Gay & Bisex
L’assistente del prof - 5 (finale)
30.01.2026 |
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"Marconi, dal suo punto di vista, guardava tutto con la calma di chi ha orchestrato ogni cosa da mesi..."
Mi svegliai con un sobbalzo interno, come se il mio cuore avesse deciso di fermarsi e ripartire nello stesso istante. Lorenzo dormiva ancora, il viso affondato nel cuscino, il respiro lento e pesante, il braccio che mi teneva stretto anche nel sonno. Lo guardai e fu come se tutto il mio corpo si arrendesse in un colpo solo, senza più lotta, senza più finzioni.
Lo amavo.
Lo amavo in modo inerme, nudo, totale.
Non c’era più spazio per la vergogna, per il “dovrei”, per il “non è giusto”.
Lorenzo non mi aveva violentato l’anima: aveva solo tolto le catene che io stesso mi ero messo addosso da quando ero bambino.
Aveva preso il mio rossore, la mia timidezza, il mio bisogno di tenere gli occhi bassi, e li aveva trasformati in fame pura. In voglia di inginocchiarmi. In desiderio di essere riempito, guardato, usato, condiviso.
E tutto questo lo aveva fatto con amore. Con un amore che mi aveva spezzato e ricostruito mille volte in una sola notte.
Mi chinai su di lui, gli baciai la nuca, la spalla, la curva della schiena.
Lui si mosse, aprì gli occhi, mi vide e capì subito.
«Ti amo» gli dissi, la voce bassa ma senza più tremori. «Ti amo fino a farmi male. E voglio essere completamente vostro. Voglio che mi prendiate tutti, che mi riempiano fino a farmi urlare, che mi usiate davanti a te e che tu mi usi davanti a loro. Voglio che sia ufficiale, che sia estremo, che sia senza ritorno. Voglio essere inerme. Voglio arrendermi del tutto. Portami lì. Fammi vostro, fammi tuo fino alla fine.»
Lorenzo si alzò su un gomito. Mi prese il viso tra le mani, gli occhi lucidi, quasi spaventati dalla mia resa assoluta.
«Teo… ascoltami. Lì dentro non sarò più il tuo ragazzo. Non c’è “noi due”. Sarò uno di loro. Ti tratterò come gli altri: ti farò mettere in ginocchio, ti farò succhiare davanti a tutti, ti farò scopare da chiunque, ti farò pisciare addosso se lo decidono. Dovrai ringraziare. Dovrai implorare. Dovrai sorridere mentre ti umiliano. E dovrai farlo perché lo vuoi, non perché devi. Sei sicuro di voler essere così… inerme?»
Lo guardai dritto negli occhi.
Il cuore mi usciva dal petto, ma era un battito di liberazione.
«Sì» risposi. «Voglio essere inerme. Voglio che tu mi veda mentre mi rompono e che io veda te mentre ti rompono. Voglio che sia doloroso, umiliante, estremo. Perché è questo che sono. E lo voglio con te che mi guardi. Sempre. Prendimi. Portami lì. Fammi tua in quel modo per sempre.»
Mi baciò con una violenza dolce, mi strinse fino a farmi male, come se volesse fondersi con me.
«Allora stasera» sussurrò. «Stasera diventi ufficialmente nostro.»
La casa del professore era già satura di tensione quando entrammo. Luci basse, odore di sigaro, cuoio, corpi caldi e già eccitati. Nel salotto due ragazzi del primo anno, in jockstrap neri, ginocchia sul tappeto. Quando mi videro si alzarono in silenzio, gli occhi bassi ma accesi di fame.
Mi circondarono.
Uno mi sfiorò il collo con le labbra tremanti, l’altro mi slacciò la camicia con dita lente, quasi religiose. Mi spogliarono centimetro dopo centimetro, baciando ogni pezzo di pelle esposta, leccandomi i capezzoli fino a farli diventare duri e doloranti, scendendo lungo l’addome con la lingua. Mi fecero girare, mi aprirono le natiche con mani delicate ma decise, mi leccarono il buco a lungo, bagnandomi, preparandomi, facendomi gemere forte e supplicare senza parole.
Alla fine mi misero in ginocchio tra loro, spalla contro spalla, visi alzati verso il cerchio.
Erano lì: Marconi al centro, tre professori associati sui sessanta – corpi solidi, sguardi affamati –, il presidente di facoltà con il suo sorriso calmo e crudele, e i tre assistenti, Lorenzo compreso. Tutti vestiti. Tutti duri. Tutti che ci guardavano come prede sacrificali.
Marconi fece un cenno.
Io alzai il mento, la voce chiara, inerme.
«Voglio essere vostro. Usatemi. Riempitemi. Fatemi tutto. Lo voglio. Lo imploro.»
