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Gay & Bisex

Il pakistano


di Membro VIP di Annunci69.it CERCO_ATTIVI
14.10.2026    |    31    |    0 8.0
"Mi indica la strada con poche parole, alternando l'italiano a espressioni che non capisco..."
Frequento spesso ragazzi arabi, per lo più marocchini, e ormai ho sviluppato un modo tutto mio di interagire con loro. Una certa differenza culturale esiste, è innegabile. Ma, al di là delle abitudini e delle convenzioni, siamo esseri umani con le stesse aspirazioni e gli stessi desideri. Quando scatta l'attrazione, le differenze non scompaiono, ma diventano parte del gioco.

Con gli asiatici, invece, il discorso è diverso. Non rientrano nei miei gusti, e non ha senso fingere il contrario. So bene che i pregiudizi non sono una bella cosa, ma l'attrazione segue percorsi che non sempre riusciamo a spiegare. Indiani e pakistani, almeno per quanto mi riguarda, raramente suscitano il mio interesse erotico. L'aspetto, la cura del corpo, l'igiene e l'odore personale contano molto per me, e spesso sono proprio questi dettagli a farmi desistere.
Anche sul lavoro mi faccio le mie impressioni. Gli indiani con cui ho a che fare mi sembrano spesso lenti, ostinati e poco inclini all'inventiva. So che generalizzare è ingiusto, ma le esperienze che accumulo finiscono per condizionare il mio giudizio.

Ricordo due ragazze laureate in ambito tecnico che vengono a farci visita in ufficio. Una, appartenente alla comunità dei Dalit, gli storicamente definiti «intoccabili», ha un'eleganza naturale e modi impeccabili. L'altra, pur essendo molto carina, si comporta in maniera decisamente meno gradevole.

È estate e indossano scarpe aperte. Mentre esaminiamo alcuni file al computer, le vedo passare parecchio tempo a grattarsi fra le dita dei piedi. Lo fanno con una naturalezza disarmante. Noi colleghi occidentali fingiamo di non accorgercene, ma il gesto mi disturba. Per loro è evidentemente una cosa normale; per me, invece, è sgradevole.
È anche per episodi del genere che tendo a mantenere le distanze. Le mie esperienze con gli uomini pakistani, del resto, non mi offrono motivi particolari per cambiare idea.

Uno, soprattutto, mi lascia un pessimo ricordo. Dopo un rapporto di una banalità sconfortante, mi chiede se gli do qualcosa. Non è tanto la richiesta a farmi arrabbiare, quanto il momento in cui arriva. Mi sembra una scorrettezza bella e buona.

«Queste cose si dicono prima, non dopo», gli faccio notare, senza nascondere l'irritazione. «Se vuoi essere pagato, lo dici subito. Poi ognuno decide se gli va bene oppure no.»

Lui se la prende, ma sono il doppio della sua corporatura e non ho intenzione di lasciarmi intimidire. Gli consiglio di non ripetere quell'errore: qualcuno disposto a pagarlo lo trova sicuramente, purché giochi a carte scoperte.
Qualche sera dopo mi trovo dalle parti di Prato. La città è piena di cinesi, ma anche di indiani e pakistani. Non sono attratto dagli uomini cinesi e, quanto agli altri, continuo a partire prevenuto. Nelle zone di cruising ne incontro spesso: alcuni hanno un aspetto trasandato, altri modi che non mi invitano certo ad avvicinarmi. Sono particolarmente sensibile agli odori corporei. Fumo, eppure il mio olfatto distingue subito ciò che mi piace da ciò che mi respinge. Per me è un elemento importante, a volte decisivo.

Quella sera, però, non ho ancora idea di quanto le mie convinzioni stiano per essere messe alla prova.

A un certo punto, su una nota app di incontri, compare un messaggio da un profilo anonimo. L'italiano è stentato, le frasi sono brevi e dirette. Capisco subito che non si tratta di un italiano. Non perde tempo con convenevoli o domande inutili: mi manda una fotografia intima, evidentemente convinto che possa bastare a catturare la mia attenzione.
In effetti, il fisico promette bene. Dalla porzione di busto visibile intuisco un ragazzo atletico, compatto, probabilmente non molto alto. Mi incuriosisce soprattutto il suo modo di porsi: diretto, quasi sbrigativo, senza quella recita di seduzione che spesso rende gli incontri virtuali interminabili.

Ci scambiamo pochi messaggi. Mi propone di incontrarci in un parco della città che non conosco.

Gli chiedo una fotografia del volto, ma non me la invia. Potrei lasciar perdere, eppure la curiosità prende il sopravvento. Decido di fidarmi dell'istinto. Voglio vedere chi si nasconde dietro quel profilo e scoprire se, dal vivo, mantiene la stessa sicurezza.

Quando arrivo al parco, la luce è scarsa e le ombre si addensano lungo le siepi. Mi guardo intorno, cercando di individuare la persona con cui sto per incontrarmi.
Poi, dal buio, emerge una figura infagottata in un piumino decisamente pesante per la temperatura della serata. Porta un berretto a costine calcato sulla testa. L'abbigliamento non promette granché, ma quando mi è abbastanza vicino riesco finalmente a vedere il viso.

E lì cambia tutto.

Ha la pelle scura, lineamenti regolari, occhi chiari e una barba corta, nerissima, lasciata crescere senza troppa disciplina. È un bel ragazzo. Piccolo di statura, forse un metro e sessantacinque, al massimo un metro e settanta, ma con un fascino che non dipende certo dall'altezza.

Mi piace.

Mi porge la mano. Gliela stringo. Il gesto è un po' timido, quasi esitante, e contrasta con la schiettezza dei messaggi. Mi sembra sincero, anche se non riesco ancora a capire se sia soltanto riservato o se stia cercando di capire quanto sono disposto a spingermi oltre.

Ci inoltriamo nel parco in una zona buia. Appena siamo soli gli metto la mano sul pacco. Lui non perde tempo e si cala la tuta e le mutande. Mi metto a massaggiare il cazzo che non sembra molto grosso. Stranamente ha molta pelle, sembra quasi non circonciso e questo è molto strano. Massaggio le palle. Lui non perde tempo e mi mette una mano sulle spalle e mi tira giù. Prendo in bocca questo brandello di carne un po’ deluso. Rispetto alle foto sembra diverso. Mi sa che ha imparato presto a “fregare” con le foto.

Ma poco dopo il cazzo cambia aspetto e nella mia bocca inizia a crescere e pure parecchio. Uno di quegli strani casi in cui appare piccolo da moscio ma cresce in modo eccezionale. In poco tempo me lo ritrovo durissimo in fondo alla gola. È esperto altro che. Non sono ancora rilassato e cerco di prendere fiato ma lui si fa violento e mi tiene forte la testa ed inizia a fottere veloce.

Mi sto eccitando parecchio. Mi sta soffocando con questo randello duro. Mi lascia un attimo e sgolo un fiotto di muco dalla gola.

Rimane un filo tra la sua cappella e mia bocca. Mi lascia un attimo a riprendere fiato e ritorna a fottermi la gola molto forte. Sto al gioco. E’ piccolo ma forte. Deciso ma non maldestro.

Mi soffoca per circa mezz’ora. Rischio di andare in iperventilazione. Non ci ero preparato da un trattamento del genere. Il cazzo non accenna a perdere durezza come talvolta accade quando passa troppo tempo nel rapporto.

Mi attacco ai suoi glutei, ha i pantaloni completamente calati. Ha un bel culo. Se lo lascia accarezzare. Mi tiene la testa e me la guida nei movimenti sulla sua asta dura. E’ talmente preso che anche io mi lascio completamente andare e mi ritrovo le sue palle piene di muco infilate quasi in gola. Non mi sto masturbando ma sento il mio cazzo bagnato che mi cola tra le gambe.

Mi accorgo che mentre mi fotte sta guardando verso il prato del parco. Continua a scoparmi la gola ma mi distraggo e guardo pure io. C’è un tipo che si è fermato a distanza, forse si è accorto di qualcosa. Sembra un ragazzo di colore dalla silhouette del corpo. Forse quello si accorge che ci siamo fermati e se ne va.

Il mio amico pakistano continua a fare il suo dovere per il suo ed il mio piacere. E’ parecchio resistente e vedo che gli piace. Il suo corpo è meno rigido. Lui gestisce il gioco ma lo fa con molta naturalezza.

Senza avvertire più di tanto mi ritrovo un fiotto in gola di sperma. Ne fa due o tre e sono costretto ad ingoiare. Sfila il cazzo lo tiene tra le mani e mi schizza altri due schizzi nel viso. Al sentire lo sperma che mi cola nel viso, sborro e vedo che lui mi sta guardando il cazzo.

Ci ricomponiamo. Mi aspetto che diventi freddo, che si richiuda nella riservatezza di chi considera l'incontro concluso nel momento stesso in cui finisce. Invece no. È tutt'altro che distaccato. Rimane lì, tranquillo, e questa sua naturalezza mi incuriosisce. Comincio a fargli qualche domanda. Parla un italiano molto stentato. Devo concentrarmi per seguirlo, ricostruendo le frasi attraverso le parole che conosco e i gesti con cui cerca di farsi capire. Mi dice di chiamarsi Navi — almeno credo si scriva così — e che è sposato.
La notizia mi sorprende soltanto fino a un certo punto. Negli incontri occasionali si scoprono spesso particolari che, se ci si fermasse alle apparenze, non si immaginerebbe mai.

Poi mi chiede se posso accompagnarlo vicino a casa.

Per un istante torno sulla difensiva. Mi domando se ci sia qualcosa che ancora non so, se quella richiesta nasconda un secondo fine. L'esperienza mi ha insegnato a non dare nulla per scontato, soprattutto quando conosco una persona da meno di un'ora. Lo guardo, cercando di capire se ci sia qualcosa di ambiguo nel suo modo di fare, ma non noto insistenza né nervosismo.

«Va bene», gli dico.

Raggiungiamo la macchina e lo faccio salire. Mi indica la strada con poche parole, alternando l'italiano a espressioni che non capisco. Durante il tragitto parliamo del più e del meno, per quanto la barriera linguistica lo consenta. Non è una conversazione brillante, ma non c'è neppure quel silenzio imbarazzato che spesso accompagna gli incontri destinati a restare anonimi.

Quando arriviamo, mi saluta e mi porge la mano. Gliela stringo. Stavolta la presa è decisamente più forte, quasi a sottolineare una confidenza che fino a poco prima non c'era.
Si allontana e io resto al volante, in attesa che scatti il verde. Solo allora abbasso lo sguardo e mi accorgo delle condizioni della felpa: è imbrattata di muco e sperma. Recupero un asciugamano e mi sposto in un punto appartato per pulirmi.
Due giorni dopo, mentre controllo Telegram, compare un suo messaggio. È Navi. Vuole rivedermi. Mi scrive che si è divertito molto e che gli piacerebbe incontrarmi ancora.

Sorrido. Almeno su questo non ci sono equivoci.

Gli rispondo che sono disponibile. Gli dico che anch'io ho i miei impegni e che possiamo rivederci e divertirci, purché ci sia discrezione da entrambe le parti. Non servono promesse né complicazioni: basta sapere che cosa vogliamo e rispettare i limiti dell'altro.

Devo ammetterlo: per una volta, il pakistano mi ha sorpreso davvero.
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