Gay & Bisex
L’assistente del prof - 2
27.01.2026 |
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"Lorenzo si sdraiò sotto di me, mi fece sedere su di lui, guidando il suo cazzo di nuovo dentro il mio buco già usato..."
Passarono settimane in cui il mondo si ridusse a noi due.Ogni pomeriggio dopo lezione, ogni sera libera, ogni notte che potevo rubare al sonno, ero da Lorenzo.
Imparavo il suo corpo a memoria: il modo in cui i muscoli della schiena si contraevano quando entrava dentro di me, il sapore della sua pelle dopo la doccia, il suono rauco che gli usciva dalla gola quando glielo prendevo tutto in bocca fino a farmi lacrimare gli occhi.
Lui mi insegnava. Non solo a succhiare, a leccare, ad aprire le gambe o a stringere il culo intorno a lui finché non gemeva il mio nome. Mi insegnava a desiderare senza vergogna. A chiedere. A implorare. A venire senza toccarmi solo perché mi guardava negli occhi mentre mi scopava lento.
Ero innamorato. Innamorato in modo stupido, totale, da far male.
Ogni volta che uscivo dal suo appartamento mi sembrava di lasciare pezzi di me lì dentro. Ogni volta che tornavo, mi sembrava di ritrovarli tutti.
Poi, una sera di novembre, mentre eravamo sdraiati nudi sul letto dopo aver fatto l’amore per la terza volta in poche ore, Lorenzo cambiò espressione.
Si alzò su un gomito, mi guardò serio.
«Il professore sa di noi»
Il cuore mi si fermò.
«Cosa?»
«Ha capito. Non so come, ma ha capito. Dice che dalle micro-espressioni, dal modo in cui ti guardo in aula, dal modo in cui tu arrossisci quando passo vicino… ha messo insieme i pezzi.»
Mi sentii gelare.
«Vuole licenziarmi. Domani stesso, per condotta non professionale, perderei la borsa di studio. Sono il suo assistente, Teo. Può farlo senza nemmeno dover dare troppe spiegazioni.»
Mi misi seduto, le lenzuola che scivolavano via.
«Ma… noi non abbiamo fatto niente in pubblico…»
«Lui dice che basta guardarci. E ha ragione. Io non riesco a nascondere come ti guardo.»
Mi prese la mano, la strinse.
«Però mi ha proposto una via d’uscita. Vuole cenare con noi. A casa sua. Dice che vuole “capire la situazione” e decidere come procedere. Se andiamo, se ci comportiamo bene… forse chiude un occhio.»
«Comportarci bene come?»
«Essere gentili. Accondiscendenti. Mostrargli che non siamo un problema. Che possiamo… collaborare.»
Non capivo fino in fondo. Ma sentivo la paura nella sua voce. E l’idea che potesse perdere il lavoro per colpa mia mi faceva stare male fisicamente.
«Va bene» dissi piano. «Ci andiamo.»
La sera della cena pioveva.
Lorenzo guidava in silenzio.
Ogni tanto mi guardava e ripeteva:
«Sii gentile con lui, Teo. Qualsiasi cosa dica, qualsiasi cosa chieda… acconsenti. Per me. E anche per il tuo trenta al corso. Lui può fartelo saltare con una firma.»
Annuii.
Avevo lo stomaco chiuso.
La casa del professor Marconi era in un palazzo signorile di Porta Venezia. Mobili antichi, quadri alle pareti, libri ovunque. Ci accolse con un sorriso cortese, quasi paterno. Aperitivo, chiacchiere sul corso, sul clima milanese, sugli esami che stavo preparando. Tutto normale. Troppo normale.
Ma l’aria era densa. Ogni volta che il professore mi guardava sentivo un peso. Ogni volta che Lorenzo abbassava gli occhi sentivo che qualcosa non tornava.
Dopo la cena passammo all’amaro. Ci spostammo sul divano grande. Il professore si sedette accanto a me, Lorenzo su una poltrona di fronte.