Fu come se avessi dato il via a una diga che si rompe.
Il presidente fu il primo. Mi fece chinare in avanti, entrò lento ma inesorabile, riempiendomi fino alle palle. Io inarcai la schiena, gemetti forte, le lacrime di piacere che mi rigavano il viso.
«Dimmi che ami essere sfondato» ordinò.
«Lo amo» ansimai. «Lo amo da morire. Riempitemi tutti.»
Uscì e subito entrò un altro professore.
Più grosso, più brutale.
Mi scopò con affondi secchi, tenendomi per i capelli, facendomi urlare. Io spingevo indietro, implorando di più, di più forte, di più profondo.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.
Ogni cazzo diverso, ogni ritmo una tortura estatica. Mi riempivano uno dopo l’altro, il buco che colava seme caldo, che pulsava, che chiedeva ancora e ancora.
Lorenzo fu l’ultimo.
Quando entrò lo riconobbi all’istante. Mi guardò negli occhi mentre spingeva fino in fondo, lento, possessivo.
«Ti amo» sussurrò, solo per me.
Venni così, schizzando sul tappeto, il corpo che tremava violentemente, gridando il suo nome come una preghiera.
Pensai che fosse finita.
Ma quando mi girai, esausto e tremante, vidi Lorenzo.
Era a quattro zampe sul divano, il culo spalancato, il professore dentro di lui fino alle palle. Marconi spingeva lento ma profondo, ogni affondo faceva sobbalzare Lorenzo, gli strappava gemiti gutturali, rotti, disperati.
«Più forte… cazzo… sfondami… riempimi tutti…»
La voce di Lorenzo era un lamento crudo, bagnato di saliva e lacrime.
Il professore accelerò, le mani che affondavano nei fianchi lasciando lividi, il bacino che sbatteva contro le natiche con suoni umidi, osceni. Lorenzo inarcò la schiena al massimo, la testa buttata indietro, la bocca spalancata in un urlo silenzioso mentre veniva preso fino in fondo.
Poi un altro professore prese il posto. Entrò con violenza, senza esitazioni, e Lorenzo urlò, un suono viscerale, di puro abbandono.
«Riempimi… voglio sentirvi tutti dentro… datemi tutto…»
Un terzo si mise davanti, gli infilò il cazzo in gola mentre il secondo continuava a scoparlo da dietro.
Lorenzo succhiava con fame selvaggia, la gola che si contraeva, le lacrime che gli rigavano il viso, il corpo che oscillava avanti e indietro come un oggetto di piacere.
Vidi il suo orgasmo esplodere: il corpo si irrigidì, le vene sul collo gonfie, un gemito strozzato intorno al cazzo in bocca, e schizzò sul cuoio sotto di lui, schizzi potenti, lunghi, mentre veniva riempito da entrambi i lati.
In quel momento, dal mio punto di vista, Lorenzo non era più il mio amante dominante. Era un ragazzo inerme esattamente come me, un corpo che si dava senza riserve, che implorava di essere rotto.
E vederlo così – il mio Lorenzo, il mio amore, ridotto a un buco che si contraeva intorno a cazzi estranei, a una bocca che succhiava con disperazione, a un corpo che tremava e schizzava – mi colpì come un pugno allo stomaco. Non gelosia. Non rabbia. Solo un amore ancora più feroce, una voglia di proteggerlo e distruggermi insieme a lui, di essere uguale a lui in quella resa assoluta.
Il mio cazzo tornò duro come pietra, dolorante, pulsante, perché in quel momento capii che eravamo identici: due ragazzi che avevano trovato la loro vera natura solo quando qualcuno li aveva costretti a inginocchiarsi e a dire “sì”.
Marconi, dal suo punto di vista, guardava tutto con la calma di chi ha orchestrato ogni cosa da mesi.
Vedeva Lorenzo – il suo assistente prediletto, il ragazzo che aveva formato per anni – aprirsi e implorare come una puttana devota; vedeva me, il nuovo arrivato, il ragazzo di paese con il culo tondo e gli occhi da cerbiatto, finalmente spezzato e felice di esserlo.
Ogni gemito di Lorenzo era una vittoria per lui, ogni lacrima mia una conferma che il sistema funzionava.
Quando entrò in Lorenzo lo fece con una lentezza possessiva, quasi paterna, come se stesse marchiando di nuovo ciò che era già suo. Quando uscì e lasciò il posto agli altri, il suo sorriso era soddisfatto, sereno: sapeva che quella sera aveva aggiunto un altro pezzo al mosaico, un altro ragazzo che non sarebbe mai più scappato.
Il mio cazzo era duro, dolorante, pulsante.
