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incesto

Per Fortuna Che (ANCORA NON) C'è Mamma


di honeybear
12.07.2026    |    74    |    0 6.0
"“Non ingoiarla! – gli intimai – Alzati ora e avvicinati a me!” Ale intuì perfettamente le mie intenzioni e, una volta in piedi, versò un po' del contenuto della sua bocca nella mia..."
Trattasi del seguito di un racconto a tema incesto gay.
Buona lettura!
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Scendemmo uno dietro l’altro. Alessio indossava una canotta nera attillata che metteva in risalto il suo fisico di ventenne frequentatore regolare di palestre, un paio di bermuda e le classiche ciabatte estive. Il mio cervello registrò un’informazione cui lì per lì non feci caso. Io, che curavo il mio corpo nella sua stessa palestra, vestivo più o meno allo stesso modo.
Prendemmo posto a tavola per la colazione, mentre mia moglie iniziò ad impartire ordini dopo aver consultato la chat di gruppo: “Allora, sembra che il grosso del lavoro tocchi come sempre alla sottoscritta! Ma dovrei aver già pronto tutto quel che serve…”
Applauso da parte di entrambi.
“Spiritosi! A voi due tocca l’allestimento in giardino!”
“Aprire e sollevare tavoli e panche per almeno un’ora, eh Ma’?” ironizzò Ale. Allungai uno scappellotto affettuoso sulla sua nuca: “Andiamo, va’…”
E così ci ritrovammo in garage a spostare assi di legno da trasportare fuori, dove iniziammo a predisporre la tavolata per accogliere gli amici.
“Uff… – fece Ale, asciugandosi la fronte umida – Che ne diresti di una pausa?”
“Direi che abbiamo quasi finito e non è il caso…”
“Vedo che non hai capito…” ammiccò.
Si avvicinò pericolosamente a me, iniziando a strusciare il suo bacino contro il mio.
“Ehm…”
“Abbiamo un discorso in sospeso…” continuò, prendendo a giocare con la mia cintura, che slacciò con sorprendente disinvoltura.
“Ma… se riprendiamo quel discorso qui, qualcuno potrebbe vederci…”
Mi prese la mano e mi condusse verso il banco da lavoro, schermato da alti ripiani di legno e circondato da un'intercapedine che regalava una penombra complice ai nostri misfatti.
“Vedo che hai pensato a tutto…” gli scompigliai i capelli mentre lui, dai miei pantaloni ormai aperti, iniziava la pesca miracolosa. E il pesce si faceva sempre più grosso. Sbuffai di piacere non appena la mia intimità ricevette un po' d'aria, ritrovandosi libera. Ale si mise in ginocchio davanti alla mia patta sbottonata.
“Io… io non ne ho mai visto uno da così vicino… Cioè, a parte il mio… Ed è così grosso, per giunta!”
“In effetti è passato il tempo in cui facevamo il bagnetto insieme! – ironizzai – E ora cosa avresti intenzione di fargli?” indicai il membro, sinceramente incuriosito.
“Ecco… – esitò – …io vorrei…”
“Toccarlo, forse?”
“Sì… sì…”
Ciò detto, sputai una discreta quantità di saliva sulla canna ruvida.
"Ora puoi prenderlo in mano. Devi fare esattamente come quando ti seghi!”
Allungò le dita sul pisello pulsante, stringendolo forte alla base, in mezzo al folto del pelo pubico. Sussultai, e lui si scusò per la poca dimestichezza. Lo incoraggiai mettendogli una mano sulla nuca. Iniziò così a muovere la mano, dapprima con titubanza e poi via via in modo più deciso.
“È il caso di dire che ci hai preso la mano!” commentai. Lui sollevò lo sguardo e scoppiammo in una risata distensiva.
Il suo viso ora era praticamente incollato alla cappella, dalla quale cominciavano a uscire le prime gocce di liquido prespermatico.
“Vorrei che tu le assaggiassi…”
“Io…” anche in questo caso l’inesperienza non lo aiutava.
“Socchiudi le labbra e appoggiale alla cappella. Lentamente le apri per farla entrare in bocca, dopodiché sfoga la tua fantasia!”
Meccanicamente iniziò ad eseguire l'ordine, ma si arrestò con la bocca a cuore premuta sulla cima tesa. Il liquido che producevo iniziava a colargli lungo il mento. Lo guardai in modo incoraggiante e finalmente vidi sparire la mia prugna viola in quella bocca sorprendentemente avida. Sbuffai; mi stavo eccitando parecchio all'idea di dovergli insegnare ‘l'arte del mestiere’.
Se lo sfilò per poi riprenderlo, ripetendo il gesto appreso con sempre maggior convinzione. Era incredibile: lo sentivo indurirsi nella sua gola e a quel punto glielo spinsi fino in fondo. Serrò le labbra, mentre l’enormità di quanto ingoiato lo stava facendo quasi soffocare e tossire.
“Ahia… – lo schiaffeggiai dolcemente sulla guancia – Mi stai facendo male con i denti”.
Gli lasciai riprendere fiato e asciugarsi i lucciconi che gli erano saliti agli occhi mentre, per l’ennesima volta, si sperticava in scuse.
“Va tutto bene, stai facendo un ottimo lavoro,” lo rassicurai. Avvicinando di nuovo la mano alla sua nuca, lo invitai a ripetere l'operazione. Questa volta andò molto meglio: le labbra e la lingua percorrevano la nerchia da cima a fondo, mentre il suo naso si affondava ogni volta nel cespuglio pubico, aspirandone l’afrore mascolino.
Iniziò a scoparlo con più ritmo e, fattosi coraggio, scelse anche di esplorare la forma dei miei coglioni, che liberò completamente dai jeans con consumata abilità. Sbuffai nuovamente; mi sollevai la maglia per accarezzarmi l’addome e afferrare i miei stessi capezzoli che stropicciavo al ritmo del suo pompino, muggendo come un toro.
Strinsi le dita tra i suoi capelli. Ale sollevò lo sguardo.
“Stai per farmi venire. Sei pronto a ricevere la mia sborrata in bocca?” Scosse il capo in segno di assenso.
“Allora continua! Perché tra poco ti soffoco!” Lo incitai, mentre la sua lingua si arrotolava ormai sicura attorno al mio randello, infradiciandolo per bene. Ammiravo incredulo quanto stava facendo: lo espelleva e lo risucchiava, lo afferrava con entrambe le mani per ingoiarlo e bagnarlo più che poteva, senza dimenticare di trattare la cappella, fermandosi ogni tanto qualche istante per ammirare l’opera.
La scopata di bocca continuò senza che mi venissero richiesti altri suggerimenti. Ancora pochi affondi decisi e la fontana di seme caldo venne avidamente accolta nella sua gola.
“Non ingoiarla! – gli intimai – Alzati ora e avvicinati a me!”
Ale intuì perfettamente le mie intenzioni e, una volta in piedi, versò un po' del contenuto della sua bocca nella mia. Le nostre lingue scattarono all'unisono e giocammo con quell'impasto di saliva per qualche istante. Alla fine, ognuno deglutì la sua parte.
Mi guardò fiero di ciò che aveva appena fatto, e credo leggesse nei miei occhi lo stesso orgoglio.
“Adesso devi finire di pulire”. Non se lo fece ripetere: riprese in bocca l'uccello che si era frattanto ammosciato, lappando i rimasugli di sborra. Soddisfatto, me lo infilai nelle mutande e tirai su la zip.
“Adesso è il tuo turno!” dichiarai.
Lo feci sedere sul ripiano in legno dov’ero stato appoggiato fino a quel momento e gli sfilai con delicatezza i pantaloncini. Fu in quel momento che realizzai cosa non mi tornasse quella mattina: sotto la canotta e i boxer da palestra, non indossava l'intimo.
Sorrisi divertito davanti al suo sguardo imbarazzato e alle sue guance che si stavano imporporando. Mi soffermai ad ammirare l'uccello di mio figlio: lungo, sottile, perfetto. Lo afferrai e con pochi, decisi colpi di mano gli regalai il piacere che si meritava.
Il suo seme caldo mi investì con violenza, imbrattandomi completamente il viso. Lui mi guardava sgomento.
“Io non pensavo che…”
“Sì, mi piace sentirla sul viso! E con tua madre… Beh, lasciamo stare!” - con la lingua mi sistemai velocemente le labbra - Il resto leccalo tu”.
Si inginocchiò di nuovo e completò il compito accuratamente, ripulendomi la pelle. Ci scambiammo ancora qualche bacio e poi finimmo di sistemare i tavoli in giardino.
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