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Storie di R. Capitolo 8


di Membro VIP di Annunci69.it Robyeluisweety
05.07.2026    |    566    |    12 9.8
"Ero in una posizione che non mi permetteva di guardare: mi avevano girata a quattro zampe sul divanetto, la testa bassa contro il telaio del letto superiore, il culo in fuori..."
Dovevo prendere il treno per lavoro. Avevo un colloquio importante per una nuova avventura lavorativa, sede principale a Milano, Roma avevano delle sedie distaccate, una delle quali vicino a casa. L. era d'accordo, con il bimbo avremmo risparmiato tempo e fatica per fare combaciare tutto. La mattina dop non potevo permettermi ritardi: era un affare grosso per la famiglia. Ero stanca, stressata, ma anche un po’ eccitata all’idea di passare una notte in viaggio e arrivare fresca a Milano. Arrivata in stazione, una bella sorpresa, problema tecnico al mio treno. Trenitalia per ovviare al problema, aveva sostituito delle carrozze, aggiungendo delle carrozze. Io, dopo ore di attesa in stazione, avevo accettato di salire , non potevo permettersi ritardi.
Ero vestita in modo molto easy ma curato: una camicetta leggera di cotone bianco, abbottonata fino a un paio di bottoni in più del necessario, che lasciava intravedere il solco tra i seni quando mi chinavo. Sotto indossavo una gonna a tubino nera che mi arrivava appena sopra il ginocchio, aderente sui fianchi e sulle cosce, comoda per viaggiare ma che mi faceva sentire femminile. Ai piedi portavo un paio di ballerine basse nere, pratiche per camminare in stazione. I capelli castani erano raccolti in una coda bassa e morbida, un filo di trucco leggero, rossetto nude e un leggero profumo floreale che avevo spruzzato al collo e tra i seni prima di uscire.
Presi posto nello scompartimento: sul lato sinistro, vicino al finestrino. Poco dopo entrarono due uomini. Prima un uomo, si presentò come Giovanni, circa cinquant’anni, robusto, con mani grandi e una voce roca che mi colpì subito. Sistemò la borsa con gesti sicuri. Poi entrò il più giovane, Francesco, sulla ventina, magro, con uno sguardo vivace e un sorriso da ragazzo. Prese posto di fronte a me. Giovanni aveva un’aria matura e sicura, Francesco invece sembrava più energico e un po’ nervoso. Speravo di avere un po' di tranquillità ed invece iniziarono a chiacchierare tra loro, poi coinvolsero anche me. Il flirt fu lento ma costante. Giovanni mi guardava con quegli occhi da lupo mentre parlavamo del mio lavoro a Milano: «Con un sorriso come il tuo, R., scommetto che fai impazzire tutti i clienti… e forse anche qualcuno a casa.» Rideva piano, ma il suo sguardo scivolava sul mio décolleté. Francesco, più giovane, era più diretto ma giocoso: «Sei troppo carina per viaggiare da sola. Se avessi bisogno di compagnia per non annoiarti…» . Le loro battute mi eccitavano contro la mia volontà. Giovanni disse qualcosa sul fatto che «una donna come te merita di essere coccolata durante un viaggio lungo», e io sentii le mutandine inumidirsi. Resistetti tutto il tempo, cambiando discorso, ma il mio corpo tradiva: i capezzoli duri sotto la camicetta, la fica che pulsava piano.
Poco dopo entrò il capotreno per controllare i biglietti. Era un uomo sulla quarantina, alto, con voce calma. Appena vide Giovanni il suo viso si illuminò: «Giovanni! Che bello rivederti, non ti vedevo da tempo.» Si strinsero la mano come vecchi conoscenti. Giovanni rise: «Dario, che piacere. Come va?» Dario spiegò brevemente il guasto tecnico che aveva causato ritardi e sovraffollamento. Io notai subito che si conoscevano bene. Dario controllò il mio biglietti, mi sorrise educatamente e uscì.
Era tardi, ero sfinita dal ritardo e dallo stress della giornata, così mi appoggiai al finestrino e mi addormentai.
Mi svegliai di colpo quando sentii una mano che mi accarezzava la coscia. «R… sei sveglia?» sussurrò Giovanni, la voce roca vicino a me. R. siamo fermi da un po', probabilmente un altro guasto.
Subito dopo Francesco si alzò e disse: Vado a vedere che cazzo è successo! disse a bassa voce, e uscì dallo scompartimento. Rientrò dopo qualche minuto, richiudendo piano la porta. «È un guasto elettrico grosso» riferì a Giovanni, siamo fermi in galleria chissà per quanto. Le luci di emergenza funzionano solo nel corridoio, qui dentro è buio pesto.»
I due parlarono tra loro per un po’, le voci basse e sporche che riempivano il buio stretto dello scompartimento. Giovanni, allora si rivolse a me chiedendomi se avevo bisogno dell'acqua, io accettai in effetti avevo sete, Giovanni prese la bottiglia e si mise a sedere proprio vicino a me, isto che i tempi sarebbero stati lunghi era meglio conversare un po', ovviamente la conversazione era un proseguo del flirt precedente. Ad un certo punto sentii la sua mano su mio ginocchio, io ero interdetta, ed ora? Francesco davanti a me, spinse il suo piede tra i miei , e allargò un po' le mie cosce. A quel punto domandai cosa stesse succedendo e Giovanni ridendo disse a voce squillante, R. siamo due uomini e il tempo dovrà passare, magari potremmo passarlo in modo rilassante per tutti, al contempo spostó la mano all'interno della mia coscia, e salii.... Io ero bloccata, sentivo quella mano callosa strisciare sulla mia coscia, arrivò a contatto con la mia biancheria ed esclamò entusiasta: «Guarda com’è bagnata… è già fradicia, la troia. Questa ha una fica calda che chiama.» Francesco rispose con voce roca: «Lo vedo… i capezzoli duri, le gambe che si aprono da sole. Voglio assaggiarla per bene.» Giovanni aggiunse, volgare: «Prima la facciamo succhiare un po’, poi la scopiamo come si deve. Quella bocca sembra fatta per ingoiare cazzi.» Parlarono ancora qualche minuto, descrivendo cosa volevano farmi, e ogni parola mi faceva tremare di desiderio.
Poi iniziarono a toccarmi e a giocare sul serio. Giovanni mi tirò giù del tutto la gonna e il perizoma, mi aprì le gambe e mi leccò la fica con la lingua larga e calda. Io gemetti, le mani che gli tenevano la testa mentre la sua lingua mi apriva le labbra, leccava il clitoride gonfio, mi infilava dentro con colpi lenti e profondi. Francesco si mise in ginocchio sul divanetto e mi offrì il cazzo. Io lo prese in bocca subito, succhiandolo con avidità.
Prima succhiai Francesco: il suo cazzo era caldo, duro, con una vena prominente che mi strofinava la lingua mentre lo facevo scivolare in fondo alla gola. Lo presi tutto in bocca, la saliva che colava lungo il suo uccello e mi bagnava il mento e i seni nudi. Lo succhiai lentamente, leccando la cappella con la lingua piatta, succhiando forte le palle, facendo andare la lingua sotto il glande mentre lo pompavo con la mano. Lui gemeva: «Cazzo, che bocca da troia… succhiamelo bene, fammi sentire la gola.» Poi passai a Giovanni. Il suo cazzo era più spesso, venato. Lo presi in bocca, sentendo il peso sulla lingua, lo succhiai a fondo, le labbra che si tendevano intorno alla circonferenza. Lo leccai dalla base alla cappella, succhiai forte, lo feci scivolare in gola fino a quasi soffocare, la saliva che mi colava sul petto nudo. Loro due si alternavano, uno mi teneva la testa mentre l’altro mi fotteva la bocca con colpi lenti e profondi. Io ansimavo, la bocca aperta, la lingua che lavorava su entrambi, leccando, succhiando, ingoiando la saliva mista ai loro sapori.
Nel buio sentii che Giovanni armeggiava con il cellulare. Lo vidi solo per un attimo, il debole bagliore dello schermo mentre scriveva o mandava qualcosa. Non sapevo esattamente a chi o cosa avesse scritto, solo che il suo respiro si faceva più pesante mentre lo faceva e che continuava a spingere dentro di me.
A un certo punto la porta si aprì velocemente, balenò della luce fioca dal corridoio per un istante e si rinchiuse subito. Ero in una posizione che non mi permetteva di guardare: mi avevano girata a quattro zampe sul divanetto, la testa bassa contro il telaio del letto superiore, il culo in fuori. Non potevo voltarmi. Solo dopo, quando sentii più mani sul corpo e un altro cazzo contro le mie labbra, mi accorsi che gli uomini erano tre. Lo sconosciuto era enorme. Sentii un cazzo più lungo e spesso di quello di Giovanni, la cappella grossissima, pesante, venata. L’ho preso in bocca con difficoltà, la gola che si contraeva. Il terzo uomo si posizionò dietro. La sua cappella enorme premette contro il mio ano già aperto. Il bruciore esplose più forte: mi stava allargando davvero tanto. Sentii il rumore quando superò lo sfintere, poi centimetro dopo centimetro quel mostro di cazzo entrò nel mio culo. Ogni vena mi strofinava le pareti sensibili, il calore, la grossezza che mi stirava in modo brutale. Quando fu tutto dentro mi sentivo squarciata e piena fino in fondo, il mio ano stretto intorno alla base spessa, pulsando forte.
Il terzo uomo parlava volgare, crudele: «Brava troia del treno, succhiami quel cazzo mostruoso… ti apro questo culo di puttana come si deve… senti come ti allargo, troia? Questo buco è fatto per essere sfondato.» Le sue parole mi eccitavano ancora di più mentre mi inculava con colpi profondi e violenti.
Le sessioni di doppia furono più di una, lunghe e in più posizioni. Prima mi scopavano in figa e in bocca poi uno mi fotteva la figa, l’altro mi fotteva la bocca. Poi mi girarono e uno mi inculò mentre l’altro mi fotteva la figa. Cambiarono posizione: io a cavalcioni su uno mentre l’altro mi inculava da dietro. Poi mi alzarono in piedi nel buio i due mi reggevano, uno mi teneva le gambe aperte, l’altro mi teneva per i fianchi. Mi scopavano in piedi: uno mi fotteva la figa, l’altro mi inculava, i loro cazzi che mi riempivano contemporaneamente mentre mi reggevano come una bambola. Le mie gambe tremavano, il mio corpo sospeso tra loro, i cazzi che andavano dentro e fuori, il mio culo e la mia figa che pulsavano. Venni forte, gridando nel buio.
Lo sperma lo ingoiai almeno due o tre volte. La prima volta fu Giovanni: mi venne in bocca dopo che glielo succhiai a lungo. Lo sperma era denso, cremoso, con una consistenza appiccicosa che mi rivestiva la lingua. Il gusto era salato, leggermente amaro, con una nota dolce-amara che mi scese in gola mentre lo ingoiavo tutto. La seconda volta fu il terzo uomo: mi schizzò in bocca dopo avermi inculata. Lo sperma era più denso, quasi gelatinoso, in corde spesse e calde che mi riempivano la bocca. Il sapore era forte, salato e amaro, con un retrogusto metallico che mi fece deglutire più volte. La terza volta fu Francesco: mi venne in bocca mentre ero in piedi tra loro. Lo sperma era liquido ma denso, appiccicoso, con un gusto dolce-salato che mi ricoprì il palato. Lo ingoiavo tutto, sentendo il calore e la densità che mi scendeva in gola.
Ero distrutta: il culo che pulsava e colava sborra, la fica gonfia, la bocca che sapeva di cazzo e seme denso, il corpo che tremava ancora per gli orgasmi multipli nel buio del vagone. Vidi la sagoma dell'uomo che aprì velocemente la porta e sgattaiolò fuori. Il treno ancora bloccato, finalmente dopo poco ricominciò a muoversi. Ognuno riprese il proprio posto e il proprio contegno.
A Milano, mentre scendevo, Dario mi si avvicinò per un attimo, mi guardò dritto negli occhi e disse con voce bassa e roca: «Spero di rivederti presto in viaggio con noi, signora R…" come faceva a conoscere il mio nome?
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