Mi avvicinai strisciando agli altri due ragazzi. Erano sdraiati uno sull’altro, buchi rossi e aperti, colanti di seme misto, petti ansimanti. Mi misi sopra il primo, entrai di colpo, sentii il suo buco ancora caldo stringermi con violenza. Lui urlò, mi afferrò i fianchi, mi tirò più dentro.
L’altro si mise dietro di me, mi morse la spalla, poi entrò con un colpo secco. Sentii il bruciore, il riempimento doppio, il mio corpo che si apriva al limite.
Fu un groviglio selvaggio, primordiale. Ci scopavamo come bestie: io dentro uno, l’altro dentro di me, poi cambiavamo senza uscire, rotolando sul tappeto, corpi sudati che scivolavano, si incollavano. Ci baciavamo con la bocca piena di seme altrui, ci leccavamo i capezzoli gonfi, ci graffiavamo la schiena fino a sanguinare leggermente, ci spingevamo i cazzi in gola fino a soffocare.
Venni dentro il primo con un ruggito basso, sentendo il suo buco contrarsi in spasmi violenti. Lui venne subito dopo, schizzando sul mio addome. L’altro ragazzo mi riempì mentre io ero ancora dentro del primo, il suo seme caldo che si mescolava al mio dentro il compagno.
Ci crollammo uno sull’altro, un ammasso di arti, respiri spezzati, seme che colava ovunque.
Poi il cerchio si strinse.
Ci fecero inginocchiare tutti e tre in fila, visi alzati, bocche aperte, corpi inermi.
Prima Marconi. Si posizionò davanti a me, il cazzo ancora mezzo duro, le vene gonfie. Mi guardò negli occhi mentre iniziava.
Il getto di piscio partì forte, caldo, diretto in pieno viso. Mi colpì le guance, le labbra, entrò in bocca come un’onda salata e pungente. Deglutii d’istinto, il sapore acre che mi bruciava la gola, che mi riempiva lo stomaco vuoto.
Marconi spostò il getto più in basso, sul petto, sul mio cazzo ancora gocciolante, poi tornò sul viso, facendomi chiudere gli occhi. Io tenni la bocca spalancata, lasciai che mi riempisse fino a farmi colare dai lati delle labbra, fino a tossire e ingoiare ancora, il corpo che tremava per il calore e l’umiliazione liberatoria.
Poi gli altri, uno dopo l’altro.
Il presidente di facoltà mi pisciò direttamente in bocca, lento e controllato, come se stesse firmando un documento.
Un professore associato mi colpì gli occhi chiusi, facendomi lacrimare di più.
Un altro mi riempì il culo di ambrosia gialla, segnandomi come territorio conquistato.
L’ultimo assistente, quello che non conoscevo, mi pisciò sulla fronte, lasciando che il rivolo scendesse lungo il naso e nelle narici.
Gli altri due ragazzi ricevettero lo stesso trattamento: getti che li colpivano in faccia, in bocca, sul petto, sui cazzi. Uno di loro tossì, deglutì, sorrise con le labbra bagnate. L’altro tenne la bocca aperta come me, ingoiando con gratitudine visibile.
Quando finì ero fradicio, il tappeto sotto di me una pozza scura e calda, il corpo che odorava di piscio, seme, sudore e resa assoluta.
Lorenzo mi prese per mano. Le sue dita erano viscide, tremanti.
Ci alzammo barcollando. Ci vestimmo in fretta, i vestiti che si appiccicavano alla pelle bagnata e sporca.
Tornammo a casa in silenzio, la macchina piena dell’odore di noi, di loro, di tutto.
Nel letto ci buttammo nudi, ancora fradici, ancora puzzolenti.
Ci abbracciammo stretti, i corpi che si incollavano per il sudore, il seme, il piscio che si asciugava sulla pelle.
«Ti è piaciuto?» chiese lui, la voce rauca, spezzata dall’emozione.
«Sì» risposi, affondando il viso nel suo collo. «Da impazzire. Voglio rifarlo domani. E dopodomani. Voglio che sia la mia vita. Ginocchia sbucciate, gola piena, culo dilatato, corpo marchiato da tutti voi. E tu che mi guardi. Sempre. Sono inerme. Sono tuo. E ne sono felice.»
Lui mi strinse più forte, le labbra contro la mia tempia, la voce un sussurro roco.
«Allora sarà così. Ti amerò mentre ti rompono. E tu amerai me mentre io mi do. Siamo fatti per questo. Insieme. Per sempre.»
Chiusi gli occhi.
Sentivo ancora il seme colare fuori da me, misto al piscio che si seccava sulla pelle, il bruciore nel culo, il sapore salato in gola.
E per la prima volta nella vita non provai nulla se non pace.
Una pace feroce, viscerale, oscena.
[Fine]
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