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Gay & Bisex

Prime emozioni tra ragazzi


di Membro VIP di Annunci69.it SkyStar
20.01.2026    |    2.332    |    3 9.6
"Presi il suo cazzo in bocca come potevo, goffo, copiando quello che avevo visto nei porno: lingua, mano sulle palle, dita nelle chiappe..."
Ero agli inizi della mia vita sessuale. Me lo ricordo bene, perché a quell’età ogni emozione pesa il doppio e tutto sembra irreversibile.

Nel mio giro c’era un ragazzo della mia età che mi stava sul cazzo da sempre: Antonio. L’antipatia era reciproca e scoppiò del tutto quando cominciò a sparlare di me davanti agli altri.

Quando capii che aveva messo in giro voci su una mia presunta relazione, sbottai e lo affrontai davanti a tutti. Lui non si tirò indietro e insinuò che la mia rabbia fosse solo paura, la paura che lui sapesse qualcosa. Per giorni vissi con quella tensione addosso, poi, all’improvviso, tutto si spense. Antonio smise. Gli altri pure.

Qualche settimana dopo, in un pomeriggio di fine primavera, un’associazione sportiva del paese organizzò una giornata “ricreativa” in palestra: musica sparata, gente che entrava e usciva, gare improvvisate senza nessuna vera voglia di vincere.

A un certo punto qualcuno propose una sfida di arrampicata. Niente di serio: salire il più in alto possibile. Antonio accettò subito, poi si girò verso di me.

«Dai, vieni anche tu», disse, con quel sorriso storto che sembrava una provocazione.

Avrei potuto dire di no. Invece accettai. Forse per orgoglio, forse perché non volevo abbassare lo sguardo proprio davanti a lui.

Arrivammo quasi insieme in cima. Quando scendemmo, Antonio mi fissò come se avesse appena cambiato idea su di me.

«Non sei male», disse. «Non come pensavo.»

Quelle parole mi rimasero addosso più del sudore.

Più tardi, mentre mi sciacquavo alla fontana, lo sentii dietro di me. Era abbastanza vicino da farmi sentire il suo corpo senza toccarmi. Mi girai: non stava sorridendo, mi stava leggendo.

In quel momento capii che non era finita. Anzi, era appena iniziata.

Da quel giorno qualcosa cambiò. Antonio smise di attaccarmi apertamente e cominciò a cercarmi in modo diverso: meno parole, più presenza. Gli sguardi si allungavano, i sorrisi erano meno ironici e più intenzionali. Quando mi passava accanto, rallentava, come se stesse misurando lo spazio tra i nostri corpi.

Una sera uscimmo tutti insieme. Fu lì che mi resi conto di una cosa chiara e scomoda: quello che avevo sempre visto come un nemico ora mi faceva effetto. Un effetto fisico, diretto, impossibile da ignorare.

In macchina eravamo seduti dietro. Gli amici davanti parlavano, ignari. Le luci dei lampioni gli tagliavano il viso a intermittenza. I movimenti erano minimi, ma carichi di tensione. Ogni silenzio diceva qualcosa.

Senza dirlo, capimmo entrambi che avevamo passato un limite.

Quando scendemmo dall’auto, Antonio mi si avvicinò.

«Non possiamo finire così», disse sottovoce.

Camminammo senza una direzione precisa, cercando un posto dove non ci vedesse nessuno. La città sembrava improvvisamente troppo piccola.

Quella notte cambiò tutto. Non solo tra noi, ma dentro di me.

«Conosco un posto», disse all’improvviso.

Mi portò nella casa del nonno, morto da poco. Aveva ancora le chiavi. Io ero teso, carico, quasi elettrico: l’idea di vivere per la prima volta qualcosa di così diretto con un uomo mi faceva girare la testa.

Ci fermammo a pochi centimetri. Poi mi baciò. Aprii la bocca e le lingue si cercarono subito. Le sue mani scesero senza esitazioni, mi strinse il culo con forza. Mi spinse sul divano. Abbassai lo sguardo: il suo cazzo stava tirando, grosso, duro.

Si buttò su di me e finimmo in un sessantanove. Presi il suo cazzo in bocca come potevo, goffo, copiando quello che avevo visto nei porno: lingua, mano sulle palle, dita nelle chiappe.

Eravamo impacciati e affamati allo stesso tempo. Avevo paura, ma era una paura che eccitava: sapevo di stare superando qualcosa che non avrei potuto cancellare.

Antonio non si fermò. Lingua e dita sul mio buco, prima piano, poi più deciso. Mi apriva poco alla volta. Poi cominciò a spingere il bacino, a scoparmi la bocca senza troppi riguardi.

Non volevo che venisse subito. Lo allontanai e gli dissi di scoparmi. Mi piegai sul divano, gambe aperte, esposto. Avevo paura: stava per prendermi per la prima volta da dietro.

Appoggiò la cappella e spinse. Bruciava, faceva male, ma tenni duro. Entrò sempre di più, finché fu tutto dentro. Il dolore scivolò via e lasciò spazio al piacere.

«Dai, sbattimelo tutto dentro», urlai.

Cominciò a scoparmi forte, senza controllo. Io gemevo, lui ansimava. Poi uscì, si piazzò davanti a me e mi sborrò in faccia, schizzi densi che colarono anche sul pavimento.

Ci sistemammo alla meglio. Non servivano promesse. Senza dirlo, sapevamo entrambi che ci saremmo rivisti. Ogni tanto. Così.
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