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Visita ginecologica (R. racconta)


di Membro VIP di Annunci69.it Robyeluisweety
07.09.2026    |    402    |    8 9.8
"Poi Moretti uscì e mi sborrò ancora sulla figa aperta, corde spesse che mi coprirono le labbra e il clitoride..."
Due giorni dopo l'ultimo rapporto sessuale notai le perdite.
Non erano mestruazioni. Erano leggere, marroncine, a tratti rosate, e arrivavano soprattutto dopo i rapporti. C’era anche un peso sordo in basso, un bruciore lieve quando L. spingeva a fondo. Niente febbre. Solo quello spotting post-coitale che sapevo di dover far vedere. Il mio ginecologo era a un congresso all'estero. Lo studio chiuso, niente sostituto lì. L. si mise alla ricerca e mi trovò un nome: dottor Moretti, studio privato a dieci minuti da casa. Telefonai. Una voce maschile mi diede appuntamento per il pomeriggio dopo.
L. disse che veniva con me.
«Non vai da sola. Aspetto fuori.»
Il palazzo era d’epoca. Secondo piano.
La reception odorava di disinfettante e di caffè. Dietro il bancone c’era il segretario: sulla quarantina, alto, capelli scuri pettinati all’indietro, camicia bianca, occhiali sottili, mani grandi. Cordialmente mi fece compilare la scheda e ci fece accomodare in sala d’attesa. L. si sedette sul divano grigio, mi strinse la mano e chiaccherammo del più e del meno, la sala d'attesa era vuota, un po' strano ma ero sollevata, voleva dire poca attesa. Riviste, un quadro, il ronzio del condizionatore. Poi il segretario disse il mio nome. L. restò lì.
Lo studio aveva il lettino al centro, le staffe, la lampada, il carrello con speculum e guanti, l’ecografo su un braccio snodato. Dietro la scrivania il dottor Moretti: sessant’anni, non alto, pancetta sotto il camice, calvo, occhiali spessi, mani corte e carnose.
«Mi dica perché è qui.»
Gli raccontai delle perdite e del fastidio. Lui fece l’anamnesi in fretta.
«Ultima mestruazione?»
«Ciclo regolare? Durata, quantità?»
«Menarca?»
«Gravidanze? Contraccezione?»
«Dolore alla penetrazione? Prurito?»
«Colore e odore delle perdite?»
«Rapporti anali?»
Esitai un attimo.
«Sì. Anche.»
«Ultimo Pap? Allergie?»
Poi si alzò.
«Si spogli dalla vita in giù. Lenzuolo. Staffe.»
Obbedii. La carta scricchiolò sotto di me. Talloni nelle staffe, ginocchia aperte. Lui si lavò le mani, indossò i guanti, accese la lampada.
«Ispezione esterna. Niente lesioni. Introito regolare.»
Lo speculum freddo scivolò dentro e si aprì. Le valve mi distesero le pareti.
«Cervice visibile. Leggero ectropion. Tracce ematiche. Pap e tampone.»
La spatola e lo scovolino mi sfiorarono il collo dell’utero. Un graffio breve. Poi lo speculum uscì.
«Adesso l’esplorazione anale.»
Alzai la testa.
«Perché anche quella? Io sono venuta per le perdite.»
Moretti non si scompose. Si tolse un attimo i guanti usati e parlò come se stesse spiegando una voce di cartella.
«Perché una visita ginecologica completa non si ferma alla vagina. Dal retto si valuta il setto rettovaginale, il cavo del Douglas, la faccia posteriore dell’utero e degli annessi. Si sentono masse, noduli da endometriosi, dolenzia che dall’esplorazione vaginale sola può sfuggire. Lei ha spotting post-coitale e riferisce anche rapporti anali: prima di mettere le dita o una sonda lì, l’ampolla deve essere pulita. Altrimenti l’esame non è attendibile e si rischia di sporcare il campo. È prassi, non una stranezza.»
