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Lui & Lei

Storie di R. Capitolo 13 - L'anniversario


di Membro VIP di Annunci69.it Robyeluisweety
18.09.2026    |    189    |    3 9.6
"Me lo sfilò solo il tempo di piegarmi le ginocchia al petto e di prendermi le caviglie..."
(parte 2)......Avevo le mani sul bordo del tavolo. Il cuore mi batteva in gola e più in basso, un colpo sordo che mi arrivava fino agli slip. Fatou si avvicinò alle spalle. Lo sentii prima di vederlo: il calore, l’odore di pelle e di fuori, il respiro vicino al collo. Si chinò e mi sfiorò l’orecchio con le labbra.
«È meglio che tu vada a pulirti», sussurrò. «Voglio fotterti il culo. Tutto. Stasera non basta che tu sia bagnata.»
Capii subito. Non era una doccia. Voleva il culo pulito per prenderselo. Un brivido mi scese dalla nuca alle cosce e gli slip, già umidi, si fecero peggio. Annuìi senza voltarmi. Lui si scostò. Io restai un secondo con le dita strette sul legno, poi mi mossi perché se restavo lì gli avrei aperto le gambe in cucina, sull’anniversario, con la valigia di L. ancora in camera.
In cucina accesi l’acqua. Non c’era un kit da ambulatorio, solo quello che si trova in una casa presa per il weekend. Riempii un pentolino e aspettai che fosse tiepida, quella temperatura che non brucia: la provai sul dorso della mano finché non fu come il corpo. Un pizzico di sale, poco. Versai tutto in una bottiglia pulita. Dalla valigia presi il gel che avevo portato per mio marito. Un asciugamano. Salii in bagno con le gambe che già tremavano e chiusi la porta.
Finito la mia "doccia" scesi le scale.
Lo vidi prima di arrivare in fondo.
Fatou era disteso sul divano, nudo. Una gamba a terra, l’altra piegata. Una mano sul petto, l’altra intorno al cazzo, e se lo massaggiava piano, senza fretta. Dal pianerottolo si vedeva tutto. Il fisico era quello della cabina, solo più vero: addome scolpito, petto, fasce. I coglioni enormi, depilati, pesanti sul cuscino. E quel cazzo. Dio, quel cazzo. Dritto, lungo, perfettamente dritto anche senza che lo tenesse. Sul dorso una vena enorme, pulsante. Pelle nera, lucida, tesa. Il glande già in parte scoperto, la corona gonfia e pronunciata, il buco del cazzo aperto e lucido. Una mano sua non lo copriva. Due mie, allora, non l’avevano coperto. Lo sollevava un poco mentre si accarezzava e l’asta restava lì, rigida, che pompava sangue.
Scesi un altro scalino. L’accappatoio si aprì sulle cosce. Lui alzò gli occhi. Il sorriso c’era, ma non era più quello della spiaggia. Questo sapeva già dove sarebbe andato a finire.
Mi fermai tra le sue ginocchia. Fatou lasciò il cazzo, mi prese i fianchi sotto il tessuto e mi girò. L’accappatoio cadde a terra. Restai nuda, e lui mi mise una mano in mezzo alle scapole.
«In ginocchio. Petto giù.»
Obbedii. Ginocchia sul cuscino del divano, petto affondato, viso di lato, culo alto. Le braccia lungo il corpo, inutili. Sentii le sue mani sulle chiappe. Non entrò subito. Le aprì con i palmi, i pollici vicino all’ano, e mi tenne così, esposta, mentre io sentivo l’aria e poi il gel freddo sull’anello. Lo spalmò con un dito, solo per aprire. Poi il dito sparì e al suo posto arrivò il glande. Caldo. Largo. Quella corona che in cabina mi aveva fatto paura premette contro il buco e restò lì un secondo, a spingere senza entrare, finché l’anello cedette. La cappella scivolò dentro. Un cuneo. Un bruciore corto, poi lo stiramento. I primi centimetri furono solo quello: il culo che si allargava intorno a lui, le pareti che riconoscevano il calibro. Fatou non sfilò le mani. Continuò a tenermi le chiappe aperte mentre affondava, vena dopo vena, finché sentii i coglioni contro di me e capii che lo avevo tutto in culo. Restò fermo. Piena. Aperta. Il respiro mi usciva a pezzi contro il cuscino. Poi cominciò a fottermi. Lungo. Fondo. Ogni spinta mi premeva la faccia nel tessuto. Io non vedevo niente. Sentivo solo il cazzo che andava e veniva, l’anello che si riadattava, le sue dita che ogni tanto riaprivano le chiappe per guardarsi entrare. «Lo tieni tutto», mormorò. «Che culo di puttana.» Venni così, a faccia in giù, un spasmo che mi partì da dietro e mi chiuse la gola, la figa che cola a vuoto, inutilizzata.
