Gay & Bisex
Il Riscatto 7 - Carne Fresca
10.04.2025 |
459 |
2
"“Bravissimo, ” sussurrò Ettore, mentre cominciava a muoversi dentro di lui, lentamente, con potenza..."
Mancavano tre mesi alla fine del contratto.Me lo ricordavo ogni mattina, quando controllavo il saldo del conto corrente.
Centomila euro.
Ero a buon punto.
Una parte la mandavo al nonno, puntuale il 15.
Il resto lo gestivo come meglio credevo: estetista, palestra, jockstrap, profumi, plug di design.
Ettore osservava tutto.
Non diceva niente, ma lo vedevo compiaciuto.
Mi stava facendo fiorire per poi cogliermi di nuovo.
Al suo modo.
Una sera, dopo cena, mentre lo asciugavo dopo la doccia — sì, lo facevo ogni sera, inginocchiato ai suoi piedi, con l’asciugamano piccolo, come si fa con un padrone — mi disse:
“È ora di pensare al futuro.”
Mi fermai.
“Il tuo, certo…
ma anche il mio.”
Lo guardai senza dire nulla.
Mi accarezzò il mento.
Poi parlò.
“Voglio che tu adeschi le matricole.”
Rimasi in silenzio.
Lui continuò.
“Quelle giuste, ovviamente.
Appena arrivate a Roma.
Pulite, inesperte.
Con ancora la vergogna negli occhi e il desiderio nei pantaloni.
Li voglio qui, a casa mia.
Una volta a settimana.
Li inviti per studiare, per bere qualcosa, per un film.
Poi ci penso io.”
“E io?”
Mi fissò.
“Tu li accogli.
Li metti a loro agio.
Gli fai capire che c’è un mondo oltre la morale.
Li fai entrare.
Li fai venire.
Li fai restare.
Come ho fatto io con te.”
Il cuore mi si strinse.
Il cazzo pure.
Mi sedetti sul bordo del letto.
Ettore mi lasciò spazio.
Ci pensai.
Rividi me stesso, diciottenne, timidissimo, con le spalle strette e la voce che tremava.
E poi mi vidi ora: nudo, lucido, curato, con un collare nero e un contratto da firmare con la bocca.
“Quanto?” chiesi.
Ettore sorrise.
“Duemila euro.
Per ogni verginello.”
Il mio cazzo si alzò da solo.
Mi guardai allo specchio.
Mi vidi duro. Teso. Bello.
Pronto a diventare maestro.
A rifare ad altri quello che era stato fatto a me.
Mi venne un pensiero.
Veloce. Doloroso.
“Che destino gli sto lasciando?”
Poi un altro, più forte:
“Non sono affari miei.”
Guardai Ettore.
“Li sceglierò con cura,” dissi.
E lui, senza nemmeno baciarmi, mi disse:
“Sapevo che avresti accettato
L’università divenne in breve un campo di caccia per trovare carne fresca.
Matricole ovunque: visi puliti, occhi vergini, jeans appena lavati.
E tra quei volti, io passavo silenzioso, profumato, curato, con lo zaino sulle spalle e il culo teso sotto i pantaloni aderenti.
La gente mi salutava.
Alcuni professori si ricordavano ancora di me. Di quello che avevo fatto per passare un esame quando avevo lavorato troppo per Ettore e troppo poco per l’università.
Mi sorridevano nella speranza di poter fare un altro giro dentro di me.
Rispondevo a quei sorrisi con occhiate languide ma distaccate. Come quelle di una escort di lusso.
E io lo ero.
Il primo che adescai si chiamava Luca.
Diciotto anni compiuti da tre mesi.
Veneziano, studente fuori sede.
Capelli castani morbidi, occhi chiari, voce bassa, mani nervose.
Lo notai già la prima settimana.
Non guardava mai troppo a lungo, ma tornava sempre con lo sguardo.
Io lo facevo ridere.
Gli offrivo un caffè.