Chiamò verso la porta.
«Marco.»
Il segretario aprì e si fermò sulla soglia.
«Portami la traversa assorbente, guanti nuovi, un clistere monouso da centoventi e il kit con sonda rettale e sacca piccola. Gel idrosolubile. Garze. E tieni pronto il bagno accanto.»
Marco annuì e uscì. Tornò dopo un minuto con tutto sul carrello. Stesero la traversa sotto i miei glutei. Moretti mi fece scendere un attimo dalle staffe e mi mise sul fianco sinistro, ginocchia piegate verso il petto, la posizione di Sims.
«Respiri. La cannula è lubrificata. Non spinga.»
Sentii il gel freddo sull’ano, poi la punta liscia della sonda. Entrò lenta, con un movimento rotatorio, centimetro dopo centimetro. La sentivo scorrere nel canale, poi più a fondo, verso l’ampolla. Non bruciava: era solo una presenza estranea, crescente. Disse che era dentro quanto bastava.
«Adesso il liquido. È tiepido, trentasette, trentotto gradi. Lo faccia entrare. Lo trattenga.»
Aprì il flacone. Il getto partì lento. Sentii l’acqua calda riempirmi da dentro, un peso che saliva, che distendeva le pareti, che mi faceva gonfiare il basso ventre. All’inizio era solo pieno. Poi arrivò lo stimolo: un crampo basso, l’urgenza di spingere fuori. Stringevo i denti. Moretti mi teneva una mano sul fianco.
«Ancora un poco. Deve pulire per bene.»
Il liquido continuò a entrare. Mi sentivo piena, calda, umiliata e allo stesso tempo esposta in un modo che non c’entrava più con una visita. Quando il flacone fu vuoto ritirò la sonda piano. Una goccia scese tra le chiappe. Mi asciugò con una garza.
«Trattenga cinque minuti. Poi il bagno è lì.»
Quei cinque minuti durarono una vita. Il ventre mi pulsava. Lo stimolo andava e veniva a ondate. Marco restò in silenzio vicino alla porta. Moretti massaggiò piano il mio addome basso, come da procedura, per far scendere il liquido. Quando non riuscii più a tenere mi accompagnarono nel bagno accanto allo studio. Evacuai il clistere tutta d’un fiato, con un rumore che mi fece arrossire anche da sola. Mi pulii, tornai, mi rimisi sul lettino. Staffe di nuovo. Gambe aperte. La traversa nuova sotto di me.
«Adesso è pulita. Relassi l’anello.»
Il gel di nuovo. Un dito guantato premette contro l’ano. Non spinsi fuori. Lasciai andare. Il dito entrò senza fatica, scivolò nell’ampolla ancora calda e umida dal lavaggio. Ruotò. Tese l’anello verso l’esterno. Moretti restò fermo.
«Lo sfintere cede subito. Tono ridotto, ma elastico. Niente fissure, niente emorroidi.»
Aggiunse il secondo dito. Le due dita andarono più a fondo, aprirono, cercarono le pareti, il fondo dell’ampolla. Lo sentivo solo quello: due dita larghe che mi allargavano come se sapessero già quanto potevo prendere. L’anello si apriva e si riadattava senza protestare.
«L’ampolla si lascia esplorare in profondità senza resistenza. Setto rettovaginale sottile, Douglas libero. Questa non è una paziente occasionale» mormorò. «È abituata a calibri importanti. L’anello si riapre da solo.»
Ritirò le dita. L’ano restò aperto un secondo, poi si richiuse piano. Io tenevo gli occhi sul soffitto, le guance calde.
«Adesso l’ecografia transvaginale. Per controllare utero e annessi.»
