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Storie di R. Capitolo 9


di Membro VIP di Annunci69.it Robyeluisweety
06.08.2026    |    895    |    5 9.7
"Io cavalcavo su di lui, i seni che rimbalzavano, mentre Luca si metteva in piedi davanti a me e mi fotteva la bocca..."
L. aveva organizzato una cena in casa per tre colleghi arrivati dalla sede principale per dei controlli amministrativi. In realtà quei tre non erano semplici colleghi. L. li aveva contattati attraverso un sito internet, tre uomini single, esperti di giochi di gruppo, che amavano condividere una donna mentre il marito guardava. L. lo aveva fatto per me, per soddisfare le mie voglie segrete che ormai non riusciva più a tenere solo per sé.
Mi ero vestita apposta. Una camicetta di seta bianca leggermente trasparente, abbottonata in modo da far intravedere il pizzo del reggiseno nero e il solco profondo tra i seni. Sotto una gonna a tubino nera aderente che mi arrivava a metà coscia e fasciava il culo in modo da far risaltare ogni curva. Calze autoreggenti nere con una sottile riga dietro e tacchi alti che mi facevano camminare con un’oscillazione sexy. Niente mutandine. Volevo sentirmi nuda e disponibile sotto la gonna. Mi ero truccata con cura: rossetto rosso scuro, ombretto smoky, capelli raccolti in una coda morbida che lasciava libero il collo. Profumo leggero ma intenso dietro le orecchie e tra i seni.
Quando i tre arrivarono, L. li presentò: Marco, il più anziano, alto, spalle larghe, sguardo intenso; Luca, più giovane, magro ma muscoloso, sorriso furbo; Andrea, capelli scuri, occhi chiari, corpo asciutto e mani grandi. Entrarono uno dopo l’altro. Marco per primo, con passo sicuro. Mi strinse la mano un secondo di troppo, gli occhi che scendevano lentamente sul mio décolleté. «Piacere, R. L. ci ha parlato molto di te… e di quanto sei ospitale.» La sua voce era già piena di sottintesi. Poi arrivò Luca. Mi baciò la guancia, il suo respiro caldo contro l’orecchio. «Sei ancora più bella dal vivo. Quella camicetta… mette in risalto cose molto interessanti.» Infine Andrea, che mi sfiorò la vita con la mano mentre passava e mi sussurrò: «Spero che la serata sia… molto interessante per tutti.»
Durante la cena le avances furono costanti e sempre più dirette. I tre mi guardavano apertamente. Marco, seduto alla mia destra, ogni tanto appoggiava la mano sulla mia coscia sotto la tavola, le dita che salivano piano sotto l’orlo della gonna, sfiorando la pelle nuda sopra le calze. «Questa gonna ti sta da dio, R.» disse ad alta voce, guardando L. con un sorriso complice. «Mette in risalto il tuo culo in un modo… irresistibile.» Luca, di fronte a me, non staccava gli occhi dal mio décolleté. «Quella camicetta è una tentazione. Si vede che sotto c’è qualcosa di molto bello.» Ogni volta che mi chinavo per prendere qualcosa, i suoi occhi scendevano dentro la scollatura. Andrea, alla mia sinistra, mi toccava spesso il braccio o la spalla, le dita che indugiavano sulla pelle nuda. «L. è un uomo fortunato ad avere una moglie così… disponibile.» L. sorrideva, versava vino e ogni tanto diceva: «R. è molto affettuosa con gli amici. Vero, amore?» Io arrossivo, ma sentivo la fica già bagnata. I doppi sensi erano continui. «Siamo qui per controllare che tutto sia a posto» disse Marco a un certo punto, guardandomi fisso. «Inclusi gli aspetti più… delicati.» Ridevano, ma gli occhi erano seri e pieni di desiderio. Sotto la tavola le mani si facevano più audaci: una carezza sull’interno della coscia, un dito che sfiorava il bordo della gonna, un complimento sussurrato mentre L. versava il vino.
