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Gay & Bisex

L’assistente del prof - 1


di Porco86_Milano
26.01.2026    |    8.471    |    19 9.9
"Lo prese tra le labbra senza fretta, prima solo la cappella, succhiando piano, la lingua che girava lenta intorno al frenulo..."
Sono arrivato a Milano con una valigia di plastica scrostata e una borsa di studio che pesava più di tutti i miei vestiti messi insieme.

Vengo da San Luca di Aspromonte. 487 abitanti. Un pugno di case aggrappate a una collina aspra in provincia di Reggio Calabria, dove l’asfalto finiva presto e le capre pascolavano ancora libere. Lì tutti sapevano tutto di tutti, e fin da bambino avevo imparato a tenere gli occhi bassi quando passavo davanti al bar o alla chiesa. Non perché avessi già capito di essere gay – quello l’avrei capito dopo, a quindici anni, guardando di nascosto un ragazzo più grande che si cambiava dopo la partita – ma perché sentivo di essere diverso. Troppo delicato nei lineamenti, troppo morbido nei fianchi, troppo silenzioso.

A diciotto anni, con il massimo dei voti al liceo scientifico e una borsa di studio per reddito e merito, ero scappato. Milano mi sembrava un altro pianeta: metropolitana che puzzava di ferro e sudore, tram che stridevano, ragazzi che si baciavano in strada senza che nessuno li guardasse due volte. Io invece arrossivo ancora se qualcuno mi sfiorava per sbaglio in ascensore.

Il corso opzionale che avevo scelto al primo anno era “Comunicazione non verbale e linguaggio del corpo”, sei crediti, tenuto dal professor Giancarlo Marconi, un sessantenne con la voce da attore di prosa e gli occhiali tondi.

A fare lezione con lui, quasi sempre, c’era Lorenzo: 27 anni, neo-laureato con lode, dottorando e assistente del professore. Alto, spalle larghe da chi aveva remato per anni al liceo, capelli castani tagliati corti ma non troppo, barba di tre giorni che gli scuriva la mascella.

Indossava sempre camicie slim blu navy o grigie, maniche arrotolate sugli avambracci definiti. Quando parlava guardava negli occhi, uno per uno, come se stesse leggendo i pensieri.

Sedevo in fondo all’aula, ginocchia strette, quaderno aperto ma penna ferma. Ogni volta che Lorenzo passava tra i banchi per fare domande e interagire con noi studenti, sentivo l’aria spostarsi. Profumo di legno e agrumi, un dopobarba costoso ma non invadente.

Una volta si era fermato proprio accanto a me, aveva appoggiato una mano sul bordo del banco – dita lunghe, nocche evidenti – e mi aveva chiesto:
«Tu che ne pensi delle micro-espressioni di Ekman? Secondo te si possono davvero mascherare?»
Avevo balbettato tre parole sconnesse. Lui aveva sorriso – non un sorriso gentile, ma uno di quelli che dicono “ti ho visto” – e aveva continuato senza insistere.

Dopo la lezione della quarta settimana, mentre gli altri uscivano chiacchierando, Lorenzo si avvicinò a me mentre stavo ancora raccogliendo le cose con gesti lenti, come per ritardare l’uscita.
«Ti va di prendere un caffè? Devo parlarti del tuo elaborato intermedio.»
Alzai gli occhi. Cuore in gola. Annuii senza voce.

Non fu un caffè. Mi portò in un locale piccolo dietro Brera, luci calde, tavolini di legno scuro. Ordinò due spritz (io non avevo mai bevuto uno spritz) e parlò del corso, ma anche di Milano, di come fosse difficile ambientarsi all’inizio, di come lui stesso fosse arrivato da una cittadina del Veneto alcuni anni prima e si fosse sentito perso.

Ascoltavo, annuivo, sorseggiavo piano. Lorenzo mi guardava fisso, senza distogliere lo sguardo.

Ogni tanto mi sfiorava il polso con le dita mentre indicava qualcosa sul telefono – una foto di un’esposizione, un meme sul body language – tocchi leggeri, apparentemente casuali.

«Hai un modo di muoverti… particolare» disse a un certo punto, abbassando la voce. «Molto fluido. Molto… aperto. Lo noti anche tu?»

Arrossii fino alle orecchie. Non sapevo cosa rispondere. Lorenzo sorrise di nuovo, quel sorriso obliquo.