Un passaggio.
Una scusa per pranzare insieme.
Era bello vederlo sciogliersi, giorno dopo giorno.
Cominciò a fidarsi.
Si apriva a me.
Mi raccontava delle sue insicurezze.
Del rapporto teso con suo padre.
Della paura di non essere abbastanza maschio.
Io ascoltavo.
Con delicatezza.
Con pazienza.
Poi iniziai a stimolare le sue fantasie.
Gli parlavo di uomini dominanti.
Di giochi di potere.
Di sottomissione.
Di padri che scopavano figli.
Di come alcuni esseri umani raggiungono la pace interiore rinunciando alla dignità. Abbandonandosi al ruolo di schiavo, accettando la loro indole.
All’inizio arrossiva.
Rideva nervoso.
Poi iniziò a farsi più serio.
Curioso.
Le sue domande sulle mie esperienze diventavano giorno dopo giorno piu pruriginose.
Lo notavo.
Si toccava spesso il pacco mentre parlava con me.
Ogni tanto si mordeva il labbro.
Una sera, dopo un aperitivo in zona San Lorenzo, dietro l’università, gli proposi di passare da casa mia.
“Vieni su, dai. Ho un gin buonissimo. Oppure margarita, il mio coinquilino ne fa uno incredibile.”
“Vivi con qualcuno?” chiese.
“Un amico. Più grande. Gentile. Colto. Lavora un sacco, non è nemmeno detto che sia in casa ma se c’è è uno che ti fa divertire.”
Luca accettò.
Appena entrò, si rilassò.
Luci basse, casa ordinata, odore di pulito e di agrumi.
Per uno che divideva la casa con altri 4 studenti che non pulivano se non una volta al mese, era una reggia.
Ettore era lì.
Camicia bianca sbottonata sul petto, pantaloni scuri.
Lo salutò.
Gli offrì un margarita con una naturalezza disarmante.
Si misero a parlare.
E io restavo in silenzio, seduto accanto a Luca, ogni tanto gli toccavo una gamba, gli sussurravo qualcosa all’orecchio se Ettore si allontanava.
“A volte lo sento scopare, sento urla di piacere, deve essere un animale da sesso”
“Una volta l’ho visto uscire dalla doccia nudo: Luca, Ettore non ha un uccello ma una proboscide”
Luca arrossiva, vagamente stordito dall’alcol, e la tensione saliva, era palpabile.
Dopo il terzo drink, Ettore fece una battuta volgare.
“Ci sono cazzi che sono fatti per sfondare culi e fighe, tipo il mio”
Luca rise.
Poi ne fece un’altra.
“E culetti che sembrano urlare ‘spaccami’… tipo il tuo”
Io risi forte, come se fosse una battuta davvero e non un piano d’azione.
Il clima si stava trasformando.
Il cazzo di Ettore cominciava a gonfiarsi sotto i pantaloni.
Luca lo notava.
Lo guardava.
Poi guardava me.
E io gli sorridevo.
Complice.
Complice e traditore.
“Fa caldo, no?” dissi.
E mi tolsi la maglietta.
Ettore fece lo stesso.
Luca esitò.
Poi, tra una risata e l’altra, si tolse la felpa.
“Bel fisico,” disse Ettore.
Luca arrossì.
Ettore si avvicinò.
Non con forza.
Con autorità.
Si sedette accanto a lui.
“Ma mi sembri curioso.” Gli disse “Non fai che guardarmi il cazzo… non è che lo vuoi vedere?” Disse stringendo il pacco ormai visibilmente gonfio.
Luca non disse nulla.
Guardò me.
Io mi avvicinai.
Mi inginocchiai ai suoi piedi.
Gli aprii i jeans.
Lo spogliai lentamente.
Poi lo accarezzai tra le gambe.
“Fidati di me,” gli sussurrai.
“Vedrai che ti piacerà.”
Luca annuì.
Aveva il cazzo duro.
Gli tremavano le mani.
