Storie di R. Capitolo 10
Robyeluisweety
«Io sono Adele, scala D, 6° piano.»
«R.» risposi. «Sono al settimo, stessa scala.»
Da quella sera iniziammo a fermarci a chiacchierare dapprima nell'androne quando ci si incontrava o sulle scale. Poi caffè a casa sua. Poi bicchieri di vino. Adele era sposata da diciassette anni. Il marito lavorava sempre fuori, tornava tardi, e da anni non la toccava più. «Siamo diventati coinquilini» diceva con un sorriso amaro. Io diventai la sua confidente. E lei la mia.
Una sera, sedute sul divano di casa sua, con le luci basse e una bottiglia di rosso quasi finita, e il discorso cominciò a dirigersi verso conoscenze o pensieri piccanti. Sicuramente il vino aveva la sua colpa, le cominciai a raccontare di Aldo. Del notaio. Di come mi aveva corteggiato per mesi, di come un pomeriggio, nello studio, mi aveva piegata sulla scrivania e mi aveva preso. Le descrissi il suo cazzo grinzoso ma enorme, come mi aveva aperto il culo centimetro dopo centimetro, come mi aveva riempito, come mi aveva fatto piangere e venire allo stesso tempo.
Adele mi ascoltava senza battere ciglio. Le labbra le si erano aperte, il respiro era diventato più corto. A un certo punto la sua mano scese tra le cosce e si strinse.
«Continua» sussurrò.
Lo feci. Le raccontai tutto. Quando finii, Adele aveva le guance rosse e gli occhi lucidi.
«Non mi sono eccitata così da anni» ammise.
Ci guardammo. Il silenzio diventò pesante. Lei si chinò per prima. Il bacio fu lento all’inizio, poi affamato. Le nostre lingue si cercarono, i denti si sfiorarono. Le mie mani salirono sotto il maglione di Adele e trovarono seni pieni, pesanti, con i capezzoli già duri. Li strinsi. Lei gemette nella mia bocca.
Ci alzammo e andammo in camera da letto.
Adele chiuse la porta a chiave. Si tolse i vestiti senza vergogna. Il corpo di una donna di quarantadue anni: seni generosi e un po’ cadenti, pancia morbida, fianchi larghi, cosce piene. Tra le gambe i peli erano curati, solo una striscia. Io mi spogliai altrettanto in fretta.
Ci buttammo sul letto.
Le mie dita scesero sulla sua figa. Era già fradicia, le labbra gonfie e calde. Le aprii e le strofinai il clitoride con il pollice mentre due dita entravano dentro di lei. Adele aprì le gambe di più e mi prese la mano, spingendola più a fondo.
«Più forte» chiese.
La scopai con le dita finché non iniziò a tremare. Poi mi sedetti sul suo viso. Adele leccò con fame, la lingua larga e calda che mi apriva, che succhiava, che entrava. Io mi dondolavo sul suo volto, tenendole i capelli, mentre lei mi leccava e si toccava. Quando venni, lo feci sulla sua bocca, stringendole le cosce intorno alla testa.
Poi fu il suo turno.
Mi misi tra le sue gambe e le leccai la figa con lentezza, assaporando il sapore acido e dolce. Le succhiai il clitoride finché non iniziò a muovere i fianchi contro la mia faccia. Due dita nella figa, poi tre. Quando le infilai anche un dito nel culo, Adele urlò.
«Sì… lì… scopami il culo.»
Lo feci. La figa e il culo contemporaneamente, le dita che andavano e venivano, il suo corpo che si inarcava. Adele venne una prima volta con un grido lungo, e un getto caldo e improvviso mi bagnò il mento e il collo. Squirtò. Il liquido era chiaro, abbondante, e continuò a uscire a ondate mentre le dita le muovevo ancora dentro.
«Cazzo…» ansimò. «Non mi succedeva da tanto.»
Ci fermammo solo il tempo di riprendere fiato. Adele aprì il cassetto del comodino e ne tirò fuori un grosso dildo nero, spesso, venato, lungo almeno venti centimetri, e un plug anale di vetro più piccolo ma dal diametro generoso.
«Li uso da sola quando lui non c’è» disse senza imbarazzo. «Stasera li usiamo insieme.»
Iniziammo con il plug.
Lo lubrificai e lo premetti contro il suo ano. Adele respirò a fondo e lo accettò, centimetro dopo centimetro, finché non fu tutto dentro. Poi presi il dildo e lo infilai nella sua figa. La scopai con entrambi, il dildo che entrava e usciva mentre il plug le teneva il culo aperto. Adele gemette, si toccò i seni, mi guardò negli occhi.
«Più forte, troia… usami.»
La scopai così finché non squirtò di nuovo, bagnandomi le mani e le lenzuola.
Poi toccò a me.
Adele mi mise il plug nel culo. Il vetro freddo all’inizio, poi caldo mentre mi allargava. Sentii l’anello stirarsi, il bruciore familiare e dolce. Quando fu dentro, mi mise il dildo nella figa e iniziò a scoparmi con decisione. Io ero a quattro zampe, il viso contro il cuscino, e lei dietro di me, una mano sul dildo e l’altra che mi schiaffeggiava il culo.
«Ti piace essere aperta, vero?» disse. «Come con il notaio.»
«Sì» risposi, la voce rotta.
Ci scambiammo i ruoli più volte.
A un certo punto Adele indossò un harness che teneva nascosto nell’armadio e ci montò sopra un dildo ancora più grosso. Mi inculò a lungo, con colpi profondi e lenti, tenendomi i fianchi, chiamandomi puttana e troia. Io le leccavo i seni mentre mi prendeva. Poi mi girò e mi scopò la figa con lo stesso dildo, finché non venni stringendolo dentro di me.
Alla fine eravamo entrambe sudate, i capelli appiccicati alla fronte, le cosce lucide di succhi e di squirt. Adele si sdraiò sopra di me e mi baciò, lenta, mentre le nostre fighe ancora aperte e sensibili si strofinavano l’una contro l’altra.
«Non so cosa sia successo stasera» sussurrò contro le mie labbra.
«Io sì» risposi. «Ed è solo l’inizio.»
Restammo così a lungo, nudi, a toccarci ancora piano, come se non riuscissimo a staccare le mani dai corpi l’una dell’altra.
Fuori la casa era silenziosa. Il marito di Adele non sarebbe tornato fino a tardi.
E noi non avevamo nessuna intenzione di fermarci.
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