Gay & Bisex
L’assistente del prof - 4
29.01.2026 |
632 |
3
"E dentro di me, in quel silenzio rotto solo dai nostri respiri spezzati, c’era solo una cosa che urlava più forte di tutto il resto: non volevo più smettere..."
Mi svegliai sul pavimento freddo del soggiorno, il corpo appiccicoso di sudore e seme secco, un dolore sordo tra le natiche che pulsava a ogni respiro. Lorenzo dormiva sopra di me sul divano, un braccio abbandonato nel vuoto, il petto che si alzava piano. Lo guardai per un tempo che sembrò eterno: la curva della mascella, le labbra socchiuse, i capelli scompigliati che gli cadevano sugli occhi. Sembrava così vulnerabile.
Sembrava l’uomo che mi aveva detto “ti amo” mentre mi scopava con rabbia e disperazione.
Eppure dentro di me qualcosa si era rotto irreparabilmente.
Mi alzai senza fare rumore.
Raccolsi i vestiti sparsi come prove di un crimine. Infilai le scarpe senza allacciarle. Presi la borsa, la chiave di casa sua – la tenni stretta nel pugno fino a farmi male – e uscii.
La porta si chiuse con un clic che mi sembrò una sentenza.
Misi il telefono in modalità aereo e lo ficcai in fondo alla borsa come se fosse radioattivo.
Il Flixbus per la Calabria partì alle 6:12. Oltre 12 ore di autostrada, finestrini appannati, paesaggi che scorrevano senza che riuscissi a trattenerne uno.
Mi rannicchiai contro il vetro freddo, le ginocchia al petto, e lasciai che le lacrime scendessero silenziose. Non singhiozzavo.
Solo un pianto continuo, meccanico, come se il corpo stesse espellendo veleno.
A casa arrivai che il sole era già tramontato.
Mia madre aprì la porta, mi guardò per un secondo e basta. Mi strinse forte, senza parole, solo un “sei gelato, vieni dentro”.
Mio padre mi diede una pacca sulla spalla, mormorò “ben tornato” e sparì in garage.
Passai quattro giorni in una bolla di silenzio.
Dormivo fino a pomeriggio inoltrato.
Aiutavo mia madre a pelare patate, a stendere il bucato, a piegare lenzuola che sapevano di detersivo e infanzia. Non parlavo quasi. Ogni tanto mia madre mi sfiorava il braccio e chiedeva “tutto bene?”, e io annuivo senza guardarla negli occhi.
Ma la notte il corpo ricordava tutto.
Mi svegliavo duro, madido di sudore, il cazzo che pulsava contro il pigiama. Chiudevo gli occhi e rivedevo Lorenzo che gemeva sotto di me, il professore che mi riempiva sulla scrivania, le loro mani che mi tenevano fermo mentre venivo piangendo. Mi infilavo in bagno, aprivo l’acqua della doccia per coprire i rumori, mi appoggiavo alle piastrelle fredde e mi masturbavo con violenza.
Venivo pensando al sapore salato misto di loro due sulla lingua, al calore del seme che colava, al modo in cui Lorenzo mi aveva sussurrato “sei mio” mentre mi scopava il culo ancora pieno del professore.
Poi piangevo sotto l’acqua bollente fino a quando non ne rimaneva più.
Il quinto giorno lessi i messaggi.
Erano centinaia.
I primi: “Dove sei? Ti prego rispondi sto impazzendo.”
Poi: “Ho sbagliato tutto ma ti amo Teo non riesco a respirare senza di te.”
Poi silenzio per quarantotto ore.
Poi alle 3:47 di notte: “So che mi odi. So che non mi perdonerai mai. Ma se non torni vengo a prenderti io. Non ce la faccio più. Ti amo. Ti amo da morire. Non è una bugia. Non lo è mai stata.”
Lessi quell’ultimo messaggio dieci, venti volte. Le dita tremavano sullo schermo.
Il sesto giorno comprai il biglietto di ritorno. Non dissi niente a nessuno. Salii sul bus con lo stomaco in gola, le mani gelate, il cuore che batteva così forte da farmi male alle costole.
Arrivai a Milano alle 23:14. Pioveva a dirotto.
Camminai sotto l’acqua gelida fino al palazzo, il cappuccio fradicio, le scarpe che sguazzavano. Aprii la porta con la chiave che non avevo mai restituito.
La luce del soggiorno era accesa.
Lorenzo era sul divano. Camicia aperta sul petto. Un ragazzo – capelli scuri, magro, forse ventun anni – era inginocchiato tra le sue gambe, la testa che si muoveva lenta, concentrata. Lorenzo aveva una mano nei suoi capelli, ma quando mi vide sulla soglia non si fermò.
Anzi.
Spinse piano la testa del ragazzo più in fondo. Gemette basso, rauco, gli occhi inchiodati nei miei.
«Guardami» disse, la voce spezzata. «Guardami mentre vengo pensando a te.»
Venne così. Il ragazzo tossì, si tirò indietro con le labbra gonfie e lucide. Lorenzo lo congedò con un gesto stanco – “vai pure, grazie” – e il ragazzo uscì di corsa, senza guardarmi, la porta che sbatteva dietro di lui.