Lo feci alzare.
Lo presi per i fianchi.
E lo guidai.
Lo guidai fino a farlo inginocchiare davanti a Ettore.
Ettore era seduto, a gambe aperte. Presi la mano di Luca e lo aiutai ad abbassare la slip e a portare il cazzo fuori dai pantaloni.
Era enorme, duro, pulsante.
Luca lo fissava.
Respirava forte.
Aveva gli occhi lucidi.
Io ero dietro di lui, le mani sulle sue spalle.
E con voce dolce, gli dissi:
“Apri la bocca.”
Luca obbedì.
E fu così che prese in bocca il suo primo cazzo, il cazzo di un uomo di un uomo di sessantanove anni.
Perché io glielo avevo proposto.
Perché si fidava.
Perché era pronto.
E in quel momento, mentre guardavo le sue labbra avvolgersi intorno a quella verga che conoscevo così bene, seppi che l’iniziazione era cominciata.
Luca aveva il cazzo di Ettore in bocca, e tremava.
Non di paura.
Ma di qualcosa che non aveva mai provato.
Il corpo rigido, la lingua incerta, ma il respiro già sincopato.
Il suo sguardo cercava il mio, e io ero lì, accanto a lui, nudo, in ginocchio, come una guida che accompagna l’ingenuo verso il precipizio.
Ettore lo lasciava fare.
Seduto, rilassato, con gli occhi chiusi e un sorriso sottile.
Ogni tanto emetteva un gemito basso, quasi un ringhio.
Il suo cazzo — lungo, spesso, dominatore — pulsava tra le labbra inesperte di Luca, che lo prendeva sempre più a fondo, sempre più convinto.
“Bravo,” mormorò Ettore, con voce bassa.
“Usa la lingua. Così. Ancora. Fammi sentire che hai fame.”
Luca obbediva.
Il suo viso arrossato, la fronte sudata.
Io osservavo, e dentro di me qualcosa si contorceva:
desiderio, rabbia, nostalgia.
Era come rivedere me stesso la prima volta.
Il ragazzo ingenuo che si offriva, convinto di scegliere, quando in realtà stava solo cedendo.
Ettore lo fece alzare.
“Ti piace?” chiese Ettore.
Luca annuì.
La voce non gli usciva più.
Ettore si alzò, lo girò con fermezza.
Lo fece piegare sul divano.
Prese un flacone di lubrificante dal tavolino, lo aprì con calma, e glielo versò lentamente sul buco.
Il liquido scivolava tra le natiche, e Luca gemette.
Poi un dito.
Poi due.
Poi il respiro che si spezza.
“Lo vuoi?” chiese Ettore, la voce roca.
“Sì…” ansimò Luca, quasi stupito dalle proprie parole.
E allora Ettore lo prese.
Con un solo gesto, gli infilò dentro la testa del cazzo, e Luca urlò.
Un urlo misto di dolore e piacere, che riempì la stanza come un inno profano.
Il suo corpo si tese, ma non si ritrasse.
Anzi, si aprì.
Accolse.
“Bravissimo,” sussurrò Ettore, mentre cominciava a muoversi dentro di lui, lentamente, con potenza.
Ogni spinta era una lezione.
Ogni colpo, una rivelazione.
Luca si trasformava sotto i miei occhi.
Da ragazzo timido a puttana nascente.
E io lo guardavo, e godevo.
Pensavo a mio nonno.
Pensavo a Ettore.
Pensavo a come quella stessa scena, anni prima, aveva fatto nascere la mia vera natura.
Ero duro.
Gocciolavo.
Mi accarezzavo piano, senza toccarmi troppo.
“Vieni qui,” disse Ettore, senza nemmeno voltarsi.
La voce del padrone.
Mi avvicinai, nudo.
Mi inginocchiai accanto a loro.
Luca era ora piegato sul divano, il culo aperto, il cazzo di Ettore che lo dilatava senza pietà.