Non mi lasciò riprendere. Mi tirò giù dal divano, mi stese pancia a terra sul tappeto, le gambe quasi chiuse, le braccia sopra la testa. Si mise sopra di me. Il peso del petto sulla schiena, il cazzo ancora duro che ritrovò il buco già aperto e rientrò più facile, più fondo, perché in quella posizione non potevo sottrarmi di un centimetro. Mi teneva i polsi. Mi inculava piatte, corte, pesanti, il pube che mi batteva le chiappe, la bocca vicino all’orecchio. Sentivo ogni vena sul dorso, sentivo i coglioni, sentivo che non c’era spazio per un respiro intero. «Resta così», disse. «Non alzarti.» Un secondo orgasmo, più sordo, più lungo, mentre lui non cambiava ritmo e io stringevo il tappeto tra le dita.
Mi girò sulla schiena senza uscire del tutto. Me lo sfilò solo il tempo di piegarmi le ginocchia al petto e di prendermi le caviglie. Me le tenne aperte. Così lo vedevo. Il cazzo nero, lucido di gel e di me, che usciva e rientrava nel culo, la corona che spariva, l’asta che luccicava. Mi guardava in faccia. Io non potevo chiudere le gambe. Ogni volta che spingeva sentivo il glande in profondità, una pressione che mi saliva fino allo stomaco. Le sue mani erano calde sulle caviglie, ferme, e i pollici mi segnavano la pelle. «Guardami», disse. Lo guardai. Venni di nuovo con gli occhi aperti, un grido corto, il culo che gli si stringeva intorno a ondate, e lui sorrise come in spiaggia, solo più sporco.
Mi tirò su prima che finissi di tremare. Mi piegò in piedi sul tavolo della cucina, quello stesso tavolo dove avevo tenuto le mani quando mi aveva mandato a lavarmi il culo. Guance sul legno. Braccia avanti. Lui dietro. Stavolta le mani le sentii di nuovo sulle chiappe: le allargò, guardò, e infilò il cazzo dritto, tutto, in una spinta sola. In piedi non avevo più niente da fare se non prenderlo. Le cosce mi battevano sul bordo. Il tavolo scricchiolava. Fatou mi tenne aperta con i palmi e accelerò. Non era più lento. Era fondo, regolare, e io sentivo l’anello bruciare e cedere insieme, il corpo che andava avanti a scosse, la figa fradicia che non veniva usata. «È tuo il culo adesso», disse. «Dillo.» La voce mi uscì rotta. «È tuo. Scopami il culo.» Lui spinse più forte, una mano salì sulla nuca e mi tenne la faccia sul tavolo mentre mi fotteva, e io venivo ancora, più debole, più bagnata, con le gambe che non tenevano.
Quando lo sentii irrigidirsi uscì. Il vuoto mi lasciò l’ano aperto, che pulsava. Mi girò. Mi mise in ginocchio davanti a lui. Il cazzo mi arrivò in faccia, scuro, pulsante, lucido, la corona gonfia, il meato spalancato. Lo presi con due mani e non lo coprivo ancora. Fatou mi afferrò i capelli.
«Apri la bocca. Ingoia.»
Aprii.
Il primo schizzo lo vidi uscire. Denso. Bianco. Cremoso. Caldo. Partì dal buco del cazzo dritto sulla lingua e mi riempì la bocca prima che riuscissi a deglutire. Il secondo arrivò subito, altrettanto grosso, e mi colò all’angolo delle labbra. Io chiusi le labbra intorno alla corona e succhiai. Il terzo fu una corda lunga che mi gonfiò le guance. Deglutii. Il sapore era forte, salato, pesante, da uomo, quello che in cabina mi aveva chiesto se avevo sete. Ne avevo. Presi gli ultimi getti più corti, le gocce lente che uscivano dal meato, e le aspirai. Tenni la bocca lì finché il cazzo non si ammorbidì un poco tra le labbra. Poi lo guardai e inghiottii quello che restava.
Fatou mi passò il pollice sul mento, raccolse una riga bianca e me la rimise in bocca. La presi. La succhiai.
L’accappatoio era rimasto sul pavimento. Il tavolo era ancora caldo sotto le palme. Lui si sedette sul divano, nudo, il cazzo lucido piegato sul ventre, e mi fece cenno di andare da lui. Io ci andai gattonando, il culo che bruciava, la gola piena, e posai la testa sulla sua coscia.
Non erano passate tre ore da quando L. aveva chiuso la porta.
Il weekend era appena cominciato.....
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