Io avevo bevuto troppo vino. La testa mi girava piano.
Parlammo ancora un po’. Poi il professore posò il bicchiere, mi guardò dritto negli occhi.
«Lorenzo mi ha detto che sei molto… bravo con la bocca.»
Il mondo si fermò.
Sentii il sangue salirmi alla faccia. Guardai Lorenzo. Lui non disse niente. Solo annuì impercettibilmente.
Il professore prese la mia mano sinistra, la posò sul suo cavallo. Era già duro. Grosso. Pulsante sotto il tessuto dei pantaloni eleganti.
«Sii carino con me, Teo» disse con voce calma, quasi didascalica. «Sai che posso licenziare Lorenzo oggi stesso. Per colpa tua.»
Guardai di nuovo Lorenzo. Lui annuì ancora, lento.
Mi alzai sulle ginocchia, tremante. Mi misi tra le sue gambe. Gli slacciai la cintura, aprii la zip. Tirai fuori il cazzo.
Era spesso, venoso, già bagnato in punta. Mi sentivo che stavo tradendo Lorenzo ma anche che non c’erano alternative.
Iniziai a succhiarlo con le lacrime che mi rigavano la faccia. Lo presi piano, poi più a fondo. Il sapore era diverso da Lorenzo. Più forte. Più vecchio.
Poi sentii la mano di Lorenzo sulla mia nuca. Non forte. Solo ferma. Mi accarezzò e mi diede il ritmo.
«Bravo amore» sussurrò. «Fallo godere.»
Poi si chinò e baciò il professore sulla bocca. Un bacio lungo, profondo, come se non fosse la prima volta, come se fosse un’abitudine.
Io, frastornato dall’alcol e dall’eccitazione, continuavo a succhiare, sentendo le loro lingue sopra di me.
Da lì qualcosa si ruppe.
Smisi di piangere. Il corpo prese il sopravvento. Iniziai a succhiare con fame, con urgenza. Il professore gemette.
Lorenzo mi tirò su per i capelli, mi baciò forte, poi mi spinse di nuovo giù.
Dopo mi spinsero sul tappeto persiano, caldo sotto la schiena. Il professore si tolse la camicia con gesti lenti, quasi cerimoniali, poi si posizionò sopra di me. Mi aprì le gambe con le mani grandi, callose per anni di penna e libri.
Non ci fu preparazione, solo lubrificante freddo versato direttamente dal flacone che aveva preso dal cassetto del tavolino. Entrò con una spinta decisa, senza parole, senza carezze.
Il dolore mi attraversò come una scarica, ma subito dopo arrivò il calore, il riempimento brutale.
Mi scopò con ritmo costante, profondo, gli occhi fissi nei miei, come se stesse leggendo ogni mio micro-tremito, ogni gemito soffocato. Non c’era tenerezza. Solo possesso. Ogni affondo era una rivendicazione: “sei qui perché io lo voglio”.
Quando finì dentro di me, con un grugnito basso e prolungato, si tirò fuori piano, lasciando il mio buco aperto, colante.
Lorenzo era già lì, ginocchia ai lati della mia testa. Mi girò a pancia in giù, mi sollevò i fianchi come se fossi un oggetto. Entrò subito, senza esitazione, spingendo fino in fondo con un colpo secco. Non mi sembrava lui.
Sentii il suo cazzo scivolare nel seme del professore, il calore misto, l’umidità che facilitava ogni movimento. Mi prese per i capelli, mi tenne la testa bassa contro il tappeto, mentre mi scopava con forza, quasi rabbia.
Ogni colpo mi strappava un gemito, il corpo che si arrendeva completamente, il cazzo duro che sfregava contro la lana ruvida del tappeto.
Venni la prima volta così, senza toccarmi, il piacere che esplodeva improvviso, violento, mentre Lorenzo continuava a sbattermi dentro, indifferente al mio orgasmo.
