L'estetista
Robyeluisweety
Quando Paula uscì dalla saletta sul fondo, rimasi senza parole.
Era una delle donne più femminili e belle che avessi mai visto. Alta, gambe lunghissime e levigate, fianchi morbidi e generosi, un seno pieno e sodo che premeva contro la divisa bianca aderente. Capelli castani lunghi fino a metà schiena, ondulati, trucco perfetto, labbra carnose e lucide, occhi grandi e intensi. Si muoveva con una grazia naturale, quasi felina. La voce era dolce, un po’ roca, piena di calore.
«R., vero?» mi chiese sorridendo. «Vieni, oggi ti coccolo io. Che trattamento vuoi fare?»
«Ceretta completa e un massaggio rilassante, se riesci» risposi, ancora un po’ intimidita dalla sua bellezza.
Paula mi fece accomodare sul lettino. «Sdraiati pure. Ti farò stare bene.» Mi aiutò a sfilarmi il vestitino e a restare solo con il perizoma e il reggiseno. Le sue dita sfiorarono la mia pelle mentre mi sistemava il lenzuolino. «Hai una pelle meravigliosa» commentò. «Liscia, calda… si vede che ti curi e che fisico che hai!»
Iniziammo a chiacchierare mentre preparava la cera. Mi chiese del lavoro, di come passavo le giornate, se avevo qualcuno che mi aspettava a casa. Io rispondevo un po’ distrattamente, perché ogni volta che si chinava il suo seno mi sfiorava il braccio o il fianco, e il suo profumo — vaniglia mista a qualcosa di più intenso e femminile — mi entrava nella testa. Paula rideva piano, una risata bassa e sensuale. «Mi piace quando le clienti si rilassano. Qui puoi lasciarti andare.»
La ceretta andò avanti lentamente. Le sue mani erano esperte, calde, e ogni tanto mi massaggiava le zone dopo aver strappato. Mi parlava di quanto le piacesse lavorare con le donne, di quanto fosse importante sentirsi belle e desiderabili. Io annuivo, sempre più eccitata senza sapere perché. A un certo punto, mentre mi stava facendo la zona più intima, si piegò di lato per prendere un panno umido. La divisa corta si sollevò appena.
Vidi.
Sotto il tessuto sottile e chiaro delle mutandine nere, c’era una protuberanza inconfondibile. Lunga, spessa, che premeva contro il cotone e disegnava chiaramente la forma di un cazzo. Non un semplice rigonfiamento: era evidente, pesante, semi-duro, che spingeva verso il basso e di lato. Il tessuto era talmente aderente che si vedevano i contorni della cappella e delle palle.
Il cuore mi si fermò.
«Tu…» mormorai, la voce strozzata.
Paula alzò lo sguardo e mi sorrise, senza imbarazzo. Si alzò piano, mise le mani sui fianchi e spinse leggermente in avanti il bacino, accentuando la protuberanza. «Hai visto, eh?» disse con voce dolce ma carica di cattiveria. «Sì, sono un trans. E questo» — e con un dito si toccò il rigonfiamento — «è tutto per te, se lo vuoi. Vuoi vederlo?»
Non riuscii a rispondere. Solo a annuire.
Paula si sfilò lentamente le mutandine.
Il cazzo uscì pesante e già mezzo eretto. Era enorme. Lungo almeno ventitré, ventiquattro centimetri, di uno spessore notevole, quasi quanto il mio polso alla base. La pelle era liscia, di un colore leggermente più scuro rispetto al resto del corpo, con una rete di vene bluastre e violacee che correvano lungo l’asta, pulsanti e visibili. La cappella era grande, gonfia, a forma di fungo, di un rosa più intenso e lucido, con il glande già bagnato di liquido pre-seminale che brillava. Non era circonciso: il prepuzio era ancora parzialmente tirato indietro, lasciando scoperta la corona spessa e sensibile. Le palle erano grandi, pesanti, in un sacco scrotale liscio e pieno, che pendevano basse e si muovevano quando camminava. Quando si mosse, il cazzo oscillò, pesante, e io vidi le vene gonfiarsi ulteriormente mentre diventava completamente duro, alzandosi e puntando leggermente verso l’alto. L’odore era forte, maschile, salato, in contrasto totale con il suo aspetto ultra-femminile.