«Ti va di continuare la chiacchierata da me? Abito a dieci minuti a piedi. Ho il materiale del corso lì, e un divano decente. Niente di che, solo per parlare tranquilli.»
Dissi di sì. Non sapevo nemmeno perché. O forse sì.

L’appartamento di Lorenzo era al quarto piano senza ascensore, in un palazzo vecchio ma ristrutturato. Due locali stretti, libri ovunque, una cucina minuscola, un divano grigio scuro e una lampada che dava luce calda. Odore di caffè e di pulito.

Lorenzo chiuse la porta e si tolse la giacca. Sotto la camicia si vedeva il petto definito, i capezzoli che premevano appena contro il tessuto.

«Siediti» disse indicando il divano.
Obbedii, ginocchia unite, mani sulle cosce. Lorenzo si sedette accanto a me, non troppo vicino, ma abbastanza da farmi sentire il calore del suo corpo.

Parlammo ancora del corso. Poi Lorenzo cambiò discorso.
«Sai qual è la prima cosa che noto in una persona?» chiese, girandosi verso di me. «Il modo in cui respira quando è nervoso. Il tuo respiro adesso è corto. Cortissimo.»

Deglutii. Sentivo il cuore sbattere contro le costole.
Lorenzo allungò una mano, lentamente, e mi sfiorò il collo con due dita, proprio sotto l’orecchio.
«Qui batte fortissimo» mormorò. «Posso?»

Non risposi. Non riuscivo. Ma non mi tirai indietro.
Le sue dita scesero piano, seguendo la linea della clavicola, poi tornarono su, accarezzandomi la nuca. Chiusi gli occhi. Tremavo.
«Sei bellissimo quando arrossisci» disse Lorenzo, voce bassa, quasi un ringhio morbido. «E hai un culo che fa girare la testa a mezza aula. Lo sai?»

Riaprii gli occhi di scatto, ma non trovai la forza di protestare. Lorenzo si avvicinò ancora, fino a sfiorarmi le labbra con le sue, senza baciarmi davvero. Solo un contatto leggero, elettrico.
«Dimmi di no e me ne sto fermo» sussurrò. «Dimmelo adesso.»
Non dissi niente. Socchiusi le labbra.

Lorenzo mi baciò. Lento all’inizio, poi più profondo. Lingua che entrava decisa, mano che mi stringeva la nuca per tenermi fermo. Gemetti piano nella sua bocca, le mani che si aggrappavano alla sua camicia senza sapere cosa fare.

Lorenzo mi spinse delicatamente all’indietro, facendomi sdraiare sul divano. Mi salì sopra, ginocchia ai lati dei miei fianchi, continuando a baciarmi mentre con una mano mi sollevava la maglietta. Pelle liscia, zero peli, addome piatto che tremava.
«Cazzo quanto sei morbido» mormorò contro il mio collo, mordicchiandolo piano. «Sembra seta.»

Le sue mani scesero, slacciarono i miei jeans con calma esasperante. Quando infilò le dita dentro le mutande e trovò il mio sesso già duro, gonfio, inarcai la schiena con un gemito soffocato.
Lorenzo sorrise contro la mia pelle.

«Bravissimo. Lasciati andare.»

Mi spogliò completamente, lentamente. Io nudo sul divano, gambe aperte, cazzo che puntava verso l’ombelico, culo tondo e alto che sembrava scolpito. Lorenzo si tolse la camicia, i pantaloni, restando in boxer neri aderenti. Il rigonfiamento era evidente, grosso.

Si chinò, leccò il mio collo, scese sul petto, succhiò un capezzolo facendolo indurire all’istante. Ansimavo, mani nei suoi capelli.

Poi scese ancora più in basso, baciando la linea centrale del mio addome, fermandosi appena sopra l’ombelico.

Sentii il suo respiro caldo sfiorarmi la pelle prima che la sua bocca arrivasse al mio sesso. Lo prese tra le labbra senza fretta, prima solo la cappella, succhiando piano, la lingua che girava lenta intorno al frenulo. Gemetti forte, le anche che si sollevarono da sole.

Lorenzo mi tenne fermo con le mani sui fianchi, poi scese più in profondità, prendendomi tutto in bocca con un movimento fluido e caldo. Succhiava ritmico, la gola che si contraeva appena intorno a me, una mano che scivolava sotto a massaggiarmi le palle con delicatezza possessiva.
Ero già al limite, il piacere che saliva a ondate. Lui lo capì e rallentò, tirandosi indietro con un ultimo bacio umido sulla punta, lasciandomi tremante e gocciolante.

«Adesso tocca a te» mormorò, voce rauca.
Si sedette comodo contro lo schienale, allargò le gambe e abbassò i boxer. Il suo cazzo saltò fuori, spesso, grosso, venoso, la cappella lucida di liquido preseminale. Mi prese per i capelli con delicatezza, non per forzare, ma per guidarmi.
«Vieni qui, piccolo. Prendilo in bocca.»

Mi chinai, il cuore che batteva fortissimo. Aprii le labbra e lo assaggiai per la prima volta: sapore salato, caldo, maschio. Iniziai piano, succhiando solo la punta, imitando quello che aveva fatto lui. Lorenzo sospirò profondo, una mano che mi accarezzava la nuca.

«Così… bravo… più in fondo, se riesci.»

Provai. Lo presi più dentro, sentendolo pulsare contro la lingua, la gola che si stringeva un po’. Lui gemette basso, incoraggiandomi con carezze lente nei capelli. Continuai, su e giù, imparando il ritmo, il modo in cui la sua mano tremava leggermente quando arrivavo in fondo. Il suo respiro si fece più pesante, i muscoli delle cosce tesi.

Dopo qualche minuto mi tirò su piano, mi baciò di nuovo – le nostre bocche che sapevano l’uno dell’altro – e mi guardò negli occhi.
«Sei perfetto» sussurrò.

Poi Lorenzo mi girò piano, faccia in giù. Mi aprì le natiche con le mani grandi.
«Cristo santo» sussurrò. «Questo culo è un crimine.»
Baciò la curva, morse leggermente, poi passò la lingua lungo la fessura. Sobbalzai, gemetti forte, vergognandomi ma incapace di fermarlo. Lorenzo leccava lento, insistente, bagnandomi tutto, preparandomi.

Quando ero ormai un fascio di tremori e suppliche mute, Lorenzo si alzò, prese il lubrificante dal cassetto, si lubrificò il cazzo – spesso, venoso, cappella già lucida – e si posizionò.

«Guardami» ordinò dolcemente.
Girai la testa, occhi lucidi.
Lorenzo entrò piano. Centimetro dopo centimetro. Strinsi i cuscini, bocca aperta in un gemito silenzioso. Dolore e piacere insieme, mai provati prima.

«Bravo… così… prendilo tutto» sussurrava Lorenzo, spingendo fino in fondo.
Poi iniziò a muoversi. Prima lento, profondo. Poi sempre più deciso.

Gemevo a ogni affondo, culo che si apriva, corpo che si arrendeva. Lorenzo mi teneva i fianchi, dita che affondavano nella carne morbida.

«Sei mio» ringhiò, accelerando. «Sei mio.»
«…sono tuo…» riuscii a sussurrare, voce rotta.

Lorenzo si chinò su di me, petto contro la mia schiena, mi baciò sul collo mentre mi scopava più forte.

Quando venne, lo sentii: il cazzo si contrasse, uno, due, tre schizzi arrivarono nel mio culo, si spinse fino in fondo e rimase lì, pulsando, riempiendomi di altri schizzi caldi e densi.

Sentii il calore diffondersi dentro, mi sentii per la prima volta me stesso, e venni a mia volta senza toccarmi, schizzando sul divano, tremando tutto.

Lorenzo rimase dentro ancora qualche secondo, respirando pesante contro il mio orecchio.
Poi uscì piano, con un ultimo gemito basso.

Sentii il suo seme caldo colare lentamente fuori dal mio buco. Lorenzo raccolse con due dita quella crema densa che sgocciolava, la portò alle mie labbra ancora aperte dal piacere.
«Apri» sussurrò.
Obbedii. Le sue dita entrarono piano nella mia bocca. Leccai, assaporando il gusto salato e forte di lui mescolato al mio stesso calore. Lui mi guardava, occhi scuri e soddisfatti.

Poi si chinò e mi baciò profondamente, la lingua che raccoglieva il sapore di noi due insieme, un bacio lento, possessivo, che sapeva di noi.

«Questo è solo l’inizio, piccolo» mormorò, dandomi un ultimo bacio lento sulla nuca. «Non voglio fare a meno di te»

«Nemmeno io» risposi

Chiusi gli occhi, ancora pieno, ancora tremante, e per la prima volta nella vita non ebbi paura di quello che desideravo davvero.

[continua]
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