Poi si fermò, uscì, e mi girarono di nuovo supino. Lorenzo si sdraiò sotto di me, mi fece sedere su di lui, guidando il suo cazzo di nuovo dentro il mio buco già usato. Il professore si mise in piedi davanti a me, il cazzo ancora mezzo duro.
Me lo mise in bocca mentre Lorenzo mi scopava dal basso, le mani sui miei fianchi che mi alzavano e abbassavano come una bambola. Il professore entrò di nuovo in gola, spingendo fino in fondo, riempiendomi la bocca mentre Lorenzo mi riempiva il culo.
Ero completamente perso, invaso da entrambi, il corpo che tremava, il respiro e il cuore spezzati, ma eccitato come non mai.
Venni una seconda volta, più forte, il seme che schizzava sul petto di Lorenzo, mentre loro due acceleravano, sincronizzandosi senza bisogno di parole.
Il professore venne per primo, dandomi da bere schizzi caldi, marchiandomi anche la gola.
Lorenzo seguì subito dopo, affondando fino alle palle e pulsando, mescolando tutto dentro di me: il loro seme, il mio abbandono, la mia resa.
Il professore si sistemò i pantaloni, si accese una sigaretta, tirò una lunga boccata e soffiò il fumo verso il soffitto con un sorriso soddisfatto.
«Adesso sono più tranquillo» disse, guardando prima me, poi Lorenzo. «Lorenzo aveva ragione… sapevamo entrambi che avresti collaborato bene. Puoi restare, Lorenzo. E tu, ragazzo… hai un futuro.»
Rimasi interdetto alle sue parole. Sentivo che qualcosa non tornava ma ero stremato.
Tornammo a casa in silenzio.
Una volta dentro, Lorenzo mi prese in braccio, mi portò sul letto. Mi spogliò piano. Mi baciò ovunque.
Entrò dentro di me lentamente, con una dolcezza che mi fece piangere di nuovo. Mi riempì ancora, stavolta con amore. Con calma. Con baci lunghi.
Quando finimmo, restammo abbracciati, il suo seme che colava ancora fuori da me insieme a quello del professore.
«Ti è piaciuto?» chiese piano, la voce bassa contro il mio orecchio, quasi un sussurro roco. «Sinceramente. Farlo con lui. Sentirlo dentro, sentirlo venire, sapere che ti stava usando e tu lo stavi lasciando fare, godendo, ti è piaciuto?»
Esitai. Chiusi gli occhi. Il corpo ancora scottava, il buco pulsava, pieno di loro due.
«Sì» sussurrai, la voce che tremava.
«Mi è piaciuto. Mi è piaciuto da morire. Mi ha fatto sentire… sporco. E vivo. E sbagliato. E giusto allo stesso tempo.»
Sentii il suo sorriso quasi mefistofelico contro il mio collo, poi i denti che mordevano piano la pelle.
«Non vergognarti» disse, stringendomi più forte, il cazzo ancora mezzo duro che premeva contro la mia coscia.
«Questa è Milano, Teo. Qui le porte si aprono solo se sai qual è la chiave giusta. E tu… tu stai imparando a girarla lentamente, una alla volta. Fidati di me: ti farò vedere quante ne esistono ancora.»
Le sue parole mi entrarono dentro come il suo seme poco prima. Non capii fino in fondo. Non quella sera.
Mi addormentai tra le sue braccia, il corpo dolorante e appagato, la mente che girava lenta, piena di immagini confuse: il professore che gemeva, Lorenzo che mi guidava la testa, il sapore di due uomini diversi sulla lingua, il calore che colava ancora tra le cosce.
Mentre scivolavo nel sonno, sentii la sua mano scendere piano tra le mie natiche, raccogliere un po’ di quello che era rimasto fuori e portarmelo alle labbra. Come fece la prima volta.
«Assaggia» sussurrò.
Aprii la bocca. Leccai. Chiusi gli occhi.
E per la prima volta non provai vergogna.
Solo fame.
[continua]
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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