Silenzio. Solo il rumore della pioggia contro i vetri.
Lorenzo si alzò. Nudo dalla vita in giù.
Il cazzo ancora gonfio, lucido di saliva e del suo stesso seme. Si avvicinò piano, un passo dopo l’altro.
Mi prese il viso tra le mani fredde.
Mi baciò.
Sapore di sesso, di un altro, di disperazione.
«Ti amo» sussurrò contro le mie labbra tremanti. «Ti amo da quando ti ho visto arrossire in aula. Ti amo anche adesso che mi odi. Ti amo soprattutto adesso.»
Mi prese per mano. Mi portò in camera. Il letto disfatto odorava di lui, di sudore, di qualcun altro. Mi fece sedere sul bordo. Si inginocchiò davanti a me.
«Guarda» disse. Prese il telefono. Aprì Telegram. Una chat di gruppo: “Seminari Avanzati”.
Dentro: foto. Video brevi. Messaggi. Il professore. Lorenzo. Altri nomi – professori associati, dottorandi, studenti del secondo e terzo anno. Accordi su giorni, orari, “lezioni private”, “valutazioni extra”. Una foto di un ragazzo bendato, mani legate dietro la schiena, il professore che lo penetrava da dietro. Un video di due studenti che si leccavano a vicenda mentre un docente guardava fumando una sigaretta.
«Ti hanno scelto il primo giorno» disse Lorenzo, la voce bassa, rotta. «Il professore ha visto come tremavi quando ti sfioravo il polso. Ha detto: ‘Quello lì è perfetto. Lo vogliamo’. Io dovevo solo… avvicinarti. Ma poi…»
Si interruppe. Mi prese le mani, le strinse forte.
«Poi mi sono innamorato. Davvero. Non era previsto. Non era nel piano. Ti amo, Teo. Dovevo solo consegnarti a loro… e invece…»
Mi baciò di nuovo. Lento. Profondo. Disperato.
«Dimmi di scappare» sussurrai, la voce che si spezzava.
«Non posso» rispose lui, gli occhi lucidi. «E tu non vuoi davvero. Lo sento.»
Mi spogliò con gesti lenti, quasi dolorosi.
Ogni bottone slacciato era una resa.
Mi sdraiò sul letto. Mi leccò il collo, il petto, scese sull’addome tremando.
Quando arrivò al mio sesso lo prese in bocca con una devozione che mi spezzò il cuore. Succhiava piano, la lingua che girava lenta intorno alla cappella, una mano che mi accarezzava le palle con tenerezza possessiva, l’altra che mi teneva il fianco come se temesse che potessi sparire.
Gemetti. Piangevo.
Mi girò a pancia in giù. Mi aprì le natiche con le mani grandi, tremanti. Leccò lento, insistente, bagnandomi tutto, la lingua che entrava dentro, che mi preparava come se fosse la prima volta. Io tremavo, le lacrime che inzuppavano il cuscino, il corpo che si apriva nonostante tutto.
«Ti amo» ripeteva tra un colpo di lingua e l’altro, la voce rotta. «Ti amo da morire. Dimmi che lo senti.»
Si lubrificò. Entrò piano. Centimetro dopo centimetro. Mi riempì completamente. Rimase fermo dentro di me, il petto contro la mia schiena, il respiro affannato contro il mio orecchio.
«Senti quanto ti voglio» sussurrò. «Senti quanto sei mio. Anche quando mi odi. Anche quando piangi. Senti quanto ti amo.»
Iniziò a muoversi. Affondi lenti, profondi, ogni spinta una dichiarazione, una supplica. Mi teneva i polsi sopra la testa con una mano, con l’altra mi accarezzava il fianco, la guancia bagnata di lacrime.
Mi fece girare supino. Mi entrò di nuovo, guardandomi negli occhi. Accelerò piano. Io gemevo, piangevo, le gambe intorno ai suoi fianchi, le unghie che gli graffiavano la schiena.
«Vieni per me» disse, la voce spezzata.
«Vieni mentre ti dico che ti amo. Vieni mentre mi perdoni. Vieni mentre mi odi. Basta che vieni.»
Venni così. Senza toccarmi. Un orgasmo violento, quasi doloroso, che mi fece inarcare la schiena, schizzare tra i nostri stomaci, il corpo che si contraeva intorno a lui in spasmi interminabili. Piangevo forte, singhiozzavo il suo nome.
Lui continuò, accelerando, fino a venire dentro di me con un gemito lungo, roco, animalesco. Pulsò, schizzò, mi riempì ancora, mescolando tutto: il suo seme, il mio abbandono, il nostro dolore.
Rimase dentro a lungo. Mi baciò la fronte, le palpebre, le labbra salate.
«Domani ti presento gli altri» sussurrò, la voce un soffio. «Non devi più scappare. Qui è casa tua. Io sono casa tua. Ti amo. Ti amerò sempre. Anche se mi distruggi. Anche se ti distruggo.»
Chiusi gli occhi.
Non dissi niente.
Sentivo il suo seme colare piano fuori da me, caldo, lento, inevitabile.
E dentro di me, in quel silenzio rotto solo dai nostri respiri spezzati, c’era solo una cosa che urlava più forte di tutto il resto: non volevo più smettere.
[continua]
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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