Paula si avvicinò al lettino, mi prese per i capelli e mi spinse la faccia contro quel cazzo. «Leccalo» ordinò con voce dolce ma ferma. Aprii la bocca e presi la cappella tra le labbra. Era calda, salata, con un odore intenso. La lingua girò intorno al glande, sentendo ogni piega, ogni vena. Poi lo presi più in fondo. La gola si contrasse, gli occhi lacrimarono. Paula mi tenne la testa ferma e iniziò a muovere i fianchi, fottermi la bocca con calma sadica. «Brava troia… prendilo tutto. Voglio sentire la tua gola intorno a me.» Ogni spinta mi faceva male alla mandibola, ma il dolore si trasformava subito in un piacere umido e vergognoso.
Dopo diversi minuti di quella tortura dolce, Paula gemette più forte. «Adesso ti riempio la gola» sussurrò. Afferrò i miei capelli con entrambe le mani e spinse fino in fondo, bloccandomi con il naso contro il suo pube. Il cazzo pulsò violentemente. Sentii il primo schizzo caldo e denso colpire direttamente la gola, poi un secondo e un terzo, abbondanti, spessi, di un sapore salato e leggermente amaro. Lo sperma era denso, cremoso, e riempì la bocca così tanto che parte colò fuori dagli angoli delle labbra mentre cercavo di deglutire. Paula teneva la mia testa ferma, ansimando con voce femminile e alta, mentre continuava a venire a ondate. «Ingoia tutto… brava puttana… non perdere nemmeno una goccia.» Quando finalmente si ritirò, un filo di sborra mi collegava ancora le labbra alla cappella. Io leccai le ultime gocce, ansimando, la gola che bruciava e sapeva di lei.
Paula mi girò sul lettino a pancia in giù. Mi sollevò il bacino, mi diede uno schiaffo secco sul culo che mi fece gemere. «Adesso ti prendo dove vuoi essere presa.» Infilò due dita nella mia figa già fradicia, poi le spinse anche nel culo, allargandomi. Poi la cappella di quel cazzo enorme premette contro il mio ano. Entrò.
Lentamente.
Millimetro dopo millimetro.
Sentii l’anello muscolare stirarsi fino al limite, il dolore acuto che si trasformava in una pienezza bruciante. La cappella passò e l’asta spessa iniziò a riempirmi. Ogni vena mi strofinava le pareti interne del culo. Quando fu tutto dentro, fino alle palle, mi sentivo squarciata. Il mio culo era dilatato intorno a quel cazzo enorme, l’orifizio rosso e teso. Paula iniziò a muoversi. Colpi lunghi e profondi all’inizio, poi più forti, più veloci. Il suono bagnato della carne che sbatteva, i miei gemiti, i suoi sospiri femminili. Mi tirava i capelli, mi schiaffeggiava il culo a ritmo, mi pizzicava i capezzoli con forza. «Guarda come ti dilato… questo buco è mio adesso.»
Mi fece voltare di nuovo. Mi mise a cavalcioni su di lei. Il suo cazzo entrò di nuovo nella figa, questa volta di fronte. Io scendevo e salivo, sentendo ogni centimetro, la cappella che mi colpiva in fondo. Paula mi stringeva i seni, mi mordeva i capezzoli, mi parlava sporco. «Sei stretta e bagnata proprio per me.» Venni forte, la figa che si contraeva in spasmi intorno a quel cazzo enorme, le gambe che tremavano.
Poi mi rimise a pancia in giù e mi inculò di nuovo, più forte, più a lungo, finché il mio culo non fu completamente aperto e rosso. Alla fine mi girò ancora una volta, mi tenne le gambe spalancate e mi fotteva la figa guardandomi negli occhi. Quando venne la seconda volta, lo fece dentro di me. Sentii il cazzo pulsare violentemente, poi schizzi caldi e abbondanti che mi riempivano la figa. Paula gemette con voce acuta e femminile mentre mi riempiva. Uscì lentamente e il suo seme caldo colò fuori, scendendo lungo le cosce insieme ai miei succhi.
Restammo così per un po’, ansimanti. Paula mi accarezzò i capelli con una dolcezza improvvisa. «Sei stata bravissima, R.» sussurrò.
Io, ancora aperta e gocciolante, con il culo dilatato e la gola che sapeva di lei, riuscii solo a sorridere.
A casa, confidai a L. quello che mi era accaduto nel pomeriggio, a raccontare sentivo ancora il corpo che bruciava e la mente piena di Paula. Sapevo benissimo che sarei diventata una cliente assidua.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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