo.

«Fuori,» disse il nonno, indicando la porta come si indica l’uscita d’emergenza.
Uscimmo in strada in pochi secondi con addosso lo schifo, nella notte.

Manuel era ancora sporco, puzzava di urina e dal suo culo colavano i liquidi di mio nonno. Viveva lontano. Non poteva prendere metro, né taxi in quelle condizioni .

«Vieni da me,» dissi. «Ti lavi. Poi decidi.»

Non parlò. Annuì una volta sola.
A casa mia fece una doccia, lunga. Il getto addosso e via tutto, o almeno la parte solubile. Io seduto sul letto, le mani ferme per non tremare. Nessuna parola. Solo il rumore della doccia che diminuiva, poi cadeva a gocce, poi taceva.

Quando uscì, era pulito e vuoto. Il vapore gli stava intorno come una coperta. Restammo fermi, opposti.

Io feci un passo. Lui non arretrò. Mi avvicinai ancora. Mi inginocchiai — non per rito, per gratitudine. Gli sfiorai l’addome con la fronte, come a chiedere perdono senza parole. Glielo presi in bocca e iniziai a succhiargli il cazzo con passione, amore, disperazione. Sapevo che era solo colpa mia.

Mi prese il viso con entrambe le mani. «Alzati,» disse piano. Mi tirò su e mi baciò. Lento, netto, senza prove. Un bacio che non chiedeva armi, solo tregua.

«Siamo finalmente liberi,» dissi, con una sicurezza che non avevo.

«Da oggi abbiamo l’opportunità di vivere una vita diversa. Insieme, noi due,» rispose.
«Solo noi due. Nessun altro.»
Lo baciai di nuovo, per suggellare quella promessa di una nuova vita, questa volta normale.

Poi tacemmo. E nel silenzio arrivò la domanda che nessuno dei due disse ad alta voce: la natura può cambiare?

Ci sdraiammo vicini, abbracciati ma senza toccarci più.

Nel buio, la tentazione aveva ancora la sua forma perfetta - il guinzaglio appeso dietro la porta, il numero dei clienti che potrei comporre, il riflesso del desiderio più perverso era dentro lo specchio davanti al letto.

Mancava già a entrambi l’essere usati: la semplicità feroce dell’obbedienza. Lo sapevamo entrambi.

Ma decidemmo, per una volta, di sperare di essere cambiati.
La speranza è un lusso.
Quella notte ce lo concedemmo.

La mattina dopo, il telefono tacque. Nessun ultimatum. Nessun richiamo. Nessun cliente. Nessun «sei mio».


Solo il giorno. Solo noi due.


E un conto da pagare che, per la prima volta, sapevamo che non prevedeva il corpo come valuta.

Facemmo l’amore e iniziammo una nuova vita.
O almeno volevamo provarci.

FINE
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