Gay & Bisex
Il Riscatto 9 - Il prezzo della libertà
11.08.2025 |
403 |
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"La sua voce, ruvida, netta, tagliava l’aria come una lama vecchia ma ancora affilata..."
Non fu una decisione improvvisa.Ci misi giorni.
Forse settimane.
Ma alla fine, capii che Manuel non era un’ossessione del passato: era una possibilità. L’unica.
Nei giorni successivi al nostro incontro, avevo provato a scappare da tutto, anche da me stesso.
Avevo riempito le giornate con corpi, soldi, clienti che mi chiamavano per nome fingendo di conoscermi, uomini potenti che mi trattavano come un vizio privato da nascondere dietro un bonifico e un sigaro di troppo. Eppure, ogni volta che restavo solo, tra le lenzuola ancora calde del cazzo di qualcuno, era un altro nome quello che tornava a bussarmi dentro: Manuel.
Non Ettore, non mio nonno, non i padri che avevo servito né i figli che avevo iniziato. Solo lui.
Avevo capito che non c’era più niente che potesse soddisfarmi davvero se non tornare a condividere qualcosa con lui. Nessuna scopata, nessun plug, nessuna stretta di collare mi faceva battere il cuore come la possibilità di sfiorarlo di nuovo. Non era solo amore. Era bisogno. Era dipendenza. Era una crepa mai chiusa.
Così decisi.
Era finita.
Dovevo liberarmi.
Anche da Ettore.
Stavo per laurearmi, avevo un conto in banca a cinque zeri dopo aver lavorato per Ettore, una rete di clienti facoltosi che mi avrebbero potuto dare da vivere e magari inserire nel mondo del lavoro. Era abbastanza per viverci sia io che Manuel. Certo non nel lusso a cui mi ero abituato negli ultimi tempi, ma in fondo non cercavo quello ma una vita finalmente normale. Una vita dove c’era forse spazio per l’amore.
Presi la decisione definitiva.
Quando lo dissi a Ettore, era sera.
Casa pulita, tende abbassate, tappeto steso come sempre.
Lui stava leggendo, occhiali sul naso, vestaglia aperta.
Io ero nudo, in piedi davanti a lui, con le mani dietro la schiena.
Una posizione che avevo imparato a usare anche quando non me la ordinava.
“Voglio chiudere,” dissi.
La voce mi tremava un po’, ma le parole erano chiare.
“Ho finito. Ho capito cosa voglio. E non è più questo.”
Ettore non alzò subito lo sguardo.
Sfogliò un’ultima pagina.
Poi chiuse il libro.
Si tolse gli occhiali con calma, li poggiò sul tavolo basso.
Mi guardò a lungo. Con quegli occhi che conoscevano ogni mio gemito.
“Lo sapevo,” disse. “Da un po’.”
Si alzò. Camminò verso di me.
Il suo corpo ancora imponente, anche senza più la furia di un tempo.
Mi sfiorò il mento.
“Sei cresciuto bene, Paolino.”
Poi, una pausa.
“Ma una volta ancora. Come dico io. Una vera.”
Abbassai gli occhi. Il cazzo divenne duro all’istante. Il cuore batteva forte.
“Va bene,” mormorai.
Non era un’ultima concessione. Era un rito. Una chiusura. Una cicatrice da lasciare aperta.
La stanza era la stessa di sempre, ma sembrava diversa.
Luce più calda, più bassa.
Niente musica.
Solo il rumore del respiro.
Mi inginocchiai, nudo.
Ettore era già pronto. Sotto la vestaglia, era vestito con cura. Camicia nera, pantaloni scuri.
Aveva in mano un collare nuovo.
Nero lucido. Pelle morbida. L’anello frontale brillava come argento.
Lo fissai.
“Aprilo.”
Obbedii.
Me lo mise lentamente. Lo strinse.
Mi sentii tornare suo. Per l’ultima volta.
Poi mi fece annusare il suo odore, come si fa con un cane ben addestrato.
Mi infilò un nuovo plug d’argento, più grande del solito. Era chiaramente uno che aveva tenuto per un’occasione speciale.
Entrò con resistenza. Il culo lo respingeva. Una resistenza che lo fece sorridere.
“Non sei mai stato così stretto,” disse.
“È la paura?”
Non risposi.
Lui lo sapeva.
Io lo sapevo.
Il plug entrò con uno scatto deciso. Era più grande. Più freddo. Mi aprì fino a farmi gemere.
Mi fece sdraiare sul tappeto.
Mi legò i polsi dietro la schiena con una fascia morbida.
Mi lasciò così, per qualche minuto. Nudo, inginocchiato, con il plug dentro, il collare stretto, le mani legate dietro la schiena.
Poi si mise dietro di me. Mi aprì ancora. Mi prese senza preavviso.
Ogni colpo era un addio. Ma anche un marchio.
Mi scopava con una lentezza crudele. Come per imprimere in ogni muscolo il suo possesso.
Mi penetrò con calma.
Profondamente.
Come si fa con un corpo che si conosce a memoria.
I colpi iniziarono lenti. Poi più profondi.
Mi sussurrava parole basse, al limite tra l’amore e la crudeltà.
“Ti ho visto nascere, Paolino.
Come troia. Come uomo.
Ora voglio vederti finire.”
Io gemetti.
Non per il dolore.
Perché sapevo che era vero.
“Resterai mio per sempre. Anche se te ne vai.”
E proprio mentre stavo per venire, mentre il mio corpo tremava e le lacrime mi rigavano il viso, lui tirò fuori il telefono.
“Guarda chi ci guarda,” disse.
Una videochiamata.
Lo schermo si accese.
E lì, nel buio della sua stanza, c’era Manuel.
Gli occhi lucidi. Le labbra serrate.
“Guarda com’è tornato a me,” sussurrò Ettore.
Io restai paralizzato. I miei occhi fissi su quello schermo. Su quegli occhi che conoscevo.
Poi Manuel parlò.
“Paolo perché…”
Mi venne un brivido. Ma non smisi di gemere. Il mio cazzo era ancora duro.
Anzi.
Ettore si fece ancora più duro.
Lo sguardo di Manuel si fece prima scuro, poi si spostò sul mio corpo piegato
Sul cazzo di Ettore che mi sfondava.
Sulle lacrime.
Sui gemiti.
Vidi la lussuria nei suoi occhi.
Ettore accelerò. I suoi colpi più profondi. Più decisi.
“Guardalo,” diceva a Manuel. “Guardalo come gode. Come piange. Come torna sempre qui perché è solo un buco da riempire. Come te.”
Poi venni.
In ginocchio.
Con Manuel che guardava.
Con Ettore che mi stringeva il collo con una mano fino quasi a soffocarmi e mi sussurrava: “Sei mio. Lo sei sempre stato. Anche adesso.”
Mi piegai. Scoppiando in un pianto sordo. In un orgasmo che era un’implosione. Un addio. Un grido di disperazione.
Quando mi lasciai cadere a terra, nudo, tremante, vidi Ettore allungare la mano verso lo schermo.
“Addio,” disse.
Poi chiuse la chiamata.
Manuel non si fece sentire.
Passarono due giorni in cui non risposi a nessuno, in cui restai chiuso in casa, nudo, con il collare ancora al collo, senza la forza di togliermelo. Ogni volta che mi guardavo allo specchio, vedevo un uomo spezzato ma vivo. Non ancora libero. Ma finalmente pronto.
Fu allora che squillò il telefono.
Era lui.
Il nonno.
La sua voce, ruvida, netta, tagliava l’aria come una lama vecchia ma ancora affilata.
“Ho saputo,” disse senza preamboli.
Rimasi in silenzio.
“Sapevo che saresti tornato a essere un uomo… o almeno ci avresti provato.”
Inghiottii a vuoto.
“Allora voglio il mio. Voglio l’ultimo tributo.”
Chiusi gli occhi. Ma sapevo già cosa avrebbe detto.
“Voglio Manuel. Una notte. Intera. Come solo io so fare. Tu ci sarai. Legato. E guardi.”
Il sangue mi si gelò nelle vene. La nausea mi salì alla gola. Il cuore batteva forte, come se volesse ribellarsi prima di me.
“È l’ultima cosa che ti chiedo. Dopo, sei libero davvero.”
Mi sedetti sul letto. Il collare mi graffiava la pelle. Guardai la stanza. Il pavimento ancora segnato dalla mia ultima umiliazione. Pensai a Manuel. Al suo sorriso, alla sua voce rotta che mi diceva “Perdonami.”
Eppure sentii anche qualcosa d’altro.
La voce del nonno. Quel potere assoluto che aveva avuto su di me. Che forse aveva ancora.
La mia voce uscì secca. Piena di un odio che era anche amore, di un amore che era anche resa.
“Una sola notte,” dissi. “E poi sparisci.”
Lui rise.
“Non hai mai avuto il coraggio di cambiare davvero. Vediamo se stavolta ce la fai.”
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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