Gli occhi lucidi, la bocca semiaperta, gocciolante di saliva.
“Leccalo,” ordinò Ettore.
Non chiesi chi.
Non chiesi dove.
Mi chinai, e cominciai a leccare il punto esatto in cui il cazzo di Ettore entrava nel corpo di Luca.
Il sapore era caldo, misto a lubrificante e sudore.
E io godevo.
“Prendi il plug. Inserisciglielo in bocca.”
Lo feci.
Luca lo succhiava mentre veniva scopato.
Gemiti, parole smozzicate, singhiozzi.
Poi Ettore lo fece sdraiare sul tappeto.
Sopra Luca, sopra il suo corpo teso, mi fece inginocchiare.
“Scopalo con la lingua.
Fagli capire che qui nessuno è attivo, a parte emme.”
Mi chinai.
Leccai il suo buco arrossato.
Poi leccai il suo cazzo, ancora duro, e poi lo baciai.
Senza vergogna.
Con passione.
Con compassione.
E dentro quel bacio, Luca tremò.
E venne.
Senza nemmeno essere toccato.
Uno spruzzo improvviso, potente, sul mio petto.
Ettore, vedendolo godere così, riprese possesso del corpo di Luca.
I colpi divennero violenti.
Dominanti.
E poi lo riempì.
Con un grugnito profondo, quasi animale lo iniziò ad un nuovo mondo che non conosceva.
Luca rimase a terra.
Sudato, sfinito, con il culo pieno.
Ma con un sorriso.
Con gli occhi lucidi.
Con la bocca ancora aperta.
Io lo guardai, e vidi qualcosa di nuovo.
Non solo eccitazione.
Non solo umiliazione.
Ma la nascita di qualcosa.
Un’identità.
Una vocazione.
Ettore si accese una sigaretta.
Fece una boccata lunga, soddisfatta.
Poi mi guardò.
“Bravo, Paolino. Hai scelto bene.”
Dopo Luca, tutto cambiò.
Ettore sembrava aver assaporato di nuovo qualcosa che gli mancava da tempo.
La sua fame si era riaccesa.
E con il passare delle settimane, crebbe.
Giorno dopo giorno.
Fino a diventare ossessione.
Cominciò a chiedermi sempre più spesso:
“Ne hai trovati altri?”
“Ce n’è uno nuovo?”
“Quello di ieri, l’hai rivisto?”
Avevo iniziato per gioco, per soddisfarlo, per denaro, per vendicarmi del mio passato.
Ma ora era diverso.
Ero diventato un tramite.
Un portale.
Una macchina di reclutamento.
I ragazzi venivano da me.
Li seducevo.
Li ammorbidivo.
Li preparavo.
E li consegnavo.
Ogni volta la stessa liturgia.
Aperitivo.
Margarita.
Casa pulita, luci soffuse.
Battute.
Contatto.
Spogliarello.
Fiducia.
Poi arrivava Ettore.
E da lì iniziava il rito.
Non erano tutti uguali.
Alcuni crollavano subito.
Uno, Andrea, si era messo a piangere disperato implorando di smettere mentre Ettore lo prendeva, eppure era venuto tre volte in una notte.
Un altro, Lorenzo, si era dichiarato innamorato di Ettore dopo essere stato scopato brutalmente davanti a me.
Un altro ancora, Yuri, aveva chiesto di tornare ogni settimana: voleva servire Ettore, voleva essere punito, voleva un collare.
Ettore li trattava tutti con la stessa brutalità composta.
Mai una parola in più del necessario.
Mai un gesto dolce.
Solo dominio.
Faceva le stesse cose, con precisione chirurgica.
Li faceva inginocchiare.
Li pisciava in faccia.
Li faceva aprire con la bocca e le dita da me, mentre lui guardava e si toccava.
Poi li prendeva.
Lui per ultimo.
Sempre.
Perché doveva marchiarli.
Con il suo cazzo.
Con la sua sborra.