Tirò una tendina intorno al lettino. Restai sola con lui, le gambe ancora aperte, il lenzuolo che mi copriva a metà. Sentii il gel sull’introito, poi la sonda. Era sottile, coperta dal monouso, e scivolò dentro con una pressione sorda. Sul monitor, di lato, vedevo ombre grigie che non capivo. Lui muoveva la sonda piano, premendo verso l’alto, verso i lati.
«Utero antiverso. Endometrio nella norma. Ovaie libere.»
La sonda restò dentro. I movimenti però cambiarono. Non più corti e tecnici. Più lunghi. Più lenti. Io sentivo solo quello: un oggetto caldo di plastica che andava e veniva, che premeva sul punto più fondo. Non vedevo cosa stesse facendo sotto la tendina. Sentivo solo il tatto.
Poi la sonda uscì.
Al suo posto, prima che capissi, sentii qualcosa di diverso. Caldo. Morbido e duro insieme. La pelle, non il lattice della sonda. Una cappella larga che premeva contro l’ingresso e poi entrava.
Rimasi ferma un secondo, il respiro tagliato.
Non era più l’ecografo.
Il cazzo del dottore mi riempì fino in fondo in un colpo solo. Grosso, spesso, le vene che sentivo scorrere contro le pareti. Io aprii la bocca senza fiato. Lui spinse ancora, i fianchi contro il bordo del lettino, e cominciò a scoparmi così, tra le staffe, mentre io capivo solo allora cosa mi stava succedendo.
«Rilassi il pavimento pelvico» mormorò, come se fosse ancora la visita. «La paziente è congestionata. E già aperta dietro.»
Non dissi di no.
Il corpo aveva già deciso. Ogni spinta mi faceva salire il caldo dal basso ventre. Venni la prima volta così, all’improvviso, le gambe che mi tremavano nelle staffe, un spasmo che mi partì dalla cervice e mi chiuse la gola. La figa gli si strinse intorno a ondate, e io sentii il suo cazzo pulsare mentre continuava a entrare e uscire dal mio orgasmo.
Chiamò senza alzare la voce.
«Marco. Porta il contenitore per il campione. E chiudi.»
Il segretario scostò la tendina. Non sembrò sorpreso. Si avvicinò, si slacciò, e il suo cazzo mi arrivò in faccia: più lungo di quello del dottore, dritto, pesante, già lucido. Me lo mise sulle labbra.
«Apri. Mentre il dottore finisce sotto.»
Lo presi. Sapeva di pelle e di sapone. La cappella mi premette il palato e poi scese. Io succhiavo e gorgogliavo mentre Moretti mi fotteva ancora, più forte adesso, e il lettino scricchiolava.
Mi girarono di fianco, le staffe che tenevano una gamba alta. Moretti uscì dalla figa e mi mise il cazzo nel culo. L’ingresso bruciò appena, poi cedette come aveva già fatto con le dita e con la sonda del clistere. Entrò tutto, fino in fondo, senza che io lo spingessi fuori. Sentii le sue palle battermi contro le chiappe.
«Lo sapevo» disse. «Te lo prende tutto. Culo pulito e allenato. Troia da visita.»
Marco mi teneva la testa e mi scopava la bocca. Io sentivo ogni centimetro nel culo, ogni vena, l’anello che si allargava e si riadattava intorno a lui.
Mi rimisero sulla schiena. Moretti di nuovo nella figa. Marco si mise accanto a lui. Sentii la seconda cappella premere contro l’ingresso già pieno.
«Doppia vaginale. Piano.»
Il secondo cazzo entrò.
La pressione fu enorme. Due aste una accanto all’altra, l’introito stirato fino al limite, le pareti tese, i due corpi che si strofinavano dentro di me. Ogni volta che uno spingeva, l’altro premeva. Venni di nuovo, più forte. Un orgasmo lungo, che mi partì dal basso e mi attraversò la pancia, le cosce, fino alle dita dei piedi. La figa si contraeva intorno a entrambi mentre venivo.
Non si fermarono.