Dopo cena restammo a tavola con i bicchieri di vino. L’atmosfera era elettrica. Fu Marco a proporre il gioco. «Per animare un po’ la serata e conoscersi meglio… facciamo Truth or Dare. R., tu sei il centro della serata. Noi tre ti diamo le verità o i dadi. Tu decidi.»
Iniziarono leggeri, quasi innocenti.
«Truth: qual è il tuo piatto preferito?»
«Dare: fai una faccia buffa per dieci secondi.»
«Truth: raccontaci il momento più imbarazzante della tua vita.»
Ridevano tutti, anche L., e l’atmosfera si scaldava piano. Poi le domande iniziarono a cambiare.
«Truth: qual è la cosa che ti eccita di più in un uomo?» chiesero. Io arrossii, ma risposi.
«Dare: bacia uno di noi sulla guancia.» Baciai Marco.
«Truth: hai mai pensato di essere con più di un uomo insieme?» Questa volta la domanda era diretta. Io esitai, poi ammisi di sì, la voce più bassa. I tre si scambiarono uno sguardo soddisfatto.
«Dare: bacia uno di noi sulla bocca.» Baciai Luca, la sua lingua che entrava subito nella mia.
«Dare: lascia che ti tocchiamo i seni.» Le loro mani mi palparono i seni attraverso la camicetta, poi sotto, strizzando i capezzoli già duri.
«Dare: togliti la gonna.» Me la tolsi.
«Dare: fatti toccare la fica da tutti e tre.» Le loro dita mi aprirono le labbra, mi toccarono il clitoride, mi infilarono dentro. Io gemevo piano, le gambe che si aprivano da sole.
«Dare: succhia il cazzo di uno di noi.» Mi inginocchiai e presi in bocca quello di Luca, poi quello di Marco, poi quello di Andrea. Il gioco era finito: ogni dare era diventato più sporco, più diretto. Loro ridevano, mi incitavano, mi dicevano «brava troia», «guarda come ti piace». L. sedeva in fondo alla tavola e guardava, il cazzo già duro nei pantaloni, gli occhi scuri di eccitazione.
Mi fecero sdraiare sulla schiena sulla grande tavola di legno. Marco mi aprì le gambe e mi penetrò la figa con il suo cazzo spesso e pesante. La cappella grossa e gonfia mi aprì le labbra in due, stirando la pelle delicata. Sentii ogni vena pulsare contro le pareti interne mentre entrava tutto, fino in fondo, riempiendomi in modo da sentirmi piena e stretta allo stesso tempo. Il suo cazzo era caldo, pesante, e ogni spinta faceva scricchiolare il legno sotto di me. Luca si mise in piedi vicino alla mia testa e mi fotteva la bocca, il suo cazzo lungo e dritto che mi entrava in gola a ogni spinta. La testa del suo cazzo mi premeva contro la parte posteriore della gola, facendomi lacrimare. Andrea mi succhiava i seni, mordicchiando i capezzoli sensibili, e con una mano mi strofinava il clitoride gonfio. Il tavolo scricchiolava sotto il mio peso. Venni quasi subito, la figa che si contraeva ritmicamente intorno al cazzo di Marco, le gambe che tremavano, un grido strozzato intorno al cazzo di Luca.
Mi girarono a pancia in giù. Mi piegarono sulla tavola, il petto schiacciato sulla tovaglia, il culo in fuori. Luca mi fotteva la figa da dietro, il suo cazzo lungo e dritto che mi entrava fino a toccarmi il fondo a ogni spinta profonda. Sentivo la cappella che premeva contro la cervice, un misto di piacere e fastidio che mi faceva impazzire. Marco si sedette su una sedia davanti a me e mi spinse il cazzo in bocca. Io lo succhiavo mentre Luca mi fotteva, la mia saliva che colava sul tavolo. Andrea mi teneva i fianchi e mi schiaffeggiava il culo, le mani che lasciavano impronte rosse sulla pelle. «Guarda che culo aperto… prendi il cazzo come una vera troia» disse. Venni di nuovo, la figa che si stringeva intorno al cazzo di Luca, il mio succo che colava lungo le cosce e macchiava la tovaglia.
Mi fecero sedere su una delle sedie di legno della sala da pranzo. Andrea si sedette per primo e mi fece montare a cavalcioni su di lui, a faccia a lui. Il suo cazzo, medio ma con una curva verso l’alto, entrò nella mia figa già bagnata e aperta. La curva mi massaggiava la parte anteriore, strofinando proprio sul punto che mi faceva impazzire. Io cavalcavo su di lui, i seni che rimbalzavano, mentre Luca si metteva in piedi davanti a me e mi fotteva la bocca. Marco stava dietro la sedia e mi strizzava i seni, pizzicando i capezzoli. Il legno della sedia scricchiolava sotto di noi. Venni di nuovo, la figa che si contraeva intorno al cazzo di Andrea, le gambe che tremavano.
Poi mi alzarono in piedi. I tre uomini mi reggevano. Luca mi teneva da dietro, le braccia sotto le mie cosce, mi sollevava come se non pesassi niente. Marco mi fotteva la figa mentre ero sospesa tra loro, il suo cazzo spesso che entrava e usciva dalla mia fica aperta. Andrea mi teneva la testa e mi fotteva la bocca. Ero completamente in aria, sostenuta solo dai loro corpi forti. Il cazzo di Marco mi entrava in profondità, quello di Andrea mi riempiva la gola. Venni di nuovo, tremante, le gambe che si contraevano nell’aria, il mio succo che colava sul pavimento.
Mi rimisero sulla tavola, questa volta a quattro zampe. Andrea mi fotteva il culo da dietro, il suo cazzo curvo che mi massaggiava la parte interna in un modo che mi faceva vedere le stelle. Luca mi fotteva la bocca, seduto su una sedia davanti a me. Marco mi teneva i fianchi e mi schiaffeggiava il culo. «Guarda che culo aperto… prendi due cazzi insieme, puttana.» Il suo cazzo nel mio culo era caldo e spesso, la cappella che entrava e usciva, stirando l’anello muscolare. Venni di nuovo, questa volta più forte, sentendo il mio succo schizzare sul tavolo.
I tre si alternarono dentro di me per quello che sembrò un’eternità. Mi riempirono la figa, il culo e la bocca. Quando venivano, me lo facevano ingoiare o me lo schizzavano sulle tette e sulla faccia. Il sapore era diverso per ognuno. Quello di Marco era denso, cremoso, salato con una nota dolce; lo ingoiavo e sentivo la consistenza appiccicosa che mi restava in gola. Quello di Luca era più liquido ma abbondante, amaro e forte; ne avevo la bocca piena e dovevo deglutire più volte. Quello di Andrea era spesso, appiccicoso, con un retrogusto muschiato; me lo leccavo dalle labbra e dalle dita quando me lo schizzava sulle tette.
L. sedeva in fondo alla tavola e guardava tutto. I suoi occhi erano fissi su di me, sul mio corpo usato dai tre uomini. Ogni tanto diceva solo «brava», «godi», «sei perfetta». Quando vide che ero coperta di sborra, tremante, con la figa e il culo rossi e aperti, venne anche lui, schizzando sul pavimento senza toccarmi. Il suo piacere era tutto negli occhi: vedere sua moglie, la sua R. rispettabile, trasformata in una troia da tre uomini sulla tavola da pranzo di casa loro.
Quando ebbero finito, mi aiutarono ad alzarmi. Mi baciarono con gentilezza, mi ringraziarono. «Tuo marito è un uomo fortunato» disse Marco. «E tu sei una donna straordinaria» aggiunse Luca. Andrea mi baciò la fronte. «Grazie per averci lasciato usare la tua donna, L.»
L. si alzò, mi venne vicino, mi abbracciò e mi baciò sulla bocca, assaggiando il sapore degli altri sulla mia lingua. «Ti amo» mi sussurrò. «Sei stata perfetta.»
Quella notte, dopo che i tre se ne furono andati, L. mi portò in camera e mi facemmo l’amore con una dolcezza infinita, baciandomi ogni parte del corpo che loro avevano usato. Ma io sapevo che il suo piacere più grande era stato vedermi scopata sulla tavola da pranzo, mentre lui guardava.
E io… io non vedevo l’ora che accadesse di nuovo.
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