Una notte infilò un plug in un ragazzo, lo legò con delle cinghie e lo tenne così tutta la sera mentre riceveva ospiti che gli accarezzavano il culo come fosse un soprammobile.
Un’altra volta, fece succhiare tre ragazzi uno dopo l’altro da me, poi li mise in fila e li scopò tutti, senza pause.
Io guardavo.
A volte partecipavo.
Ma dentro di me qualcosa si muoveva.
Una crepa.
Mi eccitavo.
Tantissimo.
Ma non riuscivo più a non vedere la ripetizione.
La routine.
Il meccanismo.
Stavamo trasformando desideri confusi in schiavitù.
E io ne ero il regista.
Una notte, dopo l’ennesima “sessione” con due ragazzi di Lettere, Ettore si sedette accanto a me, nudo, il corpo sudato, il cazzo ancora semi duro.
Mi porse un bicchiere di vino.
“Ti diverti ancora?” mi chiese, con voce calma.
Lo guardai.
“Non lo so.”
Ettore sorrise.
Bevve un sorso.
Poi, fissandomi negli occhi, disse:
“Sei diventato come me.”
Sentii il cuore stringersi.
Non per paura.
Per verità.
E in quell’istante capii che era vero.
Non ero più solo una puttana.
Ero un predatore.
Ero il lupo che portava gli agnelli al macello.
E godevo a farlo.
Ma in quel godimento c’era una crepa.
Una colpa.
Un nodo.
Che ancora non sapevo sciogliere.
Fu così che arrivò un venerdì sera e io andai ad una festa Erasmus.
Io c’ero andato per lavoro.
Ma nessuno lo sapeva.
Nessuno sapeva che ero lì per scegliere.
Per osservare.
Per portare a casa un nuovo corpo da offrire.
I jeans stretti, il jockstrap nero nascosto sotto, la camicia sbottonata al punto giusto.
Il profumo giusto.
Il sorriso giusto.
Mi muovevo tra i gruppi di ragazzi come una pantera in una riserva piena di prede.
Tutti ridevano.
Io sceglievo.
Poi lo vidi.
E il tempo si fermò.
Manuel.
Era lì.
Poco distante.
Appoggiato a una colonna, bicchiere in mano.
Più bello di quanto ricordassi.
Il viso più adulto.
Il corpo ancora perfetto.
I capelli pettinati male, con quella disattenzione studiata che mi faceva impazzire.
Mi fissava.
E io mi paralizzai.
Il bicchiere mi tremava tra le dita.
Sentii le gambe farsi molli.
Come se avessi appena ricevuto uno schiaffo.
E mentre lui cominciava a camminare verso di me, io precipitai.
Il passato mi esplose in testa come un’ondata.
L’odore del suo collo.
La sua voce che rideva con la mia.
La prima volta che l’avevo visto spogliarsi.
Il primo bacio.
Il primo sguardo pieno di desiderio.
La speranza che mi aveva acceso dentro.
Poi Ettore.
Poi i gemiti che venivano dalla stanza accanto mentre lo possedeva e io ero costretto ad ascoltare leccando il pavimento.
Il buio.
I corpi di uomini che ci possedevano entrambi.
La vergogna.
E infine quella frase:
“Non sono interessato a un mezzo uomo come te.”
Quel giorno avevo perso lui, la mia divinità. Quel giorno avevo perso tutto.
Ora era lì.
Davanti a me.
Un metro.
Poi mezzo.
Poi più vicino ancora.
Io non respiravo.
Sentivo il mio cazzo pulsare nei jeans.
Ma non era eccitazione.
Era qualcosa di più profondo.
Un’onda che mi risucchiava.
Il passato.
L’amore.
L’umiliazione.
Il cuore spezzato.
E poi, quando mi fu davanti, con un mezzo sorriso e gli occhi lucidi, mi disse semplicemente:
“Ciao Paolo.”
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Il Riscatto 7 - Carne Fresca:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