Doppia vaginale ancora. Poi Moretti nel culo e Marco nella figa, i due ritmi sfasati. Io venivo a ondate, una dopo l’altra, sempre più bagnata, sempre più aperta. Ogni orgasmo mi lasciava un secondo di vuoto e poi un altro spasmo. Sentivo il succo colare sul lettino.
«Guarda come le si apre il culo… lo tiene come la figa. Questa è allenata.»
Vennero loro.
Moretti per primo, nel culo. Lo sentii irrigidirsi, poi pulsare. Lo sperma era denso, caldo, a schizzi lunghi che mi riempirono e poi colarono fuori intorno all’asta, vischioso, biancastro, che mi scendeva tra le chiappe. Marco si ritirò dalla figa e mi sborrò in bocca: più liquido, salato, abbondante, che mi riempì le guance prima che riuscissi a deglutire. Una parte mi colò dal mento sul collo. Poi Moretti uscì e mi sborrò ancora sulla figa aperta, corde spesse che mi coprirono le labbra e il clitoride. Marco mi sparò gli ultimi schizzi sui seni.
Mi tennero in posizione. Staffe. Gambe aperte. Moretti premette due dita sopra il pube e stimolò il clitoride già gonfio e lucido di sborra.
«Adesso un campione. Rilasci.»
Il bisogno arrivò insieme a un altro spasmo. Non era solo orgasmo. Era anche pipì. Il getto partì caldo, improvviso, e lui accostò al mio inguine una vaschetta di acciaio e poi un barattolo sterile. Parte finì nella vaschetta, parte nel contenitore. Il suono era chiaro, vergognoso, e io non potevo chiudere le gambe.
Marco si chinò, raccolse un po’ di liquido dal bordo della vaschetta con due dita e lo assaggiò.
«Caldo. Leggero. Un po’ salato, con un retrogusto acido. Niente di forte. Come dopo tanto sesso.»
Moretti annuì.
«Campione sufficiente. E la paziente è in ordine anche posteriormente. Pulita. Abituata, come dicevo.»
Mi passarono una salvietta. Mi aiutarono a scendere. Le gambe non mi tenevano. Mi rivestii in silenzio. Moretti si rimesse i guanti, sistemò il camice e andò alla porta.
«Marco, faccia accomodare il marito.»
L. entrò. Mi guardò un attimo, poi il dottore, poi di nuovo me. Io mi sedetti sulla sedia accanto alla scrivania, le cosce chiuse, il sapore ancora in bocca. Moretti aprì la cartella e parlò come se nulla fosse successo oltre a una visita.
«Allora. Esito vaginale: spotting da congestione e microtraumi da rapporti. Cervice con un lieve ectropion, niente lesioni sospette. Utero antiverso, endometrio nella norma, annessi liberi. Pap e tampone in laboratorio, le comunicheremo. Niente di patologico.»
Voltò pagina.
«Esito anale e rettale: dopo preparazione con clistere evacuativo, esplorazione regolare. Sfintere elastico, ampolla esplorabile senza resistenza, setto rettovaginale integro, cavo del Douglas libero. Niente fissure, niente emorroidi, niente masse. La paziente tollera bene l’esame. Controllo tra tre mesi, o prima se le perdite riprendono.»
L. annuì, sollevato.
«Quindi è a posto.»
«Sì. È a posto.»
Ci alzammo. Moretti ci strinse la mano. Marco ci accompagnò fino alla reception. In scale L. mi prese sottobraccio. Non chiese com’era andata davvero. Io non dissi niente. Uscimmo in strada tutti e due più leggeri di quando eravamo entrati: lui perché il referto era pulito, io perché il corpo era ancora pieno e vuoto insieme, e soddisfatti tutti e due, ognuno a modo suo, di quella visita.
In macchina L. accese il motore.
«Meno male» disse.
Io guardai il finestrino e risposi solo:
«Sì. Tutto a posto..... Avevo capito tutto!»
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