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Gay & Bisex

L’assistente del prof - 3


di Porco86_Milano
28.01.2026    |    917    |    0 9.8
"Continuò ancora qualche affondo profondo, poi si fermò dentro, pulsando, riversando schizzi caldi e lenti che sentii diffondersi..."
Passarono tre settimane in cui il silenzio tra noi divenne una presenza fisica. Lorenzo mi trattava con la stessa dolcezza di sempre: mi sfiorava la schiena quando passavo in cucina, mi baciava l’angolo della bocca prima di addormentarmi, mi teneva stretto come se temesse che potessi sparire.

Ma ogni carezza sembrava pesata, ogni sguardo un po’ troppo attento. Io non chiedevo. Non avevo il coraggio di rompere quel fragile equilibrio.

Poi arrivò il messaggio del professore, martedì pomeriggio, poche righe asettiche:
“Teo, c’è un errore per l’iscrizione al corso. Non risulti caricato. Passa in ufficio alle 18:30, prima della chiusura. Urgente per la verbalizzazione.”

Lorenzo era a una riunione fino a tardi. Gli scrissi. Non rispose. Mi dissi che era normale. Mi dissi che era solo burocrazia.

L’università alle 18:30 era deserta. Luci al neon fredde nei corridoi, silenzio rotto solo dai miei passi. Bussai.

«Avanti»

Il professor Marconi era seduto alla scrivania, occhiali sulla punta del naso, camicia bianca con le maniche arrotolate sugli avambracci segnati da vene evidenti. Mi indicò la sedia di fronte.

«Chiudi la porta»

Il clic mi fece sobbalzare.

Spiegò il problema con voce pacata: matricola non associata, errore di sistema, credito a rischio.

«Te lo mostro meglio» disse, girando il monitor verso di me.

Ma non c’era la schermata del software dell’università.

C’era un video.
L’inquadratura fissa, ripresa da un angolo alto della camera da letto di Lorenzo.

Lorenzo nudo, a quattro zampe, schiena inarcata in modo osceno, viso affondato nel materasso. Il professore dietro di lui, mani forti sui fianchi, che lo penetrava con ritmo lento e profondo. Lorenzo gemeva senza ritegno, la voce spezzata, implorante.

«Più forte… ti prego… scopami più forte, Giancarlo…»

Il professore gli afferrò i capelli, tirò indietro la testa fino a fargli inarcare il collo. Lorenzo aprì la bocca in un urlo di piacere puro, gli occhi semichiusi, le labbra gonfie.

«Dimmi quanto ti piace essere preso così!»
«Mi piace… cazzo, mi piace da morire… riempimi…»

Il video continuava. Io non respiravo più. Le lacrime scesero silenziose, calde, senza singhiozzi.

Il professore bloccò il video. Silenzio denso.

«Teo» disse con tono quasi paterno. «La carriera si fa con i compromessi. Lo capisci prima o lo capisci dopo. Ma lo capisci.»

Mi alzai di scatto, barcollando verso la porta. Lui mi fermò prendendomi il polso, non con violenza, ma con fermezza.

«Non scappare»

Mi voltai. Il viso bagnato, il respiro rotto.

«Perché… perché mi fa questo?»

Si avvicinò. Mi sfiorò la guancia con il dorso delle dita, asciugando una lacrima.

«Perché il tuo corpo lo vuole. Perché lo senti già. E perché, in fondo, sai che non c’è niente di gratis»

Mi baciò. Labbra secche, sapore di tabacco e caffè amaro.

Io rimasi fermo, schifato, ferito, ma il corpo ricordava tutto: il calore, il riempimento, il senso di essere desiderato anche quando veniva usato. Il disgusto e il desiderio si annodarono nello stomaco.

Mi spinse contro la scrivania. Mi slacciò i jeans con gesti precisi. Mi abbassò i boxer. Il mio sesso era già gonfio, traditore. Sorrise appena.

«Vedi? Parla per te, parla di te»

Mi girò di spalle, mi piegò in avanti. Lubrificante freddo versato direttamente, due dita che entravano rapide, funzionali, allargandomi senza troppe attenzioni.

Quando entrò fu lento ma inesorabile. Centimetro dopo centimetro, il bruciore familiare, la pienezza che mi toglieva il fiato.

Appoggiai la fronte al legno freddo della scrivania, lacrime che cadevano sul piano lucidato.

Mi scopò con calma metodica. Affondi lunghi, controllati. Ogni spinta mi strappava un gemito che odiavo emettere, ma che usciva comunque. Il mio cazzo sfregava contro il bordo della scrivania, gocciolante, duro da far male. Il piacere saliva a ondate violente, intrecciato al dolore al petto, alla sensazione di essere sporco, tradito, ridotto a oggetto.

«Bravo» mormorò, una mano che mi accarezzava la nuca con falsa tenerezza. «Lasciati prendere. Tanto ormai sei dentro fino in fondo»

Venni prima di lui. Un orgasmo brutale, quasi punitivo, che mi fece tremare le gambe e singhiozzare.

Schizzai sul legno, il corpo che si contraeva intorno a lui. Continuò ancora qualche affondo profondo, poi si fermò dentro, pulsando, riversando schizzi caldi e lenti che sentii diffondersi.

Uscì piano. Il seme colò lungo le cosce. Mi girai, ginocchia molli.

Prese il telefono. Fece partire un altro video: io, piegato sulla stessa scrivania, viso devastato da pianto e piacere.

«L’ho mandato a Lorenzo» disse con voce neutra.

«Non c’è mai stato rischio di licenziamento. Solo un piccolo aumento nella borsa di ricerca che mi ha chiesto da mesi. Gli serviva solo una scusa per farti cedere. E tu l’hai fatto»

Le gambe mi cedettero. Mi appoggiai alla parete.

«Vai a casa, Teo. Riposati»

Uscii barcollando.
Il corridoio sembrava non finire mai.

Quando aprii la porta di casa, Lorenzo era lì. Seduto sul divano, camicia aperta sul petto, bicchiere di whisky in mano. Mi guardò senza sorpresa.

Scoppiai. Urlai. Gli tirai contro un libro, poi lo spinsi, lo colpii al petto con i pugni.

«Bastardo… come hai potuto…»

Mi afferrò i polsi.
Mi inchiodò al muro.
Mi baciò con forza, lingua che invadeva, sapore di alcol e di lui.

Lottai.
Piangevo.
Poi cedetti.

Le mani gli afferrarono i capelli, lo tirai più vicino. Lo baciai con rabbia, mordendogli il labbro fino a sentire il sapore del sangue.

«Ti odio» gli sussurrai contro la bocca.
«Lo so» rispose lui, voce bassa. «Eppure mi vuoi ancora»

Mi strappò i vestiti di dosso.
Io feci lo stesso con lui: gli slacciai la cintura, gli abbassai i jeans con gesti furiosi. Il suo cazzo era già duro, gonfio, lucido in punta.

Lo spinsi sul divano. Lui si lasciò cadere, gambe aperte, sguardo provocatorio.

«Fallo» disse piano. «Se ti serve, prendimi»

Mi inginocchiai tra le sue gambe. Lo presi in bocca con violenza, succhiando forte, quasi punendolo.

Lui gemette, una mano nei miei capelli, non per forzare, ma per tenermi lì.

Poi mi tirai su.
Lo girai di spalle.
Lo piegai sul bracciolo del divano, culo in alto, aperto, invitante.

Presi il lubrificante dal tavolino, me lo spalmai sul cazzo con gesti rapidi. Mi posizionai.

Entrai con un unico colpo deciso. Lorenzo inarcò la schiena, gemette forte, mani che afferravano il tessuto del divano.

«Cazzo… sì… così…»

Lo scopai con rabbia. Affondi profondi, secchi, ogni spinta un’accusa, una rivendicazione.

Lui gemeva sotto di me, il corpo che si apriva, che accoglieva ogni colpo. Gli afferrai i fianchi, dita che affondavano nella carne morbida.

«Dimmi che mi ami» ringhiò lui, voltando la testa per guardarmi.
«Ti amo… ti odio… ti voglio…»

Accelerai. Il suono dei nostri corpi che sbattevano riempiva la stanza.

Lui si toccò, masturbandosi con movimenti rapidi, disperati.

Venni dentro di lui con un grido strozzato, schizzi caldi che lo riempivano, mentre sentivo ancora il seme del professore che colava dal mio buco.

Lorenzo venne subito dopo, schizzando sul divano, tremando sotto di me.

Crollammo insieme. Io sopra di lui, ancora dentro, respiri spezzati.

Restammo in silenzio a lungo.
Non sapevo più cosa provassi.


Amore e tradimento, desiderio e disgusto, rabbia e sottomissione si annodavano in un groviglio che mi soffocava.

Lorenzo girò la testa, mi sfiorò la guancia con le labbra.

«Domani ne parliamo» sussurrò.

Non risposi.
Chiusi gli occhi.

E dentro di me c’era solo un grande, doloroso vuoto.